Di tumore alla prostata si muore?

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Il tumore alla prostata è la neoplasia maligna più frequente nella popolazione di sesso maschile in Europa e in Nord e Sud Il carcinoma prostatico è la neoplasia maligna più comune tra gli uomini in Europa e nelle Americhe.

La sua incidenza cresce con l’età, raggiungendo il picco tra i 65 e i 74 anni, mentre l’età media alla diagnosi è compresa tra i 60 e i 70 anni. Questo andamento è legato sia a fattori biologici sia alla diffusione dei test di screening, in particolare il dosaggio del PSA.

Incidenza e sopravvivenza: cosa dicono i dati

Negli ultimi decenni, la sopravvivenza è migliorata in modo significativo. In Italia, la probabilità di essere vivi a cinque anni dalla diagnosi supera il 90%, soprattutto quando il tumore viene individuato in fase iniziale.

Questo dato è in linea con quanto osservato nei Paesi occidentali, dove la mortalità è in costante calo grazie alla diagnosi precoce e alle terapie mirate. Tuttavia, la sopravvivenza diminuisce con l’età: negli uomini tra i 55 e i 64 anni si attesta intorno all’80–90%, mentre oltre i 75 anni scende al 50–60% (fonte).

Sopravvivenza a lungo termine e mortalità nel tumore alla prostata

La mortalità legata al tumore alla prostata varia significativamente in base alla classe di rischio alla diagnosi. Grazie ai progressi nelle strategie terapeutiche e nella sorveglianza attiva, la sopravvivenza globale a 15 anni è oggi molto elevata per i pazienti con malattia a basso rischio, mentre tende a ridursi in maniera proporzionale all’aumentare dell’aggressività tumorale. I dati di follow-up a lungo termine mostrano che i pazienti con tumori localizzati e basso rischio presentano una probabilità di sopravvivenza prossima al 90-95%, mentre nelle forme ad alto rischio la sopravvivenza si riduce sensibilmente, riflettendo un maggior tasso di progressione e mortalità specifica. Questa differenza sottolinea l’importanza di una corretta stratificazione iniziale e di percorsi terapeutici personalizzati.

Classe di rischioProbabilità di morte per tumore alla prostata (in 10 anni)
Molto basso (PSA < 10, stadio T1c, grado 1)1%
Basso (PSA < 10, stadio T1-T2a, grado 1)1%
Intermedio favorevole (PSA 10–20, stadio T2b, grado 2)1%
Intermedio sfavorevole (PSA 10–20, stadio T2b, grado 3)1-2%
Alto (PSA > 20, stadio T2c, grado 4)2-6%
Molto alto (PSA > 20, stadio T3–T4, grado 5)3-20%

Fonte: https://www.cancer.org/cancer/types/prostate-cancer/detection-diagnosis-staging/survival-rates.html

Nei casi più avanzati, con linfonodi positivi (N+) o metastasi (M+), la sopravvivenza si riduce drasticamente, ma anche in questi casi le terapie possono offrire un controllo della malattia e migliorare la qualità della vita.

Disparità etniche e geografiche

Le differenze tra popolazioni sono marcate. Gli uomini afroamericani presentano un rischio di sviluppare la malattia superiore del 75% rispetto ai caucasici e una mortalità quasi doppia (fonte).

Le cause sono multifattoriali: varianti genetiche, come quelle nella regione 8q24, si combinano con fattori socioeconomici e ambientali. Al contrario, le popolazioni asiatiche mostrano i tassi più bassi, probabilmente per differenze dietetiche e stili di vita.

Screening e diagnosi precoce

Lo screening con PSA è stato oggetto di ampi studi randomizzati. Il trial ERSPC, con oltre 23 anni di follow-up, ha dimostrato che lo screening riduce la mortalità specifica del 13%, ma richiede di invitare centinaia di uomini per prevenire un singolo decesso (fonte).

Il trial CAP, condotto nel Regno Unito, ha evidenziato un beneficio assoluto molto contenuto (Martin et al., JAMA, 2018). Per questo motivo, oggi si tende a proporre lo screening in modo selettivo, evitando l’overdiagnosi.

Sorveglianza attiva: una strategia sicura

Nei tumori a basso rischio, la sorveglianza attiva è diventata una strategia consolidata.

Nel trial ProtecT, dopo 15 anni non c’erano differenze significative nella mortalità specifica tra chirurgia, radioterapia e sorveglianza attiva. Tuttavia, metastasi e progressioni cliniche sono risultate maggiori nel braccio di sorveglianza, pur senza compromettere la sopravvivenza specifica (fonte).

Questo approccio riduce gli effetti collaterali delle terapie radicali, senza compromettere la sopravvivenza.

Stile di vita e prevenzione

L’obesità è associata a forme più aggressive, mentre una dieta ricca di fibre, frutta e verdura sembra avere un effetto protettivo (fonte). Al contrario, un consumo eccessivo di grassi saturi e carni rosse può favorire l’infiammazione e aumentare il rischio. Anche l’attività fisica regolare contribuisce a ridurre il rischio di progressione.


Oggi “morire di tumore alla prostata” è molto meno frequente rispetto al passato. La maggior parte dei pazienti convive con la malattia per molti anni, grazie alla diagnosi precoce, alle terapie personalizzate e a un approccio che bilancia efficacia e qualità di vita.

Restano però sfide aperte: ridurre le disparità globali, migliorare la selezione dei pazienti per lo screening e promuovere stili di vita salutari.

2 commenti
    • NIB Biotec dice:

      Ci sono diverse evidenze scientifiche e cliniche sui benefici di un corretto stile di vita, e quindi anche della nutrizione, sullo sviluppo e sul decorso del tumore alla prostata. Ovviamente possono entrare in gioco anche altri fattori (genetici, ambientali, ecc), ma quello che mangiamo ha un forte peso anche sulle patologie legate alla prostata. Tra gli alimenti con più benefici troviamo il pomodoro e soprattutto il pomodoro cotto. Sembrerebbe che la nostra semplice pasta al sugo sia una buona “medicina” per il tumore alla prostata! Dai un’occhiata alla nostra sezione dedicata alla Nutrizione.

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