Un recente articolo scientifico conferma che un nuovo test rapido delle urine, chiamato ZenPSA-pro, può aiutare ad evitare la biopsia prostatica a chi non ha un tumore alla prostata.

Il tumore alla prostata è una delle neoplasie più frequenti nella popolazione maschile. Nonostante ciò, la sua diagnosi rimane ancora oggi un percorso complesso, spesso lungo e, soprattutto, carico di incertezze.

Molti uomini affrontano biopsie prostatiche invasive senza poi ricevere una diagnosi di tumore clinicamente significativo.

Se da un lato, non avere un tumore è sicuramente una buona notizia, aver dovuto eseguire visite ed esami comporta ansia, stress, possibili complicanze e un notevole impatto sul sistema sanitario, senza un reale beneficio per il paziente.

Un nuovo studio, condotto presso l’Ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano dall’équipe di Urologia coordinata dal professor Francesco Porpiglia, attiva sia al San Luigi sia al IRCCS di Candiolo, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Prostate cancer and prostatic diseases, propone una possibile svolta: un test urinario rapido per la misurazione di PSA e zinco, due molecole strettamente legate alla fisiologia della prostata.

I risultati sono promettenti e suggeriscono che questo semplice esame potrebbe ridurre fino al 50% le biopsie inutili in uomini sani o con malattia non clinicamente significativa.

Il limite dell’attuale percorso diagnostico

Il PSA sierico rappresenta da decenni il cardine dello screening e della diagnosi del tumore alla prostata. Tuttavia, la sua bassa specificità è ben nota: valori elevati possono essere associati a condizioni benigne come iperplasia prostatica o prostatite.

L’introduzione della risonanza magnetica multiparametrica (mpMRI) ha ridotto i falsi positivi del PSA, ma non ha risolto del tutto il problema.

Anche dopo la risonanza si hanno molti casi borderline, come i pazienti con PIRADS 3 e PSA nella cosiddetta zona grigia.

Il risultato è che una percentuale significativa di uomini viene sottoposta a biopsia prostatica senza che venga identificato un tumore clinicamente significativo, ovvero una neoplasia che richieda un trattamento immediato.

Perché urine, PSA e zinco?

Negli ultimi anni si è assistito a una corsa allo sviluppo di nuovi biomarcatori, basati su sangue, urine o tessuti. Molti di questi test si fondano su complesse analisi molecolari o genetiche.

Tuttavia, il tumore alla prostata è spesso multifocale ed estremamente eterogeneo dal punto di vista genetico: un singolo segnale molecolare difficilmente può rappresentare le diverse malattie che si sviluppano negli uomini di tutto il mondo.

L’approccio sviluppato da NIB biotec e validato dal gruppo di Orbassano è concettualmente diverso e biologicamente intuitivo.

PSA e zinco (uPSA e uZinc) sono i normali prodotti di una prostata sana e funzionante. La trasformazione neoplastica comporta una perdita progressiva di queste funzioni fisiologiche.

Misurarle nelle urine significa quindi osservare non tanto “ciò che il tumore produce”, ma ciò che la prostata smette di fare quando diventa malata. E questo succede progressivamente durante lo sviluppo del tumore dentro l’organo.

Questo concetto era già stato dimostrato in studi precedenti dallo stesso gruppo di ricerca. In particolare, Amparore et al. (2024, Minerva Medica) avevano mostrato come i livelli di PSA e Zinco urinario fossero significativamente più bassi nei pazienti con tumore alla prostata e inversamente correlati con l’aggressività della malattia.

Il nuovo test ZenPSA-pro: cosa aggiunge?

Lo studio appena pubblicato ha avuto come obiettivo la validazione clinica di un test urinario rapido, utilizzabile direttamente in ambulatorio, senza necessità di laboratorio centralizzato.

I risultati principali possono essere riassunti in tre punti chiave:

  1. Affidabilità analitica
    Il test rapido mostra una forte correlazione con i metodi standard di laboratorio per la misurazione di PSA e zinco urinari, confermandone l’affidabilità.
  2. Correlazione con aggressività e stadio della malattia
    I livelli di PSA e Zinco urinari risultano inversamente correlati con il grading ISUP, lo stadio clinico e il rischio di progressione.
  3. Riduzione delle biopsie inutili
    Il 51% degli uomini in cui non è stato diagnosticato un tumore alla prostata è risultato negativo al test urinario, suggerendo che oltre la metà delle biopsie eseguite su soggetti sani avrebbe potuto essere evitata.

Un valore aggiunto nei casi dubbî

Il contesto in cui il test sembra offrire il massimo beneficio è quello più problematico: pazienti con PIRADS 3 e PSA borderline. Non a caso, le più recenti Linee Guida EAU 2025 stanno rivedendo l’indicazione alla biopsia in questi casi, suggerendo un approccio più selettivo, ma ancora non sono univoci e condivisi i criteri.

In questo scenario, un test urinario semplice e rapido potrebbe rappresentare uno strumento di triage, capace di distinguere chi necessita davvero di ulteriori accertamenti da chi può essere seguito con un follow-up attento.

Un filone di ricerca torinese consolidato

Questo lavoro si inserisce in un filone di ricerca più ampio iniziato presso la Città della Salute e della Scienza di Torino.

Studi precedenti, come quello di Occhipinti et al. (2021, Cancers) e Maddalone et al. (2023, Cancers), hanno osservato separatamente la capacità di PSA e Zinco urinario di rappresentare degli interessanti biomarcatori, per disegnare strategie integrate per migliorare la selezione dei pazienti candidati a biopsia.

Inoltre, il primo prototipo del test urinario per la misurazione combinata di PSA e Zinco è stato sviluppato in collaborazione con il gruppo di chimica analitica dell’Università degli Studi di Torino, ponendo le basi tecnologiche e metodologiche per i successivi studi clinici.

Impatto su pazienti, medici e sistema sanitario

L’aspetto forse più rivoluzionario di questo test non è solo l’accuratezza, ma la modalità di utilizzo. Essendo eseguibile direttamente in ambulatorio:

  • riduce l’ansia del paziente, evitando percorsi diagnostici lunghi e incerti;
  • facilita l’accesso ad un percorso diagnostico, decentralizzando gli esami;
  • migliora il workflow clinico, consentendo una migliore definizione delle priorità;
  • riduce i tempi di attesa per esami invasivi e costosi;
  • abbassa la spesa sanitaria, evitando procedure inutili;
  • rafforza il rapporto medico–paziente, grazie a una decisione condivisa basata su informazioni aggiuntive.

In un’epoca di crescente pressione sui sistemi sanitari, un test semplice, economico e decentralizzato rappresenta un valore enorme, anche in contesti a risorse limitate.


Questo nuovo test urinario per PSA e zinco non promette di “sostituire” gli strumenti diagnostici esistenti, ma di renderli più intelligenti e meno invasivi.

Ridurre biopsie inutili senza compromettere la diagnosi dei tumori clinicamente significativi significa migliorare la qualità delle cure, tutelare i pazienti e ottimizzare le risorse.

Il prossimo passo sarà quello di finalizzare il prodotto industriale e ottenere la certificazione.

Se i risultati verranno confermati su larga scala, potremmo trovarci di fronte a un piccolo grande cambiamento nel percorso diagnostico del tumore alla prostata.

LEGGI L’ARTICOLO: https://www.nature.com/articles/s41391-025-01030-2#Fun

SCARICA IL PDF: https://rdcu.be/eTSnG

Capire se e quanto il tumore della prostata possa ripresentarsi dopo il trattamento è una delle domande più frequenti dopo un trattamento.

In particolare, i medici parlano di recidiva biochimica (BCR) quando il PSA torna a salire oltre una certa soglia dopo l’intervento o altri trattamenti.

Dopo prostatectomia radicale, la BCR è di solito definita come PSA ≥ 0,2 ng/mL confermato, un criterio adottato in molti studi che hanno sviluppato e validato gli strumenti di rischio come CAPRA (Cooperberg 2006, Cancer; UCSF – pagina informativa CAPRA).

Che cos’è il CAPRA e perché è utile

Il CAPRA (Cancer of the Prostate Risk Assessment) è un punteggio che stima il rischio di recidiva biochimica partendo da cinque informazioni disponibili alla diagnosi.

È stato sviluppato e poi convalidato su grandi coorti: ogni +1 punto CAPRA si associa a un aumento del rischio (hazard ratio ≈ 1,39), e la sopravvivenza libera da recidiva a 5 anni scende progressivamente al crescere del punteggio (Cooperberg 2006, Cooperberg 2005). Per un riepilogo pratico del calcolo, vedi anche la scheda clinica di MDCalc (link).

I 5 dati richiesti dal calcolatore CAPRA

  1. Età alla diagnosi
    • < 50 anni → 0 punti
    • ≥ 50 anni → +1 punto
  2. PSA (ng/mL)
    • ≤ 6 → 0
    • 6,1–10 → +1
    • 10,1–20 → +2
    • 20,1–30 → +3
    • > 30 → +4
  3. Gleason score alla biopsia (attenzione alla presenza di pattern 4/5)
    • Nessun pattern 4/5 → 0
    • pattern 4/5 secondario → +1
    • pattern 4/5 primario → +3
  4. Stadio clinico (T)
    • T1–T2 → 0
    • T3a → +1
  5. Percentuale di core bioptici positivi
    • < 34% → 0
    • ≥ 34% → +1

Come interpretare:

  • 0–2 punti → rischio basso;
  • 3–5 punti → rischio intermedio;
  • ≥ 6 punti → rischio alto.
    Queste classi derivano dai lavori originali e da strumenti didattici che ne riprendono i risultati.

Calcola il CAPRA per avere un primo orientamento condiviso con il medico.

Questo calcolatore non deve in alcun modo sostituirsi al medico.

È solo uno strumento informativo per aiutarti a comprendere meglio le informazioni sul tuo stato di salute e a preparare domande utili per la visita.

Calcolatore UCSF-CAPRA — probabilità di recidiva biochimica dopo trattamento
Calcolatore UCSF-CAPRA — probabilità di recidiva biochimica dopo trattamento
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🔎 Dopo l’intervento esiste anche CAPRA‑S, che integra i dati istopatologici (margini, estensione extracapsulare, vescicole seminali, linfonodi, p‑Gleason) e migliora l’accuratezza predittiva.

In un’Italia dove la prevenzione oncologica è spesso associata ai tumori femminili, come quello al seno o al collo dell’utero, la Regione Lombardia ha deciso di compiere un passo importante verso l’equità di genere nella sanità pubblica.

Dal 2025 è infatti attivo un programma di screening gratuito per il tumore alla prostata, rivolto agli uomini residenti e assistiti in Lombardia, con l’obiettivo di intercettare precocemente eventuali segnali di malattia e ridurre la necessità di trattamenti invasivi.

Il programma si ispira ai modelli già consolidati per altri tipi di tumore: come avviene per le donne, anche gli uomini riceveranno una comunicazione personalizzata, che li invita a partecipare al percorso di prevenzione. Si tratta di un’iniziativa pionieristica in Italia, che mira a valutare la fattibilità di uno screening organizzato su larga scala per una patologia che rappresenta la neoplasia più frequente nella popolazione maschile.

Il cuore del programma è il test del PSA (Antigene Prostatico Specifico), un semplice esame del sangue che può indicare la presenza di anomalie alla prostata, anche in assenza di sintomi.

A partire dal compimento del 50° anno di età, gli uomini nati dal 1970 in poi possono accedere al programma attraverso il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), compilando un questionario anamnestico che raccoglie informazioni personali e familiari utili a valutare l’idoneità allo screening.

In alternativa, per chi non utilizza il FSE, è possibile rivolgersi ai punti di accesso indicati dalla Regione, dove personale qualificato fornisce assistenza nella compilazione.

COME FUNZIONA LO SCREENING

Una volta completato il questionario, il cittadino:

  1. Riceve un voucher che consente di effettuare gratuitamente il test del PSA presso uno dei laboratori aderenti, senza necessità di prenotazione né di impegnativa del medico di base.
  2. Effettua il test del PSA: si tratta di un semplice esame del sangue che misura il livello dell’antigene prostatico specifico.
  3. In base al risultato del test e ai dati raccolti nel questionario, viene definito il percorso successivo:
    • Se il valore del PSA è inferiore a 1 ng/L e non c’è familiarità per tumore prostatico, non è necessario ripetere il test per i successivi cinque anni.
    • Se il valore del PSA è compreso tra 1 e 3 ng/L, è previsto un nuovo controllo dopo due anni.
    • Se il valore del PSA è superiore a 3 ng/L oppure è presente una familiarità per tumore prostatico, il cittadino viene contattato dal Centro Screening della propria ATS per:
      • una visita urologica;
      • eventuali approfondimenti diagnostici, come risonanza magnetica o biopsia.

Il programma esclude temporaneamente coloro che hanno già effettuato un test del PSA negli ultimi due anni o esami diagnostici specifici nei cinque anni precedenti. Sono invece esclusi in modo permanente i cittadini già diagnosticati con un tumore maligno della prostata o portatori di mutazioni genetiche note che richiedono un percorso clinico dedicato.

Questa iniziativa rappresenta un importante passo avanti nella promozione della salute maschile e nella costruzione di un sistema sanitario più inclusivo. Se i risultati saranno positivi, il modello lombardo potrebbe diventare un esempio da seguire anche in altre regioni italiane.

Per maggiori informazioni, è possibile consultare la pagina ufficiale della Regione Lombardia dedicata al programma: Prevenzione tumore prostata – Regione Lombardia. [regione.lombardia.it]

La salute della prostata è un tema centrale nella medicina preventiva e nella qualità della vita maschile, soprattutto con l’avanzare dell’età.

Tra le numerose sostanze naturali studiate per il loro potenziale terapeutico, la quercetina ha attirato l’attenzione della comunità scientifica per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti.

Questo flavonoide, presente in molti alimenti di origine vegetale, si è dimostrato particolarmente efficace nel contrastare i sintomi della prostatite cronica e nel modulare i processi cellulari coinvolti nello sviluppo del tumore prostatico.

L’interesse verso la quercetina non nasce solo dalla sua efficacia, ma anche dalla sua origine naturale e dalla possibilità di integrarla facilmente nella dieta quotidiana o attraverso supplementi mirati.

Che cos’è la quercetina

La quercetina è un composto naturale appartenente alla famiglia dei flavonoidi, pigmenti vegetali responsabili del colore di molti frutti e verdure.

È uno dei flavonoidi più abbondanti nella dieta umana e si trova in numerosi alimenti comuni.

La sua struttura chimica le conferisce proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, che la rendono oggetto di crescente interesse scientifico per il trattamento e la prevenzione di diverse patologie, tra cui quelle a carico della prostata.

Meccanismi di azione

La quercetina agisce su più fronti. Innanzitutto, è un potente antiossidante: neutralizza i radicali liberi, molecole instabili che danneggiano le cellule e favoriscono l’infiammazione cronica. Inoltre, ha un effetto antinfiammatorio diretto, poiché inibisce enzimi e mediatori chimici coinvolti nei processi infiammatori.

Questo è particolarmente rilevante per la prostata, un organo soggetto a infiammazioni persistenti, soprattutto con l’avanzare dell’età.

La quercetina ha anche dimostrato, in studi preclinici, di possedere proprietà antitumorali. Può indurre l’apoptosi (la morte programmata delle cellule) in cellule tumorali e inibire la loro proliferazione. Sebbene questi effetti siano ancora oggetto di studio, rappresentano una prospettiva interessante per la prevenzione del tumore alla prostata.

Fonti alimentari

La quercetina è presente in molti alimenti di uso quotidiano.

Le cipolle rosse, in particolare negli strati esterni, ne sono una fonte eccellente. Anche capperi, mele, uva, frutti di bosco, sedano, cavolo, pomodori e tè verde ne contengono quantità significative.

È interessante notare che il vino rosso, grazie al processo di fermentazione, concentra la quercetina più del vino bianco.

Il consumo di questi alimenti, soprattutto se associato a grassi o carboidrati, può migliorarne l’assorbimento intestinale, che altrimenti risulta piuttosto limitato.

Capperi181 mgFonte più concentrata; spesso consumati in piccole quantità
Cipolle rosse33–56 mgConcentrazione maggiore negli strati esterni e se coltivate biologicamente
Mele (con buccia)4–44 mgVarietà Fuji: circa 2.3 mg; altre varietà fino a 4.0 mg
Uva rossa3–15 mgLa buccia contiene la maggior parte della quercetina
Frutti di bosco3–15 mgMirtilli, more, lamponi; varia in base alla specie
Sedano3–5 mgQuantità moderata; utile in combinazione con altri alimenti
Cavolo7–10 mgBroccoli e cavoli verdi sono buone fonti
Pomodori1.6–3.3 mgI pomodori biologici contengono fino al 79% in più rispetto ai convenzionali
Tè verde2–10 mgVaria in base alla qualità e alla preparazione
Vino rosso3–5 mgConcentrazione maggiore rispetto al vino bianco

Integrazione e biodisponibilità

Nonostante la sua abbondanza negli alimenti, la quercetina ha una biodisponibilità orale relativamente bassa. Per questo motivo, sono disponibili integratori specifici, spesso associati a bromelina, vitamina C o formulazioni liposomiali, che ne migliorano l’assorbimento.

Le dosi utilizzate negli studi clinici variano da 250 a 1000 mg al giorno, generalmente per cicli di alcune settimane. È importante seguire le indicazioni di un professionista sanitario, soprattutto in presenza di altre terapie farmacologiche.

Quercetina e salute della prostata

La quercetina è particolarmente utile nel trattamento della prostatite cronica non batterica, una condizione infiammatoria che può causare dolore pelvico, difficoltà nella minzione e disagio sessuale. Diversi studi hanno evidenziato una riduzione significativa dei sintomi nei pazienti trattati con quercetina, grazie alla sua azione antinfiammatoria e antiossidante.

In ambito oncologico, la quercetina è studiata per il suo potenziale ruolo nella prevenzione del tumore alla prostata, sebbene non sia ancora raccomandata come trattamento specifico. Tuttavia, il suo impiego come coadiuvante in protocolli integrativi è promettente.

Effetti collaterali e controindicazioni

La quercetina è generalmente ben tollerata, ma a dosi elevate può causare effetti collaterali come nausea, cefalea o, raramente, danni renali. È sconsigliata in caso di assunzione di farmaci anticoagulanti, come l’aspirina, o antibiotici chinolonici, con cui può interagire negativamente.

È sempre consigliabile evitare l’uso prolungato senza pause e consultare un medico prima di iniziare l’integrazione, soprattutto in presenza di patologie croniche o terapie farmacologiche.


La quercetina rappresenta un valido alleato naturale per la salute della prostata, soprattutto in caso di infiammazione cronica. La sua azione antiossidante e antinfiammatoria è ben documentata, e le fonti alimentari sono facilmente accessibili. Tuttavia, l’integrazione deve essere valutata con attenzione, tenendo conto della biodisponibilità e delle possibili interazioni farmacologiche.

In un contesto di medicina integrativa e personalizzata, la quercetina può offrire benefici significativi, ma non va considerata una panacea. La ricerca continua a esplorarne le potenzialità, e il suo ruolo nella prevenzione oncologica potrebbe diventare sempre più rilevante.

Referenze: https://www.spandidos-publications.com/10.3892/or.2015.3886
https://www.frontiersin.org/journals/immunology/articles/10.3389/fimmu.2023.1077531/full

I funghi champignon, noti anche come prataioli bianchi e scientificamente chiamati Agaricus bisporus, sono tra i funghi commestibili più diffusi e coltivati al mondo.

Apprezzati per il loro sapore delicato e la versatilità in cucina, questi funghi stanno attirando l’attenzione della comunità scientifica per il loro potenziale ruolo nella prevenzione e nel rallentamento del tumore alla prostata.

Negli ultimi anni, diversi studi condotti da centri di ricerca oncologica di primo piano, come il City of Hope in California, hanno evidenziato che i champignon contengono composti bioattivi capaci di influenzare positivamente il sistema immunitario.

In particolare, è stato osservato che l’assunzione regolare di questi funghi è stata associata a un possibile minor rischio di sviluppare il carcinoma prostatico.

Il meccanismo alla base di questo effetto protettivo è legato alla modulazione della risposta immunitaria.

Alcuni composti presenti nei champignon, tra cui i β-glucani, sembrano capaci di ridurre il numero di un tipo di cellule chiamate mieloidi soppressorie (MDSC), che normalmente favoriscono la crescita tumorale, e di attivare le cellule T e le cellule natural killer, fondamentali per combattere le cellule cancerose.

Dati promettenti dalla ricerca

I risultati sono incoraggianti sia nei modelli animali che negli studi clinici preliminari. In topi affetti da tumore alla prostata, l’estratto di champignon ha rallentato la crescita del tumore e migliorato la sopravvivenza.

Nei pazienti umani, una sperimentazione clinica di fase 2 ha mostrato che l’assunzione di un integratore a base di champignon ha portato a una riduzione delle MDSC e a un aumento delle cellule immunitarie antitumorali, suggerendo un potenziale effetto biologico, la cui rilevanza clinica è ancora in studio (fonte).

Altri benefici nutrizionali

Oltre al loro potenziale ruolo nella prevenzione del cancro, i champignon sono ricchi di fibre, proteine, vitamine del gruppo B (soprattutto B2 e B3), potassio e selenio.

Sono poveri di calorie e grassi, il che li rende un alimento ideale anche per chi segue una dieta equilibrata o cerca di perdere peso.

Inoltre, contengono vitamina D, utile per la salute ossea e immunitaria, soprattutto se esposti alla luce UV durante la coltivazione.

Possibili controindicazioni e precauzioni

Nonostante i numerosi benefici, è importante consumare i champignon con alcune precauzioni.

Da crudi, questi funghi contengono una sostanza chiamata agaritina, un composto studiato per possibili effetti tossicologici in modelli animali, ma senza evidenze di rischio nell’uomo; la cottura ne riduce significativamente i livelli.

Inoltre, chi soffre di allergie o ha un sistema immunitario compromesso dovrebbe consultare il proprio medico prima di assumere integratori a base di champignon, soprattutto se coinvolto in trattamenti oncologici.


I funghi champignon, come altri tipi di funghi, rappresentano un esempio di come un alimento semplice e comune possa nascondere potenzialità terapeutiche interessanti.

Sebbene la ricerca sia ancora in corso e servano ulteriori conferme cliniche, i dati finora raccolti indicano che integrare i champignon nella dieta potrebbe essere una scelta salutare, soprattutto per gli uomini interessati alla prevenzione del tumore alla prostata.

Come sempre, è bene ricordare che nessun alimento da solo può sostituire una diagnosi precoce, uno stile di vita sano e un monitoraggio medico regolare.

Ma sapere che anche ciò che mettiamo nel piatto può fare la differenza è un messaggio potente e incoraggiante.

La brachiterapia è una tecnica di radioterapia utilizzata per il trattamento del tumore alla prostata che si distingue per la sua precisione: invece di irradiare il tumore dall’esterno, come avviene nella radioterapia convenzionale, questa metodica prevede l’inserimento di piccole sorgenti radioattive direttamente all’interno della prostata.

In questo modo, le radiazioni agiscono in modo mirato sulle cellule tumorali, riducendo al minimo i danni ai tessuti sani circostanti.

Come funziona la brachiterapia

Esistono due principali modalità di somministrazione.

La prima è la brachiterapia a basso dosaggio (LDR), in cui minuscoli “semi” radioattivi vengono impiantati nella prostata e lì rimangono, rilasciando lentamente radiazioni per diverse settimane o mesi.

La seconda è la brachiterapia ad alto dosaggio (HDR), che prevede l’inserimento temporaneo di sorgenti radioattive per pochi minuti, in genere durante più sedute. In entrambi i casi, il trattamento è altamente localizzato e può essere effettuato in regime ambulatoriale o con un breve ricovero.

Chi può beneficiarne

La brachiterapia è particolarmente indicata per uomini con tumore alla prostata localizzato e a basso rischio. Questo significa che il tumore è confinato alla prostata, ha un punteggio Gleason basso (che indica una minore aggressività), e i livelli di PSA non sono elevati.

In questi casi, la brachiterapia può rappresentare una valida alternativa alla chirurgia o alla radioterapia esterna, con risultati comparabili in termini di efficacia.

In alcuni casi selezionati, può essere utilizzata anche per tumori a rischio intermedio o alto, ma spesso in combinazione con altri trattamenti, come la radioterapia esterna o la terapia ormonale.

Quando non è consigliata

Non tutti i pazienti sono candidati ideali per la brachiterapia. Ad esempio, se la prostata è molto grande, se il tumore è già diffuso oltre la ghiandola, o se ci sono metastasi, questa tecnica potrebbe non essere efficace. Anche chi ha problemi urinari importanti o assume farmaci anticoagulanti deve essere valutato con attenzione, poiché il trattamento potrebbe aggravare i sintomi o comportare rischi aggiuntivi.

I vantaggi della brachiterapia

Uno dei principali punti di forza della brachiterapia è la sua elevata precisione: colpendo direttamente il tumore, si riducono gli effetti collaterali sui tessuti sani. Inoltre, il trattamento è meno invasivo rispetto alla chirurgia, comporta tempi di recupero più rapidi, e spesso permette al paziente di tornare alle proprie attività quotidiane in breve tempo.

Dal punto di vista oncologico, per i tumori a basso rischio, la brachiterapia offre risultati sovrapponibili alla prostatectomia radicale, ma con un impatto minore sulla qualità della vita.

Effetti collaterali e rischi

Come ogni trattamento, anche la brachiterapia può comportare degli effetti collaterali. I più comuni riguardano l’apparato urinario: bruciore, aumento della frequenza, o presenza di sangue nelle urine. Alcuni pazienti possono sviluppare disfunzione erettile, anche se in genere in misura minore rispetto alla chirurgia. Raramente si possono verificare infiammazioni rettali o la migrazione dei semi radioattivi, che può richiedere alcune precauzioni nei giorni successivi al trattamento (come evitare il contatto stretto con bambini o donne in gravidanza).


I

La brachiterapia è una soluzione terapeutica efficace, precisa e meno invasiva per il trattamento del tumore alla prostata, soprattutto nelle fasi iniziali.

La scelta di questo approccio dipende da diversi fattori clinici e personali, e deve essere valutata attentamente insieme a un team medico specializzato.

La curcuma (Curcuma longa) è una spezia utilizzata nella medicina ayurvedica e cinese per trattare numerose condizioni infiammatorie. Oggi, la scienza moderna ne conferma il potenziale terapeutico, in particolare per la salute della prostata.

Il Principio Attivo: Curcumina e Curcuminoidi

Il principale composto bioattivo della curcuma è la curcumina, un polifenolo con proprietà antinfiammatorie, antiossidanti e immunomodulanti. Essa rappresenta circa il 77% dei curcuminoidi presenti nel rizoma della pianta. Tuttavia, la curcumina ha una biodisponibilità molto bassa, a causa del rapido metabolismo epatico e intestinale. Per ovviare a questo limite, sono state sviluppate formulazioni avanzate (con piperina, nanoemulsioni, aerogel) che ne aumentano l’assorbimento fino a 100 volte.

Meccanismi d’Azione sulla Prostata

La curcumina agisce su diversi meccanismi biologici. Inibisce la produzione di citochine pro-infiammatorie (TNF-α, IL-6), riduce lo stress ossidativo e modula vie di segnalazione cellulare come NF-κB, Akt/mTOR e Ras/MAPK. Questi effetti contribuiscono a rallentare la proliferazione delle cellule tumorali e a promuovere l’apoptosi, ovvero la morte programmata delle cellule malate (fonte).

Patologie Prostatiche Coinvolte

Iperplasia Prostatica Benigna (BPH)

La curcumina ha dimostrato di migliorare i sintomi urinari nei pazienti con BPH. In uno studio clinico randomizzato, 160 mg al giorno di curcumina per tre mesi hanno ridotto significativamente l’IPSS (International Prostate Symptom Score) e i livelli di proteina C-reattiva.

Prostatite Cronica

Sebbene le evidenze siano ancora limitate, alcuni studi suggeriscono che la curcumina possa alleviare l’infiammazione e il dolore pelvico associati alla prostatite cronica. Tuttavia, le linee guida europee non la includono tra i fitofarmaci ufficialmente raccomandati per questa condizione (fonte).

Tumore alla Prostata

Numerosi studi in vitro e in vivo hanno evidenziato l’efficacia della curcumina nel ridurre la vitalità, la proliferazione e la migrazione delle cellule di tumore alla prostata. Una meta-analisi su modelli animali ha confermato la significativa riduzione del volume e del peso tumorale. Inoltre, la curcumina agisce sia su tumori androgeno-sensibili che androgeno-insensibili. (fonte).

Integratori di Curcuma: Modalità d’Uso e Sicurezza

Gli integratori di curcumina sono disponibili in capsule, compresse e polveri. Le formulazioni più efficaci includono piperina o tecnologie di incapsulazione per migliorarne l’assorbimento. Il dosaggio consigliato varia tra 500 mg e 2000 mg al giorno, suddiviso in più somministrazioni.

Controindicazioni

La curcumina può interagire con diversi farmaci, tra cui:

  • Anticoagulanti (Warfarin, Aspirina): può aumentare il rischio di sanguinamento.
  • Antidiabetici: può potenziare l’effetto ipoglicemizzante.
  • Antiacidi: può alterare la produzione di acido gastrico.

È sconsigliata in caso di calcoli biliari, ulcere gastriche attive e durante la gravidanza o l’allattamento senza supervisione medica.


La curcuma, grazie alla curcumina, offre un supporto naturale promettente per la salute della prostata. I suoi effetti antinfiammatori, antiossidanti e antitumorali sono ben documentati, ma non sostituiscono le terapie mediche. L’integrazione può essere utile in un contesto preventivo o complementare, sempre sotto controllo medico.

La scintigrafia ossea è una tecnica diagnostica per immagini di medicina nucleare che consente di visualizzare il metabolismo osseo e individuare eventuali alterazioni strutturali o funzionali dello scheletro. Nel caso del tumore alla prostata, questo esame gioca un ruolo importante nella stadiazione della malattia, ovvero nella valutazione della sua estensione, in particolare per rilevare metastasi ossee.

In cosa consiste la scintigrafia ossea?

L’esame prevede l’iniezione endovenosa di un radiofarmaco (solitamente difosfonati marcati con tecnezio-99m) che si distribuisce nelle ossa in base alla loro attività metabolica.

Le aree con maggiore attività osteoblastica (tipica delle metastasi, infiammazioni o fratture) assorbono più radiofarmaco. Dopo circa 2-3 ore, il paziente viene sottoposto alla scansione con una gamma-camera, che rileva le radiazioni gamma emesse dal radiofarmaco e le traduce in immagini.

Cosa può rilevare?

La scintigrafia ossea è sensibile, ma aspecifica: può rilevare alterazioni ossee, ma non distingue con certezza la causa. È utile per identificare:

  • Metastasi ossee da tumori solidi (prostata, seno, polmone, rene)
  • Fratture e microfratture
  • Artrosi e artrite reumatoide
  • Osteomielite (infezioni ossee)
  • Effetti di radioterapia o chemioterapia

Nel tumore alla prostata, la scintigrafia è particolarmente utile per valutare se la malattia si è diffusa alle ossa, soprattutto a livello di colonna vertebrale, bacino e coste.

Quando è indicata?

La scintigrafia ossea non è indicata in tutti i pazienti con tumore alla prostata.

Le linee guida suggeriscono di eseguirla in caso di:

  • Tumore ad alto rischio: PSA > 20 ng/mL, Gleason score ≥ 8, o stadio clinico ≥ T3.
  • Sintomi ossei: presenza di dolore osseo o sospetto clinico di metastasi.
  • Malattia localmente avanzata o metastatica: per valutare l’estensione ossea della malattia.
  • Recidiva biochimica: in pazienti con PSA in aumento dopo trattamento primario, soprattutto se il PSA è >10 ng/mL o il tempo di raddoppio è breve.

In pazienti con tumore a basso rischio (PSA < 10 ng/mL, Gleason ≤ 6, stadio ≤ T2a), la scintigrafia ossea non è indicata, poiché la probabilità di metastasi è molto bassa.

Nei pazienti a rischio intermedio (Gleason 7) la scintigrafia ossea non è raccomandata di routine, ma può essere considerata se sono presenti caratteristiche aggiuntive che aumentano il rischio di metastasi ossee.

Nel caso in cui sia presente il pattern cribiforme, è ragionevole considerare una scintigrafia ossea o una PET con PSMA per escludere metastasi ossee.

Quando non è indicata?

La scintigrafia ossea non è utile per:

  • Diagnosticare il tumore alla prostata (non rileva il tumore primario)
  • Valutare lesioni ossee benigne con certezza
  • Pazienti con basso rischio di metastasi

Limiti e alternative

Pur essendo sensibile, la scintigrafia può dare falsi negativi o falsi positivi. Per questo, in caso di dubbi, si può ricorrere a esami più specifici come la PET con PSMA, che ha una maggiore accuratezza nel rilevare metastasi ossee e linfonodali.


La scintigrafia ossea è uno strumento prezioso nella valutazione dell’estensione del tumore alla prostata, soprattutto per identificare metastasi ossee. Tuttavia, va utilizzata in modo mirato, in base al profilo di rischio del paziente. È un esame sicuro, non invasivo e ben tollerato, ma deve essere interpretato nel contesto clinico e, se necessario, integrato con altre indagini più specifiche.

Un uomo è stato operato alla prostata all’Ospedale delle Molinette di Torino, ma mentre il laser agiva con precisione millimetrica sul tumore, lui si trovava… su una spiaggia dei Caraibi!

Non si tratta di un sogno né di fantascienza, ma di una rivoluzionaria applicazione della realtà virtuale in ambito medico.

Grazie a un visore 3D e all’intelligenza artificiale, il paziente ha potuto vivere un’esperienza immersiva rilassante durante l’intervento, eseguito in anestesia locale. Il paesaggio tropicale, accompagnato da suoni ambientali e musica rilassante, ha contribuito a ridurre lo stress e la percezione del dolore, trasformando un momento potenzialmente traumatico in un’esperienza sorprendentemente serena.

Tecnologia e medicina: un binomio vincente

L’intervento è stato condotto con la tecnica TPLA (Transperineal Laser Ablation), che utilizza la tecnologia Echolaser per trattare in modo mirato lesioni di tumore alla prostata. Si tratta di una procedura mininvasiva che preserva la funzionalità dell’organo e migliora la qualità della vita del paziente.

A guidare questa innovazione sono stati il professor Marco Oderda e il dottor Alessandro Marquis, dell’Urologia universitaria della Città della Salute e della Scienza di Torino, diretta dal professor Paolo Gontero. L’uso del visore non è stato un semplice “gadget”, ma un vero e proprio strumento di supporto psicologico, che apre nuove prospettive per la gestione del dolore e dell’ansia in sala operatoria.

Un nuovo approccio alla cura

Ogni paziente può scegliere il proprio “mondo ideale”: dalla Via Lattea alla foresta amazzonica, passando per fondali marini e spiagge tropicali. Il sottofondo musicale, trasmesso da altoparlanti integrati, può essere interrotto in qualsiasi momento per permettere al paziente di interagire con il personale medico.

Questa sperimentazione rappresenta un passo importante verso una medicina più umana, dove la tecnologia non solo cura, ma accompagna, conforta e migliora l’esperienza del paziente.

Il futuro è già qui

L’integrazione tra realtà virtuale e chirurgia mininvasiva potrebbe presto diventare una prassi in molti ospedali. Ridurre l’ansia, migliorare la collaborazione del paziente e rendere l’intervento meno traumatico sono obiettivi fondamentali per una sanità moderna e centrata sulla persona.

Alle Molinette di Torino, il futuro della medicina è già realtà. E mentre il laser lavora, il paziente può concedersi un viaggio nei Caraibi — senza muoversi dal lettino operatorio.

Quando si parla di tumore alla prostata, uno dei termini che può comparire nel referto istologico è invasione perineurale, spesso abbreviata come PNI.

Per molti pazienti, questa espressione può risultare oscura, ma per gli oncologi rappresenta un indicatore importante della potenziale aggressività della malattia.

Che cos’è l’invasione perineurale?

L’invasione perineurale è un fenomeno patologico in cui le cellule tumorali penetrano e si diffondono lungo gli spazi che circondano i nervi. Questo processo non è esclusivo del tumore prostatico, ma è osservabile anche in altri tipi di neoplasie come quelle del pancreas, del colon-retto e della testa e del collo.

Nel caso del tumore prostatico, la PNI viene rilevata al microscopio durante l’esame istologico dei tessuti prelevati tramite biopsia o dopo prostatectomia.

Le cellule tumorali interagiscono con i neuroni e con il microambiente nervoso, sfruttando fattori di crescita e segnali molecolari per invadere queste strutture. Questo tipo di diffusione è particolarmente insidioso perché può facilitare la propagazione del tumore oltre la capsula prostatica, rendendo la malattia più difficile da contenere.

Implicazioni cliniche e prognostiche

La presenza di PNI è considerata un fattore prognostico sfavorevole.

Diversi studi (1,2) hanno evidenziato che i pazienti con PNI, soprattutto multifocale, tendono ad avere una sopravvivenza più breve e una maggiore probabilità di sviluppare resistenza alla terapia ormonale (castrazione chimica).

In uno studio condotto su 515 pazienti con carcinoma prostatico metastatico, il 33% presentava PNI. Tra questi, quelli con PNI multifocale avevano una sopravvivenza libera da progressione (CFS) di circa 12,4 mesi, rispetto ai 18,5 mesi dei pazienti senza PNI. Anche la sopravvivenza globale (OS) era significativamente inferiore: 39,7 mesi contro 71,4 mesi.

Rischio di recidiva

La PNI è associata a un aumento del rischio di recidiva biochimica, ovvero una risalita dei livelli di PSA dopo il trattamento.

I fattori che aumentano il rischio includono un Gleason Score ≥ 8, margini chirurgici positivi e un tempo di raddoppio del PSA inferiore a 10 mesi.

Approcci terapeutici

La gestione della PNI non prevede una terapia specifica, ma la sua presenza influisce sulle decisioni terapeutiche.

Nei pazienti sottoposti a prostatectomia, la recidiva può essere trattata con radioterapia di salvataggio, idealmente iniziata appena il PSA supera 0,2 ng/ml. Nei pazienti già trattati con radioterapia, la recidiva viene spesso affrontata con terapia ormonale, mentre la chirurgia o una nuova irradiazione sono meno frequenti.

La PNI può anche influenzare la pianificazione dei campi di radioterapia e la scelta di terapie sistemiche più aggressive.

La ricerca sta esplorando nuove strategie, come l’uso di recettori del fattore di crescita nervoso come bersagli terapeutici, per migliorare la gestione di questa condizione.

L’invasione perineurale rappresenta un segnale importante nella valutazione del tumore alla prostata. La sua presenza suggerisce una maggiore aggressività della malattia e una potenziale riduzione della sopravvivenza. Sebbene non esista una cura specifica per la PNI, la sua identificazione consente di adottare strategie terapeutiche più mirate e tempestive, migliorando le possibilità di controllo della malattia.

Se hai ricevuto una diagnosi che include la PNI, è fondamentale discuterne con il tuo oncologo per comprendere appieno le implicazioni e pianificare il percorso terapeutico più adatto alla tua situazione.