Questa è l’era dei Big Data. Oggi ognuno di noi è un generatore sorprendente di dati che possono essere analizzati e quindi utilizzati in svariati ambiti e il campo medico-sanitario non fa eccezione.

Chi durante una visita medica non si è sentito fare domande come “Lei fuma?”, “Quanto pesa?”, “Qualche patologia particolare in famiglia?”, “Va regolarmente di corpo?”. Ogni risposta a queste domande, anche apparentemente poco utili, rappresenta una fonte preziosissima di informazioni.

Tuttavia, questa imponente mole di dati richiede analisi e interpretazioni adeguate per poterne trarre dei benefici clinicamente significativi per i pazienti.

La statistica tradizionale è stata in grado di elaborare dei modelli che aiutano ogni i medici a prendere decisioni sempre più accurate per individuare la giusta terapia per il singolo paziente. Tuttavia, per quanto riguarda il tumore alla prostata il paziente viene messo molte volte di fronte alla scelta di diversi percorsi terapeutici. Dopo aver ricevuto una diagnosi di tumore, l’uomo ha la possibilità di valutare pro e contro degli approcci che gli vengono presentati e decidere.

Ma quanto è agevole per un “non-medico” pesare benefici ed effetti collaterali di una terapia di cui ha appena appreso l’esistenza? E quanto lo stato emotivo dovuto al momento può influire su questa scelta?

E’ stato visto che un paziente informato ha una probabilità più alta di scegliere terapie migliori e di non andare incontro ai diversi effetti avversi.

Ma come può un paziente analizzare i dati a disposizione per avere un aiuto a prendere decisioni informate?

Recentemente è stato reso disponibile un nuovo sistema basato sul Web che utilizzando un registro per il tumore della prostata, il Michigan Urological Surgery Improvement Collaborative (MUSIC), può fornire agli uomini che hanno appena ricevuto una diagnosi di tumore prostatico localizzato un’opportunità per visualizzare le decisioni terapeutiche di altri pazienti con caratteristiche simili.

Questa piattaforma, chiamata askMUSIC (vai al sito), ha utilizzato i dati provenienti da 7.543 uomini con diagnosi di carcinoma prostatico, sottoposti a diverse terapie come prostatectomia radicale, sorveglianza attiva, radioterapia, deprivazione androgenica e il vigile attesa.

Il sito offre una vasta gamma di informazioni sul tumore alla prostata, dai fattori di rischio alla descrizione delle opzioni di trattamento. E’ attualmente in lingua inglese, ma molto semplice e intuitivo. I pazienti devono inserire alcune variabili tra cui età, valore di PSA, Gleason Score (primario e secondario), numero di biopsie positive, numero totale di biopsie prelevate, peso del paziente e una stima di comorbidità limitata (storia di infarto del miocardio e diabete). A questo punto l’algoritmo di apprendimento automatico fornirà la risposta alla domanda: “Quali trattamenti hanno scelto i pazienti simili a me?”.

L’apprendimento automatico basato sui dati del registro clinico è una nuova strategia per il processo decisionale in ambito medico. askMUSIC consente ai pazienti di interagire direttamente con il modello ed avere chiarezza sulla propria malattia, terapia e vita. Basandosi su informazioni obiettive, questo strumento potrebbe migliorare il processo decisionale del paziente e aumentare la soddisfazione delle cure.

Tuttavia, la quantità e, soprattutto, la qualità delle variabili utilizzate hanno un impatto enorme sulle prestazioni e sulla generalizzabilità di questi modelli di apprendimento automatico. Bisogna tenere conto che l’esito previsto della decisione di trattamento del paziente dipende dalla popolazione di pazienti su cui è stato addestrato l’algoritmo. Queste decisioni terapeutiche sono probabilmente influenzate non solo da ciò che offre il medico curante, ma anche dalle caratteristiche del paziente tra cui personalità, valori e cultura.

Sebbene MUSIC sia una collaborazione tra 45 diverse comunità e centri accademici che rappresentano la maggior parte degli urologi che praticano all’interno del Michigan, i risultati previsti potrebbero essere probabilmente diversi rispetto ad altre regioni del mondo. Pertanto, questi algoritmi potrebbero non essere direttamente applicabili a tutti i pazienti e richiedere di volta in volta la convalida.

Indipendentemente da ciò, il fascino dell’apprendimento automatico è che i modelli continuano ad imparare e sono facili da “riqualificare” con l’inserimento di nuovi dati, massimizzando l’accuratezza predittiva in diverse popolazioni di pazienti con diversi profili demografici e clinici.

Bisogna ricordare che l’addestramento di questi modelli automatici dipende dall’accuratezza dei dati che vengono inseriti e quindi dall’uomo. Questo ci dice che l’intelligenza artificiale non sostituirà il medico nel processo decisionale condiviso, ma potrà rappresentare un interessante supporto nella scelta di un percorso terapeutico più personalizzato possibile.

Almeno per ora.

Ogni anno nel mondo milioni di uomini si sottopongono a numerose biopsie della prostata per il sospetto della presenza di un tumore alla prostata.

E moltissimi di questi uomini vanno incontro ad una prostatectomia radicale (asportazione totale della prostata), che nella quasi totalità dei casi porta a conseguenze devastanti come incontinenza, impotenza e trauma psicologico.

Ma il fatto più sconcertante è che la maggior parte di questi uomini non sarebbe mai morta di tumore alla prostata, poichè nella maggior parte dei casi è una malattia che cresce così lentamente da non dare origine neanche ai sintomi più comuni.

Ma perché vengono eseguiti così tanti interventi e procedure mediche superflue?

Nel 1970 il medico e scienziato americano Richard J. Ablin scoprì una molecola espressa in maniera esclusiva dalla prostata, il PSA (Antigene Specifico della Prostata). Ablin si accorse che il PSA non era prodotto dal tumore, ma da tutte le cellule della prostata, ma notò che una volta asportato totalmente l’organo, la presenza di PSA nel sangue era indice del fatto che il tumore fosse ancora presente nel paziente. Inizialmente, infatti, venne sviluppato un test in cui veniva misurato il PSA per valutare la presenza di recidive.

Tuttavia, la misurazione del PSA iniziò gradualmente ad essere utilizzata prima per tutti i pazienti con un tumore alla prostata (anche quelli poco aggressivi) e poi anche a quei soggetti che avevano solo un sospetto di malattia. Di conseguenza, molte aziende iniziarono a produrre i kit per misurare il PSA, intuendo la possibilità di profitto.

Dopo una fase molto controversa, nel 1994 il dosaggio del PSA venne approvato dalla FDA per l’uso routinario negli uomini sopra i 50 anni come uno screening per la diagnosi precoce del tumore alla prostata. La decisione fu comunque già allora contrastata da parte della comunità medica per la scarsa specificità di questo esame, fino al 78% di falsi positivi.

Recentemente, lo stesso Ablin ha pubblicato un libro intitolato “Il grande inganno sulla prostata” in cui afferma che la decisione del FDA avvenne sotto la spinta di potenti lobby con grandi interessi economici.

Nel 2013, durante il congresso annuale degli urologi statunitensi (AUA) si iniziò a percepire evidentemente che il test del PSA non dovesse essere più utilizzato per lo screening sulla popolazione totale. Nel libro il Dr. Ablin si chiede per quale ragione il test del PSA fosse stato usato su larga scala per oltre vent’anni, nonostante fosse chiaramente riconosciuto come non idoneo.

In conclusione il Dr. Ablin non boccia completamente l’utilizzo del test del PSA. Questo esame dovrebbe essere prescritto a chi presenta dei fattori rischio (come avere una storia di tumore alla prostata in famiglia) e dovrebbe essere ripetuto più volte per monitorare se la quantità di PSA aumenta nel tempo.

Il PSA è un ottimo marcatore, ma non viene utilizzato nel modo corretto.

Se vuoi conoscere come funziona il nostro innovativo test delle urine per il tumore alla prostata clicca QUI.

Per molte persone è normale dormire poco o non dormire abbastanza durante la settimana e poi cercare di recuperare le energie perse durante il week-end.

Ma uno studio pubblicato recentemente sulla rivista scientifica Current Biology mostra che questa strategia non annullerà gli effetti negativi della privazione del sonno sul corpo.

In questo studio i ricercatori hanno osservato che le persone che dormivano solo cinque ore per notte avevano sviluppato dei cambiamenti nel loro metabolismo, come un calo del 13% della sensibilità all’insulina ed un aumento del peso di circa 1,5 chili, rispetto agli individui che hanno dormito 9 ore a notte.

E’ stato visto inoltre che il recupero del sonno durante il fine settimana era in grado di prevenire la disregolazione metabolica associata a sonno insufficiente ricorrente.

Un altro studio della Harvard School of Public Health di Boston ha evidenziato che la melatonina, ormone che regola il sonno, avrebbe un ruolo importante nello sviluppo del tumore alla prostata.

È emerso che gli uomini che non avevano problemi ad addormentarsi e quindi avevano livelli di melatonina superiori alla media avevano il 30% di probabilità in meno di sviluppare un tumore alla prostata ed un rischio inferiore del 75% di sviluppare questa malattia in forma avanzata, rispetto ad individui con livelli di melatonina inferiori alla media.

I livelli di melatonina dipendono da vari fattori, come la quantità e la qualità del sonno: quando i ritmi sonno-veglia vengono interrotti, l’organismo produce meno melatonina.

Questo studio della Harvard School apre ad un interessante ambito di ricerca che necessita di ulteriori indagini per essere convalidato.

fonte: https://www.cell.com/current-biology/pdfExtended/S0960-9822(19)30098-3

Con l’arrivo del caldo ed il conseguente senso di debolezza molte persone non perdono tempo nel ricorrere agli integratori alimentari. Come evidente già dal nome, gli integratori alimentari hanno il ruolo di integrare la comune dieta, costituendo una fonte concentrata di sostanze nutritive quali vitamine, fibre, sali minerali, acidi grassi essenziali, aminoacidi, ecc.

Ultimamente il loro consumo è cresciuto notevolmente, soprattutto per via della diffusa convinzione che gli integratori alimentari possano essere un modo non faticoso per restare in forma e della loro facile reperibilità. E’ vero che gli integratori possono effettivamente dare un contributo importante alla salute nel momento in cui ci sia una carenza, ma è sicuramente importante che il loro consumo sia responsabile e consapevole.

Paradossalmente, le persone che fanno più spesso ricordo agli integratori alimentari sono quelle che hanno generalmente già stili di vita sani, ma che desiderano in qualche modo aumentare ulteriormente il proprio benessere psico-fisico. In realtà, l’utilizzo non controllato degli integratori alimentari può portare agli effetti opposti.

Per prima cosa bisogna ricordare che, per la maggior parte delle persone, una dieta varia ed equilibrata dovrebbe fornire tutte le sostanze nutritive di cui il nostro organismo ha bisogno.

Seconda cosa, gli effetti che ci possiamo aspettare dall’assunzione di un integratore alimentare dipendono molto dalla persona: età, sesso, abitudini alimentari, stile di vita, eventuali patologie e terapie in corso, ecc. malattie e/o condizioni intercorrenti. E’ quindi importante evitare il “fai da te” e approfondire con un professionista della salute se un tipo di integratore che si intende assumere è compatibile con le proprie condizioni di salute, o se invece potrebbe avere magari interazioni con dei farmaci che assumiamo abitualmente, per esempio.

Terza cosa, ma forse la più importante, è bene sapere che vitamine e minerali fanno bene alla nostra salute, ma che una assunzione esagerata può essere addirittura molto dannosa per il nostro corpo.

Negli ultimi anni stanno aumentando le evidenze riguardo ai benefici che alcuni tipi di alimenti possono avere sull’andamento di diverse patologie, anche oncologiche. Nel caso del tumore alla prostata è stato, per esempio, osservato che alcuni elementi come il selenio e i licopeni contenuti nei pomodori avessero degli effetti protettivi nei confronti del tumore alla prostata (vedi l’articolo sulla nutrizione).

Lo zinco svolge un ruolo cruciale nel mantenimento della salute prostatica, contribuendo alla regolazione della crescita cellulare e alla prevenzione dell’infiammazione. Studi hanno dimostrato che livelli adeguati di zinco possono aiutare a ridurre i sintomi associati alla iperplasia prostatica benigna, migliorando la qualità della vita dei pazienti. Pertanto, l’inclusione di zinco negli integratori è una pratica comune per supportare la salute della prostata.

A questo proposito, diversi piccoli studi sono stati condotti per verificare se l’uso di integratori alimentari contenenti anche selenio e licopeni potessero essere usati in aggiunta alle terapie classiche. In alcuni casi è stato osservato un ritardo nella crescita del tumore oppure un alleviamento dei sintomi.

Tuttavia, in uno studio torinese un gruppo di pazienti che ha ricevuto alte dosi di selenio, licopeni e polifenoli del te’ verde, ha sviluppato un tumore più aggressivo rispetto al gruppo di pazienti che ha ricevuto pillole contenenti placebo.

Queste evidenze sottolineano che ulteriori studi sono necessari per determinare come l’uso di integratori alimentari possa essere indicato per pazienti oncologici.

In definitiva, prima di assumere un integratore alimentare bisognerebbe porsi una semplicissima domanda: ne ho realmente bisogno?

Indicazioni Ministero della salute – Clicca qui

Report del National Heath Service del Regno Unito – Clicca qui

Sia dentro che fuori, il nostro corpo è popolato da una vasta gamma di microrganismi, funghi, virus, ma soprattutto batteri. Ma una volta, i microbi non erano pericolosi?

Alcuni di loro sì, ma altri invece svolgono delle funzioni molto importanti per il nostro corpo: aiutano le funzioni del sistema immunitario, scompongono alcuni nutrienti rendendoli disponibili alle nostre cellule e prevengono la colonizzazione da parte di microbi dannosi. 

La maggior parte dei microbi che fanno bene, risiedono nell’intestino e costituiscono la cosiddetta “flora intestinale”. Da dove arrivano i microbi intestinali? Il primo incontro con questi batteri avviene già al momento della nascita, attraverso il canale del parto. E questo primo contatto sembra essere estremamente importante: è stato infatti osservato che i bambini nati da taglio cesareo hanno un rischio più elevato di sviluppare patologie diverse tra cui l’asma e il diabete di tipo 1 (fonte).

La nostra flora intestinale cambia rapidamente nel nostro primo o secondo anno di vita, modellata dai microbi del latte materno, dell’ambiente e altri fattori, e si stabilizza intorno ai tre anni. Ma il nostro ambiente, la nostra dieta, lo stress e i farmaci che prendiamo, come gli antibiotici, hanno un forte impatto sulla flora batterica (o microbioma) durante la nostra vita.

Ma quanti sono i microbi che abitano il nostro corpo? In un individuo adulto le cellule microbiche sono 10 volte superiori a quelle del proprio corpo. Siamo più batteri che umani! Questo aspetto ci deve ricordare che il nostro corpo è cresciuto in stretto contatto con questi microbi. Loro si sono adattati a noi e noi ci siamo adattati a loro.

E’ quindi chiaro che una perturbazione del nostro microbioma si rifletterà sulla nostra salute. Negli ultimi anni modificazioni del microbioma, in particolare, sono state associate a una grande varietà di malattie e condizioni, dal diabete all’autismo e dall’ansia all’obesità. Il microbioma intestinale è stato anche collegato al modo in cui gli individui rispondono a determinati farmaci, compreso il modo in cui i pazienti oncologici rispondono alla chemioterapia.

Inoltre, ci sono prove a supporto del concetto che la rottura dell’equilibrio del microbioma (o disbiosi) intestinale possa contribuire allo sviluppo dei tumori. In particolare, è stata osservata un’associazione tra cicli ripetuti di antibiotici e lo sviluppo di diversi tipi di tumori.  E’ attualmente argomento di studio comprendere i meccanismi attraverso i quali la disbiosi possa influenzare la comparsa e la crescita del tumore (fonte). Il consiglio generale è di cercare di tenere sempre in salute la propria flora.

A questo proposito entrano in gioco i prebiotici e probiotici: i primi sono sostanze che aiutano i microbi utili a prosperare, mentre i secondi sono i microbi stessi che si ritiene siano utili per la salute, come le specie Lactobacillus e Bifidobacterium. Sia i prebiotici che i probiotici si trovano negli alimenti naturalmente fermentati o possono essere presi come integratori.

Tuttavia ci sono ancora poche informazioni su quali dovrebbero essere utilizzati dai singoli individui, per una situazione particolare, e se possono apportare benefici a persone sane, come prevenire le malattie. Esiste comunque qualche evidenza sul fatto che i probiotici possano dare dei benefici nei soggetti che stanno seguendo una terapia antibiotica.

Ovviamente un dieta bilanciata, quale la dieta mediterranea, sembra essere la scelta migliore. Infatti diversi studi clinici sono attualmente in corso per dimostrare gli effetti di una determinata dieta sulla flora intestinale e quindi sulla salute delle persone.

L’avvento dell’era digitale ha rivoluzionato le modalità, ma soprattutto la possibilità di accesso alle informazioni riguardo alla salute. Consultando internet in maniera quasi istantanea qualsiasi persona può ottenere molte notizie su argomenti di tipo medico, dal raffreddore ai tumori.

Il peso crescente che il web ha nella costruzione del sapere dei cittadini in ambito salute è testimoniato da numerose ricerche. Diverse indagini hanno rilevato che circa il 40% degli italiani cerca informazioni riguardo alla salute su internet in maniera costante e sempre più spesso attraverso i social network (fonti: Censis, GFK Eurisko).

L’uso di questi strumenti non deve e non può ovviamente sostituire il rapporto con il medico, ma può offrire una serie di vantaggi nella gestione delle patologie, specie per quel che riguarda tutti quegli aspetti non strettamente clinici. La gestione emozionale della malattia è un campo in cui il sistema sanitario risulta carente ed è evidente che gli strumenti di aggregazione possano avere dei forti effetti positivi. E’ ovviamente da tenere in considerazione la possibilità dei rischi insiti nell’uso di internet per informazioni sulla salute, come la possibilità di incappare in notizie false e non sostenute dalla comunità medica.

Da diverso tempo in paesi come gli Stati Uniti stanno nascendo alcuni social network di pazienti in cui scambiare informazioni e comunicare. Uno degli esempi di successo di questa idea è rappresentato dal The International Heart Hub (iHHub), la prima organizzazione non profit globale, che riunisce gruppi di pazienti in diversi paesi del mondo, per diffondere una consapevolezza dello scompenso cardiaco, migliorando la qualità della vita dei pazienti.

L’obiettivo di queste nuove realtà è tenere i contatti con il maggior numero possibile di pazienti, senza che nessuno rimanga isolato o che si senta solo ad affrontare la propria condizione.

Per garantire una buona cultura della prevenzione, deve esserci un’informazione di buona qualità e comunicata con un linguaggio appropriato secondo il target. Non è però sufficiente solo trasmettere informazioni corrette, ma bisogna coinvolgere gli utenti mettendoli al centro del sistema salute. I social network consentono di recuperare la fiducia dei cittadini e la possibilità di interagire con le istituzioni è un fattore importante per catturare la loro attenzione e utilizzare strumenti, come lo storytelling, per generare un dialogo.

Gli effetti positivi dell’uso dei social network da parte degli organi istituzionali sono dimostrati da diversi studi e sembrano dipendere dal fatto che il trovarsi a contatto con situazioni simili generi aspettative positive, portando il paziente ad emulare nel bene gli altri utenti. Inoltre, ci sono alcune dinamiche social che risultano positive quando applicate alla gestione della malattia: nel caso delle community di diabete misurare frequentemente la glicemia, ad esempio, e condividere il risultato porta altri pazienti a fare altrettanto (fonte). Gli studi evidenziano proprio che i social possono contribuire a modificare positivamente i comportamenti e i gli stili di vita (fonte). Oltre a favorire lo scambio d’informazioni tra pazienti questi siti possono migliorare i trattamenti, e in qualche caso far risparmiare risorse economiche. Quando i pazienti imparano dall’esperienza degli altri, tendono a fare meno test diagnostici di cui non hanno bisogno e chiedono anche migliori trattamenti, che nella maggior parte dei casi risultano più economici.

Anche nel campo delle malattie oncologiche sono nate diverse comunità on line con l’obiettivo primario di fornire informazioni corrette e comprensibili a pazienti e volontari, ed un sostegno psicologico nei momenti più difficili.

Diversi studi hanno mostrato che una diagnosi di cancro possa essere molto stressante ed il sostegno di persone con esperienze simili si è dimostrato molto efficace nel ridurre questo stress (fonte). Il sostegno di persone con esperienze in comune è un sistema per dare e ricevere aiuto, basato sul principio di rispetto reciproco e comprensione condivisa del percorso dei malati di cancro. L’opportunità di entrare in contatto con persone che hanno vissuto l’esperienza del cancro può essere molto efficace nel ridurre lo stress psicologico.

Le comunità di pazienti create online, o comunità virtuali rappresentano una nuova forma di aggregazione, sviluppatasi con l’avvento delle reti telematiche. Si tratta di luoghi appunto “virtuali”, in cui gruppi di utenti, uniti da interessi e bisogni comuni, si incontrano e dialogano in tempo reale, superando qualsiasi tipo di barriera geografica.

L’interazione, in questo tipo di contesto, si basa solo su ciò che gli utenti scrivono, annullando le differenze nella gerarchia sociale e organizzativa. Caratteristiche come classe, genere, età, modo di vestire, assumono un aspetto ininfluente ai fini dell’interazione, che per questo si rivela unica e altamente “democratica”.

Queste evidenze sottolineano l’importanza delle comunità virtuali per la gestione dei pazienti oncologici e suggeriscono che l’utilizzo di questo strumento possa aiutare i pazienti ad affrontare una diagnosi  di tumore.

Molto probabilmente tutti gli uomini sopra i 50 anni sanno cos’è il test del PSA.

Il PSA è una molecola prodotta dalla prostata, presente in minima quantità nel sangue, ma che aumenta con l’età e in presenza di patologie alla prostata, tra cui i tumori. Generalmente si considera nella norma un valore di PSA inferiore a 4 ng/ml, ma il risultato dell’esame deve essere sempre messo in relazione con l’età e con la storia clinica dell’individuo.
Nella maggior parte dei casi, livelli di PSA superiori a 4 ng/ml comportano l’esecuzione di biopsie prostatiche per confermare o smentire il sospetto della presenza di tumore alla prostata. Tuttavia, circa 3 uomini su 4 che presentano un PSA sospetto non hanno un tumore alla prostata.

Un altro problema legato al test del PSA è la presenza di falsi negativi. Anche in soggetti con valori di PSA inferiori ai 4 ng/ml è possibile riscontrare la presenza di tumore alla prostata, perfino di alto grado. A questo si aggiunge il problema della sovra-diagnosi. Si stima che fino al 40% dei tumori diagnosticati siano tumori che non si manifesterebbero clinicamente durante la vita del paziente.

Fino a poco tempo fa, il test del PSA era considerato un esempio di successo nella diagnosi precoce del tumore alla prostata, principalmente perchè portava a risultati terapeutici migliori. Ma negli ultimi anni, una serie di studi ha concluso che il test del PSA da solo non è sufficientemente affidabile per la diagnosi precoce.

Recentemente il test del PSA ha ricevuto una valutazione “D” dalla US Preventive Services Task Force. In altre parole il test è sconsigliato come esame per la popolazione totale e prima di essere prescritto occorre informare sufficientemente il paziente su pro e contro.

Buone notizie dal mondo della ricerca

Uno dei problemi con gli attuali test del PSA è che sono una misura unica per una proteina che gli uomini producono naturalmente a diversi livelli. Un nuovo studio ha identificato a livello genetico degli indicatori dei livelli normali del PSA in uomini sani, che potrebbero essere utilizzati per migliorare l’accuratezza del test del PSA.

Questo studio, condotto dal Prof John Witte e Stephen K. Van Den Eeden, suggerisce che il test del PSA potrebbe riguadagnare il suo posto nella prevenzione del cancro prendendo in considerazione variazioni genetiche che influenzano la quantità di PSA che ogni uomo produce naturalmente in maniera diversa.

Utilizzando un’ampia popolazione di studio (28.503 uomini della prima coorte e 17.428 della coorte di replica), il gruppo di Witte è stato in grado di identificare 40 regioni geniche che insieme predicono circa il 10% della variazione normale nei livelli di PSA negli uomini che non hanno un tumore alla prostata. Gli autori suggeriscono che altre regioni genetiche (ancora in fase di studio) potrebbero spiegare un ulteriore 30% della variazione normale di PSA.

Comprendere i livelli naturali di PSA di ciascun individuo potrebbe far sì che questo test possa prevedere in maniera più accurata il rischio effettivo di tumore alla prostata, per costruire un test di screening personalizzato per il tumore alla prostata.

Il PSA è un ottimo marcatore, ma non viene utilizzato nel modo corretto.

Se vuoi conoscere come funziona il nostro innovativo test delle urine per il tumore alla prostata clicca QUI.

referenza: https://www.nature.com/articles/ncomms14248

Nel percorso diagnostico di un paziente con un sospetto di tumore alla prostata, a causa di valori elevati del PSA o anomalie all’esplorazione rettale, la risonanza magnetica multiparametrica (definita con la sigla mpMRI) rappresenta un buono strumento per decidere se eseguire o meno la biopsia prostatica. 

La risonanza magnetica multiparametrica rappresenta ad oggi la metodica di diagnostica per immagini più affidabile tra quelle disponibili per la diagnosi del tumore alla prostata, con risultati nettamente superiori a quella di altre procedure, come l’ecografia e la TAC.          

Grazie all’avanzamento delle nuove tecnologie di diagnostica per immagini, la risonanza magnetica multiparametrica possiede un elevato valore predittivo positivo, ovvero chi risulta “molto” positivo all’esame ha una altissima probabilità di avere un tumore alla prostata e quindi dovrà essere avviato all’esecuzione della biopsia prostatica. Inoltre, grazie alle moderne metodiche fusione delle immagini ottenute in risonanza con quelle ecografiche, la biopsia risulterà più precisa rispetto alla biopsia standard.

Il termine “multiparametrica” deriva dal fatto che considera dei parametri aggiuntivi rispetto alla risonanza magnetica tradizionale. Oltre a valutare la struttura della prostata, questi parametri sono: la diffusione (che misura la proliferazione cellulare, aumentata nei tumori) e la perfusione (che misura la vascolarizzazione di una lesione).

Il sistema PIRADS

Dato che la distinzione tra un risultato negativo e uno positivo non è mai netta, è stato messo a punto un sistema per definire la probabilità di aver individuato un tumore. Questo sistema prende il nome di PI-RADS (“Prostate Imaging Reporting And Data System”) che  si basa su una scala di valori da 1 a 5. Il valore rappresenta la probabilità che venga evidenziato un tumore:

  • PI RADS 1 – Rischio molto basso: altamente improbabile la presenza di un tumore clinicamente significativo
  • PI RADS 2 – Rischio basso: improbabile la presenza di un tumore clinicamente significativo
  • PI RADS 3 – Rischio intermedio: la presenza di un tumore clinicamente significativo è incerta (50%)
  • PI RADS 4 – Rischio alto: probabile la presenza di un tumore clinicamente significativo
  • PI RADS 5 – Rischio molto alto: altamente probabile la presenza di un tumore clinicamente significativo

In pratica una risonanza magnetica multiparametrica prostatica nel cui referto indicata un PI-RADS 1 o 2 va considerata negativa. In presenza di lesioni PI-RADS 4 o 5, al contrario, l’esame va considerato positivo.

I referti con PI-RADS 3 sono invece considerati dubbi. In questi casi la decisione se eseguire la biopsia dipende anche dagli altri fattori di rischio (come il valore del PSA o l’esplorazione rettale).  Attualmente, in via prudenziale, tutti i pazienti con un reperto PI-RADS 3 vengono generalmente sottoposti a biopsia prostatica.

Recentemente, nei casi con PI-RADS 3 sta emergendo la valutazione del PSA density, un parametro che si ottiene dividendo il valore del PSA per il volume della prostata, per permettere di discriminare alcuni casi dubbi.

Nonostante i vantaggi di questa nuova tecnica nel diminuire il numero di biopsie su soggetti sani, va ricordato che, come osservato in diversi studi, circa un terzo dei tumori alla prostata rilevanti può non essere visto dalla risonanza magnetica multiparametrica, evidenziando alcuni limiti che ancora caratterizzano questa tecnica.

Inoltre, è importante ricordare che un PI-RADS 4 indica una probabilità moderata-alta di malignità, ma non garantisce la presenza di un tumore. Infatti, in alcuni casi, una lesione classificata come PIRADS 4 può dare dei risultati falsi positivi.

Questo può accadere a causa di condizioni benigne come l’infiammazione prostatica o la calcificazione, che possono apparire simili a un tumore maligno nelle immagini della risonanza magnetica.

Le attuali linee guida Europee, consigliano di non utilizzare la risonanza magnetica come esame di prima livello, ma suggeriscono di eseguirla prima di sottoporre un uomo a biopsia prostatica, sia per confermare o meno il sospetto di un tumore, sia per eseguire i prelievi bioptici in maniera mirata.

referenza: https://www.europeanurology.com/article/S0302-2838(18)30930-8/fulltext

Il tumore alla prostata è la neoplasia maligna più frequente nella popolazione di sesso maschile in Europa e in Nord e Sud Il carcinoma prostatico è la neoplasia maligna più comune tra gli uomini in Europa e nelle Americhe.

La sua incidenza cresce con l’età, raggiungendo il picco tra i 65 e i 74 anni, mentre l’età media alla diagnosi è compresa tra i 60 e i 70 anni. Questo andamento è legato sia a fattori biologici sia alla diffusione dei test di screening, in particolare il dosaggio del PSA.

Incidenza e sopravvivenza: cosa dicono i dati

Negli ultimi decenni, la sopravvivenza è migliorata in modo significativo. In Italia, la probabilità di essere vivi a cinque anni dalla diagnosi supera il 90%, soprattutto quando il tumore viene individuato in fase iniziale.

Questo dato è in linea con quanto osservato nei Paesi occidentali, dove la mortalità è in costante calo grazie alla diagnosi precoce e alle terapie mirate. Tuttavia, la sopravvivenza diminuisce con l’età: negli uomini tra i 55 e i 64 anni si attesta intorno all’80–90%, mentre oltre i 75 anni scende al 50–60% (fonte).

Sopravvivenza a lungo termine e mortalità nel tumore alla prostata

La mortalità legata al tumore alla prostata varia significativamente in base alla classe di rischio alla diagnosi. Grazie ai progressi nelle strategie terapeutiche e nella sorveglianza attiva, la sopravvivenza globale a 15 anni è oggi molto elevata per i pazienti con malattia a basso rischio, mentre tende a ridursi in maniera proporzionale all’aumentare dell’aggressività tumorale. I dati di follow-up a lungo termine mostrano che i pazienti con tumori localizzati e basso rischio presentano una probabilità di sopravvivenza prossima al 90-95%, mentre nelle forme ad alto rischio la sopravvivenza si riduce sensibilmente, riflettendo un maggior tasso di progressione e mortalità specifica. Questa differenza sottolinea l’importanza di una corretta stratificazione iniziale e di percorsi terapeutici personalizzati.

Classe di rischioProbabilità di morte per tumore alla prostata (in 10 anni)
Molto basso (PSA < 10, stadio T1c, grado 1)1%
Basso (PSA < 10, stadio T1-T2a, grado 1)1%
Intermedio favorevole (PSA 10–20, stadio T2b, grado 2)1%
Intermedio sfavorevole (PSA 10–20, stadio T2b, grado 3)1-2%
Alto (PSA > 20, stadio T2c, grado 4)2-6%
Molto alto (PSA > 20, stadio T3–T4, grado 5)3-20%

Fonte: https://www.cancer.org/cancer/types/prostate-cancer/detection-diagnosis-staging/survival-rates.html

Nei casi più avanzati, con linfonodi positivi (N+) o metastasi (M+), la sopravvivenza si riduce drasticamente, ma anche in questi casi le terapie possono offrire un controllo della malattia e migliorare la qualità della vita.

Disparità etniche e geografiche

Le differenze tra popolazioni sono marcate. Gli uomini afroamericani presentano un rischio di sviluppare la malattia superiore del 75% rispetto ai caucasici e una mortalità quasi doppia (fonte).

Le cause sono multifattoriali: varianti genetiche, come quelle nella regione 8q24, si combinano con fattori socioeconomici e ambientali. Al contrario, le popolazioni asiatiche mostrano i tassi più bassi, probabilmente per differenze dietetiche e stili di vita.

Screening e diagnosi precoce

Lo screening con PSA è stato oggetto di ampi studi randomizzati. Il trial ERSPC, con oltre 23 anni di follow-up, ha dimostrato che lo screening riduce la mortalità specifica del 13%, ma richiede di invitare centinaia di uomini per prevenire un singolo decesso (fonte).

Il trial CAP, condotto nel Regno Unito, ha evidenziato un beneficio assoluto molto contenuto (Martin et al., JAMA, 2018). Per questo motivo, oggi si tende a proporre lo screening in modo selettivo, evitando l’overdiagnosi.

Sorveglianza attiva: una strategia sicura

Nei tumori a basso rischio, la sorveglianza attiva è diventata una strategia consolidata.

Nel trial ProtecT, dopo 15 anni non c’erano differenze significative nella mortalità specifica tra chirurgia, radioterapia e sorveglianza attiva. Tuttavia, metastasi e progressioni cliniche sono risultate maggiori nel braccio di sorveglianza, pur senza compromettere la sopravvivenza specifica (fonte).

Questo approccio riduce gli effetti collaterali delle terapie radicali, senza compromettere la sopravvivenza.

Stile di vita e prevenzione

L’obesità è associata a forme più aggressive, mentre una dieta ricca di fibre, frutta e verdura sembra avere un effetto protettivo (fonte). Al contrario, un consumo eccessivo di grassi saturi e carni rosse può favorire l’infiammazione e aumentare il rischio. Anche l’attività fisica regolare contribuisce a ridurre il rischio di progressione.


Oggi “morire di tumore alla prostata” è molto meno frequente rispetto al passato. La maggior parte dei pazienti convive con la malattia per molti anni, grazie alla diagnosi precoce, alle terapie personalizzate e a un approccio che bilancia efficacia e qualità di vita.

Restano però sfide aperte: ridurre le disparità globali, migliorare la selezione dei pazienti per lo screening e promuovere stili di vita salutari.