Ortica e prostata: cosa sappiamo davvero

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Quando si parla di rimedi naturali per la prostata, la radice di ortica (Urtica dioica, in latino) è tra i protagonisti più citati.

In Europa viene usata da decenni come supporto nei disturbi urinari tipici della iperplasia prostatica benigna (BPH), quella condizione “non tumorale” in cui la prostata si ingrandisce e può ostacolare il flusso dell’urina.

Ma quali sostanze contiene? Come agiscono? E soprattutto: cosa dicono gli studi clinici e le linee guida?

Cosa c’è dentro la radice di ortica

La radice non ha l’effetto irritante delle foglie: è un concentrato di lignani, fitosteroli (come β‑sitosterolo, campesterolo e stigmasterolo), lectine e polisaccaridi, oltre ad altri composti fenolici.

Questi costituenti, in sinergia, sembrano modulare vie ormonali e infiammatorie collegate alla crescita prostatica. In particolare, alcune frazioni della radice possono interferire con il legame della Sex Hormone‑Binding Globulin (SHBG) e modulare l’azione degli androgeni sulla prostata. A

ltri componenti mostrano effetti anti‑infiammatori e, in modelli sperimentali, inibizione parziale di 5‑α‑reduttasi e aromatasi, gli enzimi che trasformano il testosterone in DHT ed estrogeni, coinvolti nella progressione della BPH.

Questi meccanismi sono riportati in monografie tecniche e revisioni su fitoterapia, che descrivono anche il ruolo della lectina UDA (Urtica dioica agglutinin) come possibile modulatore immunitario (fonte).

Negli ultimi anni il Comitato HMPC dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ha aggiornato la lista di riferimenti a supporto della monografia europea su Urticae radix, includendo studi clinici e farmacognostici storici e recenti.

Un’ulteriore conferma che l’uso della radice per i sintomi urinari da BPH rientra nelle categorie tradizionalmente riconosciute in Europa (fonte1, fonte2).

Per quali disturbi della prostata si usa e cosa dice la scienza

Il contesto principale è la sintomatologia urinaria da BPH, il cosiddetto LUTS (frequenza, nicturia, getto debole, sensazione di svuotamento incompleto).

L’ortica viene impiegata soprattutto nei quadri lievi‑moderati, come opzione fitoterapica o in combinazione con altre piante (per esempio con Serenoa repens), con l’obiettivo di alleviare i sintomi e migliorare la qualità di vita (fonte1, fonte2).

La domanda chiave è sempre la stessa: funziona davvero? Le prove più robuste arrivano da trial randomizzati e revisioni sistematiche.

Esiste una metanalisi del 2016 che ha raccolto 5 studi randomizzati per un totale di 1.128 pazienti. Risultato: rispetto a placebo o controlli, la radice di ortica ha mostrato miglioramenti significativi nell’IPSS (punteggio dei sintomi), nel flusso urinario massimo (Qmax) e anche nella dimensione prostatica, senza variazioni rilevanti del PSA; gli autori hanno concluso per un profilo di efficacia e sicurezza favorevole nei LUTS da BPH (fonte1, fonte2).

Tra i trial singoli spicca uno studio randomizzato, doppio cieco, controllato, parzialmente crossover, della durata di 6 mesi più estensione fino a 18 mesi, su oltre 600 uomini con LUTS/IPB.

L’IPSS è sceso in media da ~20 a ~12 nel gruppo ortica (contro cali minori con placebo), il Qmax è aumentato in modo più marcato, il residuo post‑minzionale si è dimezzato e PSA/testosterone non sono cambiati in modo significativo; gli effetti positivi si sono mantenuti nei soggetti che hanno proseguito la terapia. Gli eventi avversi sono stati rari e lievi (fonte1, fonte2).

Un trial clinico del 2020 ha confermato, su scala più piccola (60 pazienti in 12 settimane), un miglioramento clinicamente significativo dell’IPSS, insieme a segnali biologici coerenti con un’azione antinfiammatoria e antiossidante, senza effetti collaterali rilevati (fonte).

Accanto a questi, varie revisioni narrative e sistematiche recenti ribadiscono che l’ortica è tra le piante più studiate per la BPH, con benefici sintomatici e buona tollerabilità, pur sottolineando la disomogeneità di estratti, dosaggi e metodiche tra gli studi (un limite classico della fitoterapia clinica) (fonte1, fonte2).

E nelle linee guida ufficiali, l’ortica compare?

Le Linee Guida EAU (European Association of Urology) sugli LUTS maschili non‑neurogeni vengono aggiornate ogni anno e rappresentano il riferimento europeo.

Nelle versioni più recenti (2023–2024) le Linee Guida non inseriscono la fitoterapia, ortica inclusa, nel percorso raccomandato di prima linea, privilegiando approcci con evidenze di grado più alto (stile di vita, alfa‑bloccanti, inibitori di 5‑α‑reduttasi, ecc.).

In generale, gli estensori riconoscono che per molti fitoterapici “l’efficacia è al più modesta” e le prove non sono sufficienti per raccomandazioni forti, anche se tollerabilità e sicurezza appaiono buone (fonte).

Questo non significa che l’ortica “non funzioni”, ma che l’eterogeneità degli estratti (idroalcolici, acquosi, standardizzati in modo diverso), dei dosaggi e degli endpoint rende difficile esprimere un consensus forte paragonabile ai farmaci regolati.

In pratica, per le società scientifiche la palla è ancora in gioco: servono studi pragmatici, multicentrici e standardizzati.


La radice di ortica contiene composti in grado di modulare vie ormonali e infiammatorie coinvolte nella crescita prostatica, e diversi studi clinici mostrano miglioramenti dei sintomi urinari e del flusso, con buona sicurezza.

Tuttavia, le linee guida europee non la includono ancora tra i trattamenti raccomandati di prima scelta, soprattutto per l’eterogeneità degli estratti e la qualità variabile delle prove.

In uomini con LUTS lievi‑moderati, motivati a un approccio naturale e seguiti dal proprio medico, l’ortica può essere una opzione ragionevole per il sollievo sintomatico.

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