Una corretta alimentazione è molto importante per mantenere in salute la prostata e prevenire molte patologie che colpiscono questo organo.

Con l’arrivo dell’estate, alcuni uomini riferiscono un peggioramento dei disturbi urinari: maggiore frequenza, urgenza, risvegli notturni per urinare o sensazione di svuotamento incompleto.

È naturale chiedersi se il caldo possa “fare male alla prostata”. La risposta più corretta, dal punto di vista scientifico, è questa: il caldo non è una causa diretta dimostrata di patologie prostatiche, ma può creare condizioni che rendono più evidenti o più fastidiosi i sintomi urinari, soprattutto negli uomini che hanno già iperplasia prostatica benigna (BPH), prostatite o Lower Urinary Tract Symptoms (LUTS).

I LUTS maschili, infatti, non dipendono solo dalla dimensione della prostata. Possono essere legati all’ostruzione causata dall’ipertrofia prostatica benigna, ma anche alla funzione della vescica, alla frequenza minzionale, all’assunzione di liquidi, alle abitudini alimentari e ad altri fattori comportamentali. Per questo, durante l’estate, cambiamenti apparentemente semplici, bere meno, sudare di più, assumere più alcol o caffeina, modificare la dieta o trattenere più a lungo l’urina, possono avere un impatto concreto sulla percezione dei sintomi. [urologyclinics.com], [nature.com]

Il ruolo chiave dell’idratazione

Uno dei fattori più importanti è l’idratazione. Con temperature elevate, l’organismo perde più liquidi attraverso la sudorazione. Se questi liquidi non vengono reintegrati in modo adeguato, il volume urinario può ridursi e le urine possono diventare più concentrate. Dal punto di vista fisiologico, un buon flusso urinario contribuisce alla normale “pulizia” delle vie urinarie, mentre una riduzione della diuresi può favorire ristagno e maggiore concentrazione di sostanze potenzialmente irritanti. [europeanurology.com], [jamanetwork.com]

Questo non significa che la disidratazione causi direttamente problemi alla prostata. Più correttamente, può contribuire a un peggioramento dei sintomi urinari in chi è già predisposto. Una revisione sistematica ha mostrato che un aumento dell’assunzione di liquidi può ridurre il rischio di infezioni urinarie ricorrenti in soggetti predisposti, confermando l’importanza dell’idratazione per la salute del tratto urinario. [jamanetwork.com]

È però importante evitare un messaggio troppo semplicistico. Bere di più non significa necessariamente bere “molto e tutto insieme”. Studi sui LUTS maschili indicano che la quantità e la distribuzione dei liquidi possono influenzare in modo diverso i sintomi: una maggiore assunzione di acqua può associarsi a migliori sintomi di svuotamento, ma anche a maggiore frequenza o urgenza in alcuni soggetti. Per questo le linee guida raccomandano un approccio personalizzato, ad esempio riducendo l’assunzione di liquidi nelle ore serali se il problema principale è la nicturia. [guidelinecentral.com] [nature.com], [wjmh.org]

Caldo e infezioni urinarie

Un altro aspetto riguarda le infezioni delle vie urinarie. Studi epidemiologici hanno evidenziato che le temperature più alte sono associate a un aumento dell’incidenza di infezioni urinarie, con un incremento osservato soprattutto nei mesi più caldi. In uno studio pubblicato sul Journal of Urology, temperature medie settimanali tra 25°C e 30°C sono state associate a un aumento del 20–30% del rischio di infezioni urinarie rispetto a periodi più freddi. [guidelinecentral.com]

Questa evidenza riguarda principalmente le infezioni urinarie in generale, e in particolare popolazioni femminili, quindi non va interpretata come prova diretta che il caldo provochi prostatite negli uomini. Tuttavia, negli uomini alcune infezioni urinarie possono coinvolgere anche la prostata e manifestarsi come prostatite batterica, soprattutto quando sono presenti fattori favorenti come ristagno urinario, ostruzione o svuotamento incompleto. [link.springer.com], [jamda.com]

In altre parole, è più corretto dire che il caldo può aumentare il rischio di condizioni che favoriscono disturbi urinari o infezioni, e che in alcuni uomini queste infezioni possono interessare anche la prostata. Non è invece corretto affermare in modo diretto che “il caldo causa prostatite”.

L’impatto sui sintomi urinari (LUTS)

Quando si parla di sintomi come getto debole, urgenza, nicturia o sensazione di svuotamento incompleto, spesso si pensa immediatamente alla prostata. In realtà, i LUTS sono il risultato di un’interazione complessa tra prostata, vescica e sistema urinario. Possono derivare da un’ostruzione al deflusso urinario dovuta all’ipertrofia prostatica benigna, ma anche da una vescica iperattiva o da alterazioni funzionali non direttamente legate alla dimensione prostatica. [urologyclinics.com], [nature.com]

È proprio questa complessità a spiegare perché l’estate possa rappresentare un periodo critico per alcuni uomini. Non perché la prostata “si infiammi con il caldo” in modo automatico, ma perché cambiano le condizioni intorno al sistema urinario: idratazione, concentrazione delle urine, abitudini alimentari, consumo di bevande irritanti, attività fisica, viaggi e routine quotidiana.

Caldo, infiammazione e prostatite

La prostata è un organo sensibile ai processi infiammatori e infettivi.

La prostatite, che può essere batterica o non batterica, è spesso associata a sintomi urinari e dolore pelvico, e in molti casi deriva da infezioni ascendenti delle vie urinarie. [jamanetwork.com]

Fattori che favoriscono infezioni e ristagno urinario, come:

  • disidratazione
  • ridotta frequenza minzionale
  • ostruzione urinaria (tipica dell’IPB)

sono riconosciuti come elementi che aumentano il rischio di infiammazione prostatica. [nature.com]

In un contesto estivo, questi fattori tendono a combinarsi, creando condizioni favorevoli a una riacutizzazione dei sintomi.

Non solo temperatura: lo stile di vita estivo

Durante l’estate può aumentare il consumo di bevande alcoliche, caffè freddo, tè, bibite zuccherate o gassate. Alcol e caffeina possono avere effetto diuretico e irritante sulla vescica, contribuendo ad aumentare frequenza, urgenza e nicturia in alcuni soggetti. Le linee guida europee sui LUTS maschili includono infatti tra le modifiche comportamentali la moderazione di caffeina e alcol, soprattutto nei pazienti che riferiscono sintomi di riempimento o disturbi notturni. [nature.com], [wjmh.org]

Anche il momento in cui si beve conta. Bere grandi quantità di liquidi la sera, magari dopo una giornata calda, può aumentare la probabilità di doversi alzare durante la notte per urinare. Per questo le strategie consigliate non puntano a ridurre indiscriminatamente l’acqua, ma a distribuirla meglio durante la giornata, evitando eccessi nelle ore serali nei pazienti con nicturia. [nature.com], [wjmh.org]

Cosa fare in pratica

Per chi soffre di sintomi urinari o problemi prostatici, alcuni accorgimenti possono aiutare a ridurre il rischio di peggioramento:

  • mantenere un’idratazione regolare durante la giornata, evitando sia la disidratazione sia grandi quantità di liquidi concentrate in poche ore; [jamanetwork.com], [nature.com]
  • limitare alcol e caffeina se si nota un aumento di urgenza, frequenza o nicturia; [nature.com], [wjmh.org]
  • non trattenere troppo a lungo l’urina, perché il regolare svuotamento vescicale contribuisce alla fisiologica difesa delle vie urinarie; [europeanurology.com], [jamda.com]
  • prestare attenzione a sintomi nuovi o persistenti, come bruciore, febbre, dolore pelvico importante, sangue nelle urine o difficoltà marcata a urinare, che richiedono valutazione medica. [link.springer.com], [urologyclinics.com]

Questi suggerimenti non sostituiscono il parere del medico, ma possono aiutare a gestire meglio i disturbi urinari nei mesi caldi.


Il caldo non deve essere considerato una causa diretta di malattie della prostata. Tuttavia, può contribuire al peggioramento dei sintomi urinari attraverso meccanismi indiretti: maggiore perdita di liquidi, urine più concentrate, variazioni nell’assunzione di acqua, aumento del consumo di alcol o caffeina e possibile incremento del rischio di infezioni urinarie. [guidelinecentral.com], [jamanetwork.com], [nature.com]

Il messaggio chiave è quindi semplice: in estate la prostata non diventa necessariamente “più malata”, ma il sistema urinario può diventare più vulnerabile agli effetti di disidratazione, abitudini scorrette e infezioni. Per chi ha già LUTS, ipertrofia prostatica benigna o una storia di prostatite, prestare attenzione a questi fattori può fare la differenza nella qualità della vita quotidiana. [urologyclinics.com], [link.springer.com], [nature.com]

Le catechine del tè verde sono tra le molecole naturali più studiate per il loro potenziale nella salute della prostata: dal ruolo antiossidante e antinfiammatorio, alla capacità di modulare vie ormono‑dipendenti e processi cellulari chiave.

Che cosa contengono davvero gli estratti di tè verde

Il tè verde (Camellia sinensis) è ricco di catechine, una famiglia di flavan‑3‑oli a cui appartengono soprattutto EGCG (epigallocatechina‑3‑gallato), EGC, ECG ed EC; tra queste, l’EGCG è la più abbondante e la più studiata per attività biologica e rilevanza farmacologica.

Oltre alle catechine, le foglie contengono metilxantine (caffeina, teofillina, teobromina) e altri polifenoli minori. La bassa fermentazione del tè verde preserva meglio le catechine rispetto a tè nero o oolong (fonte).

Dal punto di vista dell’assunzione dietetica, le stime europee indicano che l’apporto quotidiano di EGCG attraverso infusioni tradizionali varia in genere tra 90 e 300 mg/die (con valori più alti nei forti consumatori), mentre gli integratori possono fornire 5–1.000 mg/die a seconda dei prodotti (fonte).

Come funzionano

Le catechine agiscono su più fronti biologici rilevanti per la prostata. In laboratorio e in modelli animali, EGCG ha mostrato proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, modulazione del recettore degli androgeni, interferenza con vie di segnalazione pro‑proliferative, induzione di apoptosi delle cellule tumorali e, in alcuni contesti, inibizione di enzimi come 5α‑reduttasi.

A livello clinico, questi meccanismi si traducono in potenziali effetti chemiopreventivi più che terapeutici in malattia avanzata. Va sottolineato che l’effetto finale dipende da biodisponibilità, dose, formulazione e durata della somministrazione (fonte1, fonte2).

Dove si trovano e come si introducono nella dieta

Si può ricorrere a bevande (tè verde in foglia o matcha) o a estratti standardizzati (es. decaffeinati e titolati in EGCG o “green tea catechins”, come Polyphenon E o Sunphenon® nelle sperimentazioni cliniche).

Le bevande forniscono catechine distribuite nell’arco della giornata insieme al cibo; gli integratori concentrano la dose in poche assunzioni. Le linee informative dell’NCI (PDQ) includono il tè verde tra le strategie dietetiche studiate per la prevenzione primaria/secondaria del tumore alla prostata (fonte).

Che cosa dicono gli studi sulla prostata

Lesioni precancerose e prevenzione

È il campo con le evidenze più interessanti. In un clinical trial italiano su uomini con HGPIN o ASAP, una combinazione di catechine pari a 600 mg/die (≈ EGCG ~300 mg/die) per 12 mesi ha ridotto l’incidenza di cancro alla prostata dal 30% (placebo) a ~3% (trattati).

Nello stesso studio, nei soggetti con iperplasia benigna (BPH) concomitante è migliorato anche l’IPSS (sintomi urinari) (fonte).

Un trial statunitense più recente ha usato un estratto decaffeinato standardizzato (Polyphenon E, EGCG 400 mg/die per 12 mesi). Non ha ridotto il tasso di tumore primario rispetto al placebo, ma ha abbassato il PSA e ridotto lo sviluppo di tumore (fonte).

Il Prostate Cancer, Nutrition, and Dietary Supplements del National Cancer Institute (aggiornato 20 dicembre 2024) riporta che per la sorveglianza attiva ci sono evidenze precliniche solide ed evidenze cliniche promettenti, ma non conclusive.

Malattia a basso rischio in sorveglianza attiva

Sono in corso studi clinici di fase II con catechine per 6–24 mesi (es. NCT04597359; NCT04300855) per valutare biomarcatori (Ki‑67, apoptosi) e progressione clinica. I risultati finali non sono ancora pubblicati, ma disegni e dosi (≈ 405 mg di GTC/die) indicano buona fattibilità e sicurezza come intervento complementare. (fonte 1, 2, 3).

“Finestra d’opportunità” pre‑prostatectomia

In pazienti candidati a chirurgia, somministrare EGCG 800 mg/die per 3–6 settimane ha mostrato modesti cambi (non significativi) in biomarcatori proliferativi e di angiogenesi: segnale che l’azione potrebbe essere indiretta o richiedere tempi/dosi/formulazioni diversi (fonte).

BPH/LUTS

Le prove cliniche dedicate sono scarse. Nello studio HGPIN del 2006 si è osservato come secondario un miglioramento dell’IPSS in uomini con BPH concomitante; mancano però studi clinici ampi e specifici su sintomi LUTS con estratti di catechine.

La letteratura più robusta sugli integratori per BPH riguarda altri fitocomposti (es. serenoa, zucca, fitosteroli), non il tè verde. In sintesi: potenziale beneficio sintomatologico suggerito, evidenza limitata (fonte).

Quanta EGCG serve?

  • Bevande: 3–5 tazze/die di tè verde ben preparato possono fornire ~150–500 mg/die di EGCG (dipende da cultivar, grammi di foglia, tempo e temperatura di infusione). Nei consumatori europei l’intervallo tipico è 90–300 mg/die. Se sensibili alla caffeina, preferire versioni decaffeinate o distribuire nell’arco della giornata.
  • Integratori: negli studi di prevenzione secondaria sono state impiegate due strategie:
    • EGCG 200 mg due volte al dì con il cibo (totale 400 mg/die) per 12 mesi, con buon profilo di sicurezza; [oncotarget.com]
    • Catechine totali 600 mg/die (miscela con ≈ 50% EGCG) per 12 mesi. [direct-ms.org]

Sicurezza regolatoria: l’EFSA segnala rischio epatico con ≥ 800 mg/die di EGCG dagli integratori; l’UE richiede etichette con avvertenze e porzioni < 800 mg EGCG. Per infusioni tradizionali non emergono problemi di sicurezza nella popolazione generale. Consiglio pratico: restare ≤ 400 mg EGCG/die, assunti con i pasti e in dosi frazionate. [air.unimi.it], [efsa.europa.eu], [cot.food.gov.uk]


Biodisponibilità: come migliorarla (senza complicarsi la vita)

L’EGCG ha biodisponibilità orale modesta e variabile. Tre accorgimenti hanno un razionale pratico: assumere con il cibo e in dosi divise (migliora tollerabilità epatica), acidificare la bevanda (es. aggiungendo agrumi) o co‑assumere vitamina C, che stabilizza le catechine lungo l’intestino, e considerare formulazioni a maggiore assorbimento (complessi fosfolipidici “phytosome”, nano‑delivery)—queste ultime supportate soprattutto da dati preclinici.

Cosa aspettarsi sui biomarcatori (PSA) e sui tessuti

Una meta‑analisi (2021) ha esaminato l’effetto del tè verde/estratti sul PSA: alcuni studi riportano riduzioni modeste (coerenti con quanto osservato nell’RCT Polyphenon E), ma l’eterogeneità è alta e l’interpretazione clinica rimane cauta. Studi pre‑chirurgici mostrano bassa penetrazione tissutale con cicli brevi, suggerendo la necessità di strategie che aumentino esposizione e durata.

Il rapporto tra consumo di carne rossa e salute della prostata è oggetto di numerosi studi scientifici, con risultati talvolta contrastanti.

Cosa dice la scienza

Una meta-analisi pubblicata su Frontiers in Nutrition (2022) ha incluso 25 studi prospettici su quasi 2 milioni di uomini, mostrando che un’elevata assunzione di carne processata (ad esempio salumi) è associata a un incremento del 6% nel rischio di tumore alla prostata rispetto a chi ne consuma meno. Tuttavia, l’associazione con malattie prostatiche avanzate rimane poco consistente (fonte).

Una precedente meta-analisi (2015) su carne rossa non lavorata ha rilevato associazioni con carcinoma prostatico totali e avanzati non statisticamente significative (RR intorno a 1.00 e 1.01 rispettivamente). È emersa invece una lieve associazione con le carni lavorate, ma probabilmente influenzata da bias (fonte).

Infine, più di 20 coorti di studi combinati in report IARC del 2015 hanno indicato solo un’associazione debole e non uniforme tra carne rossa e rischio prostatico totale, ma hanno evidenziato un aumento significativo del rischio di forme avanzate in specifiche popolazioni nordamericane, collegando in particolare le cotture ad alte temperature (grigliata, brace) alla formazione di composti come ammine eterocicliche e idrocarburi policiclici aromatici (fonte) (fonte).

IARC e WCRF: carcino-genesi e raccomandazioni

L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) classifica la carne rossa come «probabilmente cancerogena» (Gruppo 2A) e le carni lavorate come «cancerogene certe» (Gruppo 1). Il World Cancer Research Fund e l’American Institute for Cancer Research raccomandano di limitare la carne rossa entro 350–500 g a settimana (peso cotto) ed evitare le carni procesate. [airc.it], [wcrf.org] [ristorantelabrace.it], [cancer.org]

In caso di patologie alla prostata o prevenzione

Per chi ha già iperplasia prostatica benigna (BPH), prostatite o carcinoma prostatico, è prudente ridurre ulteriormente il consumo di carne rossa, soprattutto se spesso cotta ad alte temperature.

Diversi articoli sulla salute maschile invitano a limitarne l’assunzione proprio in presenza di disturbi prostatici (fonte), (fonte).

Anche le linee guida di AIRC sottolineano che, pur potendo far parte di una dieta equilibrata, la carne rossa dovrebbe essere consumata con moderazione, e le persone a rischio dovrebbero discuterne con il medico.

Consumo consigliato e modalità di cottura

Un limite di 350–500 g di carne rossa a settimana è ritenuto compatibile con un rischio accettabile pratico secondo linee guida globali (fonte), (fonte).

È cruciale:

  • Evitare le carni processate (salumi, hot dog…) o consumarle pochissimo.
  • Preferire tagli magri (filetto, lombata).
  • Limitare cotture ad alte temperature a favore di metodi più delicati (cottura in forno, al vapore, in umido).
  • Marinare la carne – può ridurre la formazione di composti nocivi.

Cosa significa per te?

Se guardi alla salute prostatica (sia nella prevenzione, sia in presenza di patologie), vale la regola del “meno è meglio” per la carne rossa, soprattutto lavorata.

Seguire suggerimenti come la dieta mediterranea, puntare su fonti proteiche alternative (pesce, pollo, legumi) e adottare metodi di cottura più salutari aiuta a mantenere un equilibrio nutrizionale senza rinunciare al gusto.


I dati non indicano una relazione forte e definitiva tra carne rossa non lavorata e cancro alla prostata, ma suggeriscono una connessione modesta con le carni processate e una possibile maggior incidenza di forme avanzate in caso di cotture ad alte temperature.

Un consumo misurato, unito a sane abitudini alimentari e stili di cottura attenti, rappresenta la strategia più sensata per chi vuole proteggere la propria prostata.

“Dottore, cosa posso fare per prevenire il tumore alla prostata?”.
Questa è una delle domande più comuni che i medici sentono dagli uomini preoccupati per la salute della prostata.

Purtroppo non esiste niente che possa garantire di non sviluppare con sicurezza una malattia. C’è sempre una probabilità di rischio, che però può essere ridotta con qualche semplice accortezza sul nostro stile di vita.

Adotta uno schema alimentare sano

Invece di concentrarsi su cibi specifici, dietisti, medici e ricercatori pubblicizzano un modello generale di alimentazione sana e mangiare sano è più facile di quanto si possa pensare.

In poche parole, ecco cosa consigliano gli esperti:

  1. Mangia almeno cinque porzioni di frutta e verdura ogni giorno. Scegli quelli con colori intensi e luminosi.
  2. Scegli pane integrale al posto del pane bianco e scegli pasta integrale e cereali.
  3. Limita il consumo di carne rossa, inclusi manzo, maiale, agnello e capra, e carni lavorate, come mortadella e wurstel. Pesce, pollame, fagioli e uova sono fonti di proteine ​​più sane.
  4. Scegli grassi salutari, come olio d’oliva, frutta secca (mandorle, noci) e avocado. Limita i grassi saturi dei latticini e di altri prodotti animali. Evita i grassi parzialmente idrogenati (grassi trans), che si trovano in molti fast food e cibi confezionati.
  5. Limita le bevande zuccherate, come le bibite e molti succhi di frutta.
  6. Riduci il sale. Scegli cibi a basso contenuto di sodio leggendo e confrontando le etichette degli alimenti. Limita l’uso di cibi in scatola, lavorati e congelati.
  7. Guarda le dimensioni delle porzioni. Mangia lentamente e smetti di mangiare quando sei pieno.

Rimani attivo e mantieni la prostata in salute

Oltre a seguire una dieta sana, dovresti rimanere attivo. L’esercizio fisico regolare riduce il rischio di sviluppare alcuni problemi gravi, tra cui malattie cardiache, ictus e alcuni tipi di tumore. E sebbene relativamente pochi studi abbiano valutato direttamente l’impatto dell’esercizio fisico sulla salute della prostata, quelli che sono stati effettuati hanno concluso che l’esercizio è benefico. Per esempio:

  • Sulla base dei questionari dello studio Health Professionals Follow-up Study, sponsorizzato dall’Università di Harvard, compilati da oltre 30.000 uomini è emersa una relazione inversa tra attività fisica e sintomi di iperplasia prostatica benigna (IPB). In poche parole, gli uomini che erano più attivi fisicamente avevano meno probabilità di soffrire di IPB. Anche l’attività fisica di intensità da bassa a moderata, come camminare regolarmente a un ritmo moderato, ha prodotto benefici.
  • Dallo stesso studio è stata osservata una correlazione tra disfunzione erettile ed esercizio fisico. Hanno scoperto che gli uomini che correvano almeno per un’ora e mezza o che facevano tre ore di sport all’aperto alla settimana avevano il 20% in meno di probabilità di avere problemi di erezione rispetto a quelli che non si allenavano affatto. E più aumentava la quantità di attività fisica, più diminuiva il rischio. È interessante notare che, indipendentemente dal livello di esercizio, gli uomini in sovrappeso o obesi avevano un rischio maggiore di disfunzione erettile rispetto agli uomini con un indice di massa corporea ideale.
  • Una ricerca italiana ha reclutato 231 uomini sedentari con prostatite cronica e li ha divisi in due programmi di esercizio per 18 settimane: esercizio aerobico, che includeva camminata veloce, o esercizio non aerobico, che includeva sollevamento delle gambe, addominali e stretching. Ogni gruppo si esercitava tre volte a settimana. Alla fine dello studio, gli uomini di entrambi i gruppi si sentivano meglio, ma quelli del gruppo di esercizi aerobici hanno sperimentato significativamente meno disagio, ansia e depressione e una migliore qualità della vita.

Da queste evidenze possiamo quindi dire che se vuoi mantenere in salute la prostata:

  1. Fai attività fisica, partendo con una intensità bassa, come camminare regolarmente a un ritmo moderato
  2. Cerca di aumentare gradualmente l’intensità della tua attività fisica. Ma senza strafare. ascolta il tuo corpo!
  3. Preferisci attività aerobica, come una camminata veloce o una corsa, ad attività non aerobica, come sollevamento gambe o addominali.

fonte: https://www.health.harvard.edu/mens-health/10-diet-and-exercise-tips-for-prostate-health

La salute della prostata è un tema centrale nella medicina preventiva e nella qualità della vita maschile, soprattutto con l’avanzare dell’età.

Tra le numerose sostanze naturali studiate per il loro potenziale terapeutico, la quercetina ha attirato l’attenzione della comunità scientifica per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti.

Questo flavonoide, presente in molti alimenti di origine vegetale, si è dimostrato particolarmente efficace nel contrastare i sintomi della prostatite cronica e nel modulare i processi cellulari coinvolti nello sviluppo del tumore prostatico.

L’interesse verso la quercetina non nasce solo dalla sua efficacia, ma anche dalla sua origine naturale e dalla possibilità di integrarla facilmente nella dieta quotidiana o attraverso supplementi mirati.

Che cos’è la quercetina

La quercetina è un composto naturale appartenente alla famiglia dei flavonoidi, pigmenti vegetali responsabili del colore di molti frutti e verdure.

È uno dei flavonoidi più abbondanti nella dieta umana e si trova in numerosi alimenti comuni.

La sua struttura chimica le conferisce proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, che la rendono oggetto di crescente interesse scientifico per il trattamento e la prevenzione di diverse patologie, tra cui quelle a carico della prostata.

Meccanismi di azione

La quercetina agisce su più fronti. Innanzitutto, è un potente antiossidante: neutralizza i radicali liberi, molecole instabili che danneggiano le cellule e favoriscono l’infiammazione cronica. Inoltre, ha un effetto antinfiammatorio diretto, poiché inibisce enzimi e mediatori chimici coinvolti nei processi infiammatori.

Questo è particolarmente rilevante per la prostata, un organo soggetto a infiammazioni persistenti, soprattutto con l’avanzare dell’età.

La quercetina ha anche dimostrato, in studi preclinici, di possedere proprietà antitumorali. Può indurre l’apoptosi (la morte programmata delle cellule) in cellule tumorali e inibire la loro proliferazione. Sebbene questi effetti siano ancora oggetto di studio, rappresentano una prospettiva interessante per la prevenzione del tumore alla prostata.

Fonti alimentari

La quercetina è presente in molti alimenti di uso quotidiano.

Le cipolle rosse, in particolare negli strati esterni, ne sono una fonte eccellente. Anche capperi, mele, uva, frutti di bosco, sedano, cavolo, pomodori e tè verde ne contengono quantità significative.

È interessante notare che il vino rosso, grazie al processo di fermentazione, concentra la quercetina più del vino bianco.

Il consumo di questi alimenti, soprattutto se associato a grassi o carboidrati, può migliorarne l’assorbimento intestinale, che altrimenti risulta piuttosto limitato.

Capperi181 mgFonte più concentrata; spesso consumati in piccole quantità
Cipolle rosse33–56 mgConcentrazione maggiore negli strati esterni e se coltivate biologicamente
Mele (con buccia)4–44 mgVarietà Fuji: circa 2.3 mg; altre varietà fino a 4.0 mg
Uva rossa3–15 mgLa buccia contiene la maggior parte della quercetina
Frutti di bosco3–15 mgMirtilli, more, lamponi; varia in base alla specie
Sedano3–5 mgQuantità moderata; utile in combinazione con altri alimenti
Cavolo7–10 mgBroccoli e cavoli verdi sono buone fonti
Pomodori1.6–3.3 mgI pomodori biologici contengono fino al 79% in più rispetto ai convenzionali
Tè verde2–10 mgVaria in base alla qualità e alla preparazione
Vino rosso3–5 mgConcentrazione maggiore rispetto al vino bianco

Integrazione e biodisponibilità

Nonostante la sua abbondanza negli alimenti, la quercetina ha una biodisponibilità orale relativamente bassa. Per questo motivo, sono disponibili integratori specifici, spesso associati a bromelina, vitamina C o formulazioni liposomiali, che ne migliorano l’assorbimento.

Le dosi utilizzate negli studi clinici variano da 250 a 1000 mg al giorno, generalmente per cicli di alcune settimane. È importante seguire le indicazioni di un professionista sanitario, soprattutto in presenza di altre terapie farmacologiche.

Quercetina e salute della prostata

La quercetina è particolarmente utile nel trattamento della prostatite cronica non batterica, una condizione infiammatoria che può causare dolore pelvico, difficoltà nella minzione e disagio sessuale. Diversi studi hanno evidenziato una riduzione significativa dei sintomi nei pazienti trattati con quercetina, grazie alla sua azione antinfiammatoria e antiossidante.

In ambito oncologico, la quercetina è studiata per il suo potenziale ruolo nella prevenzione del tumore alla prostata, sebbene non sia ancora raccomandata come trattamento specifico. Tuttavia, il suo impiego come coadiuvante in protocolli integrativi è promettente.

Effetti collaterali e controindicazioni

La quercetina è generalmente ben tollerata, ma a dosi elevate può causare effetti collaterali come nausea, cefalea o, raramente, danni renali. È sconsigliata in caso di assunzione di farmaci anticoagulanti, come l’aspirina, o antibiotici chinolonici, con cui può interagire negativamente.

È sempre consigliabile evitare l’uso prolungato senza pause e consultare un medico prima di iniziare l’integrazione, soprattutto in presenza di patologie croniche o terapie farmacologiche.


La quercetina rappresenta un valido alleato naturale per la salute della prostata, soprattutto in caso di infiammazione cronica. La sua azione antiossidante e antinfiammatoria è ben documentata, e le fonti alimentari sono facilmente accessibili. Tuttavia, l’integrazione deve essere valutata con attenzione, tenendo conto della biodisponibilità e delle possibili interazioni farmacologiche.

In un contesto di medicina integrativa e personalizzata, la quercetina può offrire benefici significativi, ma non va considerata una panacea. La ricerca continua a esplorarne le potenzialità, e il suo ruolo nella prevenzione oncologica potrebbe diventare sempre più rilevante.

Referenze: https://www.spandidos-publications.com/10.3892/or.2015.3886
https://www.frontiersin.org/journals/immunology/articles/10.3389/fimmu.2023.1077531/full

I funghi champignon, noti anche come prataioli bianchi e scientificamente chiamati Agaricus bisporus, sono tra i funghi commestibili più diffusi e coltivati al mondo.

Apprezzati per il loro sapore delicato e la versatilità in cucina, questi funghi stanno attirando l’attenzione della comunità scientifica per il loro potenziale ruolo nella prevenzione e nel rallentamento del tumore alla prostata.

Negli ultimi anni, diversi studi condotti da centri di ricerca oncologica di primo piano, come il City of Hope in California, hanno evidenziato che i champignon contengono composti bioattivi capaci di influenzare positivamente il sistema immunitario.

In particolare, è stato osservato che l’assunzione regolare di questi funghi è stata associata a un possibile minor rischio di sviluppare il carcinoma prostatico.

Il meccanismo alla base di questo effetto protettivo è legato alla modulazione della risposta immunitaria.

Alcuni composti presenti nei champignon, tra cui i β-glucani, sembrano capaci di ridurre il numero di un tipo di cellule chiamate mieloidi soppressorie (MDSC), che normalmente favoriscono la crescita tumorale, e di attivare le cellule T e le cellule natural killer, fondamentali per combattere le cellule cancerose.

Dati promettenti dalla ricerca

I risultati sono incoraggianti sia nei modelli animali che negli studi clinici preliminari. In topi affetti da tumore alla prostata, l’estratto di champignon ha rallentato la crescita del tumore e migliorato la sopravvivenza.

Nei pazienti umani, una sperimentazione clinica di fase 2 ha mostrato che l’assunzione di un integratore a base di champignon ha portato a una riduzione delle MDSC e a un aumento delle cellule immunitarie antitumorali, suggerendo un potenziale effetto biologico, la cui rilevanza clinica è ancora in studio (fonte).

Altri benefici nutrizionali

Oltre al loro potenziale ruolo nella prevenzione del cancro, i champignon sono ricchi di fibre, proteine, vitamine del gruppo B (soprattutto B2 e B3), potassio e selenio.

Sono poveri di calorie e grassi, il che li rende un alimento ideale anche per chi segue una dieta equilibrata o cerca di perdere peso.

Inoltre, contengono vitamina D, utile per la salute ossea e immunitaria, soprattutto se esposti alla luce UV durante la coltivazione.

Possibili controindicazioni e precauzioni

Nonostante i numerosi benefici, è importante consumare i champignon con alcune precauzioni.

Da crudi, questi funghi contengono una sostanza chiamata agaritina, un composto studiato per possibili effetti tossicologici in modelli animali, ma senza evidenze di rischio nell’uomo; la cottura ne riduce significativamente i livelli.

Inoltre, chi soffre di allergie o ha un sistema immunitario compromesso dovrebbe consultare il proprio medico prima di assumere integratori a base di champignon, soprattutto se coinvolto in trattamenti oncologici.


I funghi champignon, come altri tipi di funghi, rappresentano un esempio di come un alimento semplice e comune possa nascondere potenzialità terapeutiche interessanti.

Sebbene la ricerca sia ancora in corso e servano ulteriori conferme cliniche, i dati finora raccolti indicano che integrare i champignon nella dieta potrebbe essere una scelta salutare, soprattutto per gli uomini interessati alla prevenzione del tumore alla prostata.

Come sempre, è bene ricordare che nessun alimento da solo può sostituire una diagnosi precoce, uno stile di vita sano e un monitoraggio medico regolare.

Ma sapere che anche ciò che mettiamo nel piatto può fare la differenza è un messaggio potente e incoraggiante.

L’uva ursina è una pianta spontanea delle regioni montane e fredde, conosciuta da secoli per le sue proprietà medicinali. Il suo nome botanico è Arctostaphylos uva-ursi, e viene utilizzata principalmente in fitoterapia per le foglie, non per i frutti.

Queste foglie, una volta essiccate, sono impiegate in preparazioni erboristiche per trattare disturbi delle vie urinarie. La tradizione popolare e la medicina naturale ne hanno fatto un rimedio prezioso, soprattutto per le infezioni urinarie e, più recentemente, per alcune problematiche legate alla prostata.

L’uva ursina è tradizionalmente impiegata per il trattamento delle infezioni urinarie, ma negli ultimi anni ha suscitato interesse anche per il suo potenziale ruolo nella salute prostatica, in particolare nella gestione della prostatite batterica.

I Principi Attivi e i Meccanismi Cellulari

Il potere terapeutico dell’uva ursina risiede nei suoi principi attivi, che agiscono in modo sinergico a livello cellulare. Il composto più noto è l’arbutina, un glicoside che, una volta metabolizzato, libera idrochinone, una sostanza con forte attività antibatterica. Questo meccanismo è particolarmente utile per contrastare i batteri che colonizzano le vie urinarie e la prostata.

Oltre all’arbutina, la pianta contiene tannini, flavonoidi e acidi fenolici, che contribuiscono a ridurre l’infiammazione, proteggere le cellule dallo stress ossidativo e limitare la proliferazione microbica. Questi effetti si traducono in un’azione benefica su tessuti irritati o infetti, favorendo il ripristino dell’equilibrio cellulare.

I principi attivi contenuti nelle foglie, come l’arbutina, vengono metabolizzati in idrochinone, una sostanza con spiccata attività antibatterica. Questo composto è in grado di contrastare batteri come Escherichia coli, Staphylococcus aureus e Enterococcus faecalis, spesso coinvolti nelle infezioni che colpiscono la prostata.

Uno studio clinico multicentrico noto come BRUMI ha valutato l’efficacia dell’uva ursina nella cistite acuta non complicata, dimostrando che l’estratto secco titolato può essere non inferiore alla fosfomicina nel controllo dei sintomi urinari, con un buon profilo di sicurezza se usato per cicli brevi. Sebbene lo studio si concentri sulla cistite, i meccanismi d’azione coinvolti sono rilevanti anche per la prostatite batterica, che spesso origina da infezioni urinarie ascendenti.

Per quanto riguarda l’iperplasia prostatica benigna (BPH), non esistono studi clinici diretti che confermino l’efficacia dell’uva ursina nel ridurre il volume prostatico. Tuttavia, è stato osservato che l’infiammazione cronica gioca un ruolo importante nella progressione della BPH, e l’uva ursina, grazie ai suoi tannini e flavonoidi, può contribuire a modulare la risposta infiammatoria. Questo effetto antinfiammatorio potrebbe offrire un beneficio indiretto nei pazienti con sintomi irritativi associati alla BPH.

Uva ursina e Patologie Prostatiche Trattabili

L’uva ursina si rivela particolarmente utile nella prostatite batterica acuta e cronica, dove l’infezione è sostenuta da batteri sensibili all’idrochinone. In questi casi, l’azione antisettica dell’uva ursina può contribuire a ridurre la carica batterica e a migliorare i sintomi urinari. Le evidenze precliniche mostrano che gli estratti idroalcolici della pianta inibiscono efficacemente la crescita di batteri uropatogeni, con concentrazioni minime inibenti comprese tra 0,3 e 1,2 mg/mL.

Uno studio clinico multicentrico noto come BRUMI ha valutato l’efficacia dell’uva ursina nella cistite acuta non complicata, dimostrando che l’estratto secco titolato può essere non inferiore alla fosfomicina nel controllo dei sintomi urinari, con un buon profilo di sicurezza se usato per cicli brevi. Sebbene lo studio si concentri sulla cistite, i meccanismi d’azione coinvolti sono rilevanti anche per la prostatite batterica, che spesso origina da infezioni urinarie ascendenti.

Per l’iperplasia prostatica benigna (BPH), l’uva ursina non è considerata un trattamento primario, ma può essere impiegata come coadiuvante in presenza di sintomi infiammatori o infezioni urinarie ricorrenti. Alcuni fitoterapici, come la serenoa repens e il pygeum africanum, sono più studiati per la BPH, ma l’uva ursina può essere integrata in protocolli fitoterapici combinati, soprattutto nei casi in cui l’infiammazione prostatica è associata a infezioni.

Non esistono studi clinici diretti sulla BPH che confermino l’efficacia dell’uva ursina nel ridurre il volume prostatico.

Tuttavia, è stato osservato che l’infiammazione cronica gioca un ruolo importante nella progressione della BPH, e l’uva ursina, grazie ai suoi tannini e flavonoidi, può contribuire a modulare la risposta infiammatoria. Questo effetto antinfiammatorio potrebbe offrire un beneficio indiretto nei pazienti con sintomi irritativi associati alla BPH.

E’ meglio un integratore o la pianta Intera?

La scelta tra integratori e pianta intera dipende da diversi fattori, tra cui la praticità, la precisione del dosaggio e la filosofia personale del paziente.

Gli integratori offrono una forma standardizzata, con concentrazioni note di principi attivi, e sono più facili da assumere. La pianta intera, sotto forma di foglie essiccate per infusi o decotti, conserva l’intero fitocomplesso, ma richiede maggiore attenzione nella preparazione e nel dosaggio.

In generale, per chi cerca un approccio controllato e sicuro, gli integratori sono preferibili. Tuttavia, chi predilige rimedi naturali tradizionali può optare per la pianta intera, purché segua le indicazioni di un esperto.

Precauzioni e Controindicazioni

Nonostante i suoi benefici, l’uva ursina deve essere utilizzata con cautela. L’assunzione prolungata o in dosi elevate può causare effetti collaterali, come disturbi gastrointestinali o alterazioni della funzionalità epatica. È controindicata in gravidanza, allattamento, nei bambini e in soggetti con patologie renali o epatiche.

Il trattamento dovrebbe essere limitato a brevi periodi, generalmente non superiori a una settimana, salvo diversa indicazione medica. Come per ogni rimedio naturale, è fondamentale evitare l’automedicazione e consultare un professionista prima dell’uso.

La curcuma (Curcuma longa) è una spezia utilizzata nella medicina ayurvedica e cinese per trattare numerose condizioni infiammatorie. Oggi, la scienza moderna ne conferma il potenziale terapeutico, in particolare per la salute della prostata.

Il Principio Attivo: Curcumina e Curcuminoidi

Il principale composto bioattivo della curcuma è la curcumina, un polifenolo con proprietà antinfiammatorie, antiossidanti e immunomodulanti. Essa rappresenta circa il 77% dei curcuminoidi presenti nel rizoma della pianta. Tuttavia, la curcumina ha una biodisponibilità molto bassa, a causa del rapido metabolismo epatico e intestinale. Per ovviare a questo limite, sono state sviluppate formulazioni avanzate (con piperina, nanoemulsioni, aerogel) che ne aumentano l’assorbimento fino a 100 volte.

Meccanismi d’Azione sulla Prostata

La curcumina agisce su diversi meccanismi biologici. Inibisce la produzione di citochine pro-infiammatorie (TNF-α, IL-6), riduce lo stress ossidativo e modula vie di segnalazione cellulare come NF-κB, Akt/mTOR e Ras/MAPK. Questi effetti contribuiscono a rallentare la proliferazione delle cellule tumorali e a promuovere l’apoptosi, ovvero la morte programmata delle cellule malate (fonte).

Patologie Prostatiche Coinvolte

Iperplasia Prostatica Benigna (BPH)

La curcumina ha dimostrato di migliorare i sintomi urinari nei pazienti con BPH. In uno studio clinico randomizzato, 160 mg al giorno di curcumina per tre mesi hanno ridotto significativamente l’IPSS (International Prostate Symptom Score) e i livelli di proteina C-reattiva.

Prostatite Cronica

Sebbene le evidenze siano ancora limitate, alcuni studi suggeriscono che la curcumina possa alleviare l’infiammazione e il dolore pelvico associati alla prostatite cronica. Tuttavia, le linee guida europee non la includono tra i fitofarmaci ufficialmente raccomandati per questa condizione (fonte).

Tumore alla Prostata

Numerosi studi in vitro e in vivo hanno evidenziato l’efficacia della curcumina nel ridurre la vitalità, la proliferazione e la migrazione delle cellule di tumore alla prostata. Una meta-analisi su modelli animali ha confermato la significativa riduzione del volume e del peso tumorale. Inoltre, la curcumina agisce sia su tumori androgeno-sensibili che androgeno-insensibili. (fonte).

Integratori di Curcuma: Modalità d’Uso e Sicurezza

Gli integratori di curcumina sono disponibili in capsule, compresse e polveri. Le formulazioni più efficaci includono piperina o tecnologie di incapsulazione per migliorarne l’assorbimento. Il dosaggio consigliato varia tra 500 mg e 2000 mg al giorno, suddiviso in più somministrazioni.

Controindicazioni

La curcumina può interagire con diversi farmaci, tra cui:

  • Anticoagulanti (Warfarin, Aspirina): può aumentare il rischio di sanguinamento.
  • Antidiabetici: può potenziare l’effetto ipoglicemizzante.
  • Antiacidi: può alterare la produzione di acido gastrico.

È sconsigliata in caso di calcoli biliari, ulcere gastriche attive e durante la gravidanza o l’allattamento senza supervisione medica.


La curcuma, grazie alla curcumina, offre un supporto naturale promettente per la salute della prostata. I suoi effetti antinfiammatori, antiossidanti e antitumorali sono ben documentati, ma non sostituiscono le terapie mediche. L’integrazione può essere utile in un contesto preventivo o complementare, sempre sotto controllo medico.

Il melograno, con i suoi chicchi rossi e brillanti, è da secoli simbolo di fertilità, abbondanza e salute. Ma oltre al suo valore simbolico e al gusto gradevolmente acidulo, questo frutto si è guadagnato un posto d’onore anche nella ricerca scientifica moderna, grazie alle sue numerose proprietà benefiche per l’organismo. In particolare, il melograno si sta rivelando un alleato importante per la salute della prostata.

Cosa contiene il melograno

l melograno è un frutto straordinariamente ricco di sostanze benefiche. Oltre al suo sapore gradevole, racchiude una combinazione di nutrienti e composti bioattivi che lo rendono un vero e proprio “superfrutto”. In particolare, è noto per l’elevato contenuto di antiossidanti, soprattutto polifenoli come la punicalagina e l’acido ellagico, che svolgono un ruolo chiave nella protezione delle cellule, inclusa quella prostatica.

Ecco quali sono i principali valori nutrizionali per 100 grammi di arilli di melograno:

ComponenteQuantità per 100 g
Energia68 kcal
Carboidrati totali17,2 g
Zuccheri16,6 g
Proteine0,95 g
Grassi totali0,3 g
Fibre0,6 g
Potassio259 mg
Vitamina C10,2 mg
Vitamina K16,4 µg
Acido folico (B9)38 µg
Polifenoli totali*200–300 mg

*La quantità di polifenoli può variare in base alla varietà e alla maturazione del frutto, ma in media si aggira tra i 200 e i 300 mg per 100 g di arilli freschi

Questa combinazione di nutrienti rende il melograno particolarmente utile per contrastare l’infiammazione e lo stress ossidativo, due fattori chiave nella salute della prostata.

Come agisce sulla prostata

La prostata è una ghiandola molto sensibile all’infiammazione e allo stress ossidativo, due condizioni che aumentano con l’età e che possono portare a disturbi come l’iperplasia prostatica benigna o, nei casi più gravi, al tumore. I polifenoli del melograno aiutano a ridurre questi fattori di rischio, proteggendo le cellule prostatiche dai danni e modulando la risposta infiammatoria.

Alcuni studi hanno dimostrato che il consumo regolare di succo di melograno può rallentare l’aumento del PSA, un marcatore importante per la salute prostatica, e persino inibire la crescita delle cellule tumorali. In particolare, si è osservato che il melograno può favorire l’apoptosi, ovvero la morte programmata delle cellule anomale.

Effetti su iperplasia e LUTS

Un trial clinico triple‑blind su 40 individui ha valutato capsule di estratto di buccia di melograno in aggiunta a tamsulosina per 4 mesi: a fine studio, il gruppo melograno ha mostrato un miglioramento del IPSS rispetto al placebo, senza variazioni significative di volume prostatico o PSA (fonte); lo studio è piccolo e necessita di conferme indipendenti e a più lungo termine.

Effetti sul tumore alla prostata

In uno studio clinico di 12 mesi con placebo su 30 uomini in sorveglianza attiva, 1.000 mg/die di estratto di melograno non hanno cambiato la velocità di crescita del PSA né i risultati delle biopsie. Nel tessuto prostatico si è visto però un calo dei segni di danno ossidativo e del recettore degli androgeni. In pratica, ci sono effetti biologici, ma nessun beneficio clinico misurabile in un anno. (fonte).

In un altro studio su 199 uomini, un integratore combinato (Pomi‑T: melograno + tè verde + broccoli + curcuma) ha portato a un aumento del PSA più contenuto dopo 6 mesi rispetto al placebo. Tuttavia, essendo un mix di ingredienti, non possiamo attribuire l’effetto al solo melograno e il PSA resta un indicatore indiretto, non un esito clinico finale (fonte).

Quanto melograno assumere

Per ottenere benefici concreti, è consigliabile consumare regolarmente il frutto o il suo succo. Un bicchiere di succo fresco al giorno (circa 200-250 ml) è una quantità generalmente considerata efficace e sicura. In alternativa, si possono assumere integratori a base di estratto secco, purché standardizzati in polifenoli e sotto consiglio medico.

Ci sono controindicazioni?

Il melograno è ben tollerato dalla maggior parte delle persone, ma non è privo di controindicazioni. Può interagire con alcuni farmaci, in particolare quelli per la pressione o per fluidificare il sangue. Inoltre, un consumo eccessivo può causare disturbi gastrointestinali in soggetti sensibili. Per questo motivo, è sempre consigliabile parlarne con il proprio medico, soprattutto se si seguono terapie farmacologiche.


Integrare il melograno nella propria alimentazione è un gesto semplice ma potente. Non si tratta di una cura miracolosa, ma di un supporto naturale che, se assunto con regolarità e consapevolezza, può contribuire in modo significativo alla salute della prostata e al benessere generale. Un piccolo frutto, insomma, con un grande potenziale.

Per approfondire:
A review of pomegranate in prostate cancer

Diet and lifestyle considerations for patients with prostate cancer

Quando pensiamo all’estate, l’anguria è uno dei primi frutti che ci viene in mente: dolce, rinfrescante, perfetta per combattere il caldo. Ma pochi sanno che questo frutto ha anche proprietà benefiche per la salute della prostata, supportate da studi scientifici.

L’anguria è composta per oltre il 90% da acqua, ma non è solo un frutto dissetante. Al suo interno troviamo:

  • Licopene: un potente antiossidante che dà il colore rosso alla polpa. È lo stesso presente nei pomodori, ma in alcune varietà di anguria è ancora più concentrato.
  • Citrullina: un amminoacido che favorisce la circolazione sanguigna.
  • Vitamina C: utile per il sistema immunitario e per contrastare l’infiammazione.
  • Polifenoli e carotenoidi: sostanze naturali con effetti antiossidanti.
NutrienteQuantità per 100 gBenefici principali
Licopene4–5 mgAntiossidante, protegge le cellule prostatiche, riduce il rischio di tumore alla prostata
Citrullina40–160 mgMigliora la circolazione sanguigna, utile per la funzione urinaria e sessuale
Vitamina C8.1 mgAntinfiammatoria, sostiene il sistema immunitario
Polifenoli1 mg GAEAntiossidanti, contrastano lo stress ossidativo
Carotenoidi totali5–7 mgAntiossidanti, contrastano lo stress ossidativo

Perché fa bene alla prostata?

Il licopene è il protagonista. E’ un carotenoide antiossidante studiato per il possibile ruolo nella salute prostatica. Alcuni studi osservazionali suggeriscono un’associazione tra maggiore apporto di licopene e minor rischio di tumore della prostata, ma le prove cliniche dirette restano inconclusive (fonte).

ll licopene ha proprietà antiossidanti e in modelli sperimentali/interventi è stato associato a effetti su stress ossidativo, infiammazione e segnali proliferativi.

La citrullina dell’anguria partecipa al metabolismo dell’ossido nitrico e potrebbe favorire la funzione vascolare generale; non ci sono però prove sufficienti per affermare che l’anguria migliori direttamente i sintomi urinari o la funzione sessuale legati alla prostata (fonte).

L’anguria, grazie alla vitamina C e ad altri antiossidanti, può contribuire a ridurre l’infiammazione cronica, che è spesso presente nei casi di iperplasia prostatica benigna (BPH), una condizione molto comune negli uomini sopra i 50 anni.

Ci sono controindicazioni?

In generale, l’anguria è sicura e ben tollerata. Tuttavia, è bene fare attenzione in alcuni casi:

  • Chi ha problemi di glicemia alta o diabete dovrebbe consumarla con moderazione, perché contiene zuccheri naturali.
  • Nelle persone con insufficienza renale avanzata o con restrizione del potassio, le porzioni vanno concordate con il nefrologo o il dietista.
  • Alcune persone possono avere reazioni allergiche lievi, soprattutto se già sensibili ad altri frutti.

L’anguria non è solo buona: è anche un frutto funzionale, che può aiutare a proteggere la prostata e a migliorare la salute maschile in modo naturale. Inserirla nella dieta estiva è una scelta gustosa e intelligente, soprattutto se accompagnata da uno stile di vita sano.

Tuttavia, proprio per il suo altissimo contenuto di acqua, è importante fare attenzione al momento del consumo, soprattutto per chi soffre di disturbi urinari notturni.

Mangiare anguria in abbondanza la sera può aumentare la frequenza della minzione notturna, disturbando il sonno e peggiorando la qualità della vita. In questi casi, è consigliabile consumarla preferibilmente durante il giorno, quando l’organismo è più attivo e può gestire meglio l’apporto idrico.

Per approfondire:
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0304383508003911?via%3Dihub

https://www.eurekaselect.com/article/129181