Secondo un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Science la flora intestinale può influire sulla crescita del tumore alla prostata e sulla risposta alle terapie, fornendo una fonte alternativa di androgeni che promuovono la crescita del tumore.

La terapia ormonale è una terapia standard per il tumore alla prostata avanzato che agisce abbassando i livelli di androgeni o inibendo la funzione di questi. Ma i ricercatori hanno scoperto che bassi livelli di androgeni nei pazienti possono facilitare l’espansione di alcuni batteri intestinali, che possono diventare delle vere e proprie “fabbriche” di ormoni.

I batteri intestinali fanno parte del nostro microbioma e solitamente svolgono funzioni preziose per l’uomo. Tuttavia, tumori e altre malattie possono rompere l’equilibrio tra batteri e corpo umano, ad esempio favorendone l’espansione.

Gli scienziati hanno scoperto che l’eliminazione di tutti i batteri intestinali negli animali in studio con cancro alla prostata rallentava la crescita del tumore e ritardava l’emergere della resistenza alla terapia ormonale.

Parallelamente è stata studiata la flora batterica di pazienti con tumore alla prostata in trattamento con terapia ormonale. In particolare sono stati esaminati 19 uomini i cui tumori alla prostata stavano rispondendo alla terapia ormonale e 55 uomini con carcinoma prostatico avanzato ormono-resistente.

Gli scienziati hanno identificato due ceppi di batteri, il Ruminococcus e la Prevotella stercorea, il primo apparentemente associato allo sviluppo della resistenza alla terapia ormonale e il secondo, invece, a esiti clinici favorevoli.

I ricercatori hanno generato in laboratorio dei “mini-tumori”, chiamati organoidi, partendo dal tumore dei pazienti e li hanno messi a contatto con i diversi ceppi batterici prima di trattarli con farmaci, concludendo che la terapia ormonale può stimolare i batteri intestinali a produrre ormoni androgeni. Questi androgeni possono quindi sostenere la crescita del tumore alla prostata e portare quindi a rendere meno efficace la terapia ormonale, peggiorando la sopravvivenza del paziente.

Questi dati preliminari rappresentano un interessante campo di studio. Una volta identificati in maniera completa i profili di batteri che si associano a risposta o resistenza alla terapia ormonale si potrebbero disegnare dei trattamenti volti a modulare e manipolare la flora intestinale in associazione ai trattamenti standard per il tumore alla prostata.

In futuro per aumentare il successo di una terapia antitumorale potrebbe quindi essere sufficiente mangiare un semplice yogurt!

Spesso non è tanto una diagnosi di tumore alla prostata a spaventare un uomo, quanto la paura delle conseguenze di una terapia.

Dopo un intervento di prostatectomia radicale, per esempio, impotenza e incontinenza urinaria sono effetti collaterali più o meno comuni.

L’incontinenza, però, è nella maggior parte dei casi un problema transitorio che scompare del tutto, grazie anche alla riabilitazione.

L’incontinenza ha un forte impatto negativo sulla qualità della vita dell’uomo che dovendo ricorrere all’utilizzo di assorbenti si vede obbligato a modificare la propria socialità.

La riabilitazione del pavimento pelvico è mirata proprio a rafforzare l’azione della vescica, responsabile del contenimento urinario che diventa più difficile per gli uomini a cui la prostata viene asportata chirurgicamente.

La riabilitazione ha l’obiettivo di migliorare i meccanismi che compensano la perdita di attività da parte di quei muscoli che chiudono il canale che porta l’urina dalla vescica verso l’esterno, ovvero dei muscoli pelvici.

Il Fisiatra è lo specialista di riferimento e può programmare il trattamento riabilitativo più adeguato, indirizzando il paziente in un centro specializzato dove imparerà a conoscere questi muscoli e a rafforzarli con esercizi corretti di fisioterapia. Per questo è importante iniziare il prima possibile e che almeno la fase iniziale venga opportunamente seguita.

Questo tipo di esercizi punta a migliorare e rafforzare questa zona, affinché la contrazione del perineo sia in grado di bloccare il passaggio dell’urina.

La ginnastica perineale è consigliata anche agli uomini trattati soltanto con la radioterapia, ma in questo caso i benefici possono essere minori in ragione di un danno indotto dalle radiazioni al tessuto muscolare: meno sensibile e vascolarizzato. 

La riabilitazione può essere abbinata all’attività sportiva. Vanno benissimo il nuoto o una camminata, all’aperto o sul tapis roulant. Per la corsa sostenuta e le passeggiate in bicicletta, invece, è meglio aspettare un paio di mesi. Vale comunque sempre un consiglio: nel momento in cui l’attività fisica comporta una perdita di urina, non va ripetuta fino a un’avvenuta guarigione.

approfondimenti: https://www.pelvicrehabilitation.com/

Il concetto di Sorveglianza Attiva sta emergendo sempre di più come una valida opzione per gli uomini che decidono di non sottoporsi a un trattamento radicale immediato per il tumore alla prostata, quali chirurgia o radioterapia.

La sorveglianza attiva si basa sul concetto che è alcuni tipi di tumore alla prostata, definiti a “basso rischio”, hanno una bassa probabilità di evolvere in una malattia aggressiva e quindi ridurre l’aspettativa di vita.

Oltre il 30% degli uomini con un tumore alla prostata ha una malattia a crescita così lenta che gli effetti collaterali di un trattamento radicale sono di gran lunga maggiori rispetto ai benefici.

Tra i 10 tumori più comuni, il tumore alla prostata è l’unico in cui così tanti pazienti hanno una malattia a crescita lenta che non giustifica un trattamento immediato aggressivo.

Ma attenzione: la sorveglianza attiva non è un “non trattamento”, ma piuttosto una strategia per curarti solo se e quando il tuo tumore alla prostata richiede effettivamente un trattamento.

Può sembrare controintuitivo dire che un paziente ha un tumore e la cosa migliore è sedersi e aspettare. Ma gli studi dimostrano che gli uomini con tumore alla prostata a basso rischio che sono stati in sorveglianza attiva per 10-15 anni dopo la diagnosi hanno tassi notevolmente bassi di diffusione della malattia o di morte per tumore alla prostata.

In effetti, uno studio della Johns Hopkins sugli uomini in sorveglianza attiva ha scoperto che meno dell’1% degli uomini ha sviluppato una malattia metastatica in 15 anni di monitoraggio. Questo è estremamente importante perché i trattamenti utilizzati per il tumore alla prostata localizzato – chirurgia e radioterapia – hanno effetti collaterali che possono alterare la qualità della vita di una persona.

La chiave del successo della sorveglianza attiva è ovviamente un monitoraggio regolare per intervenire tempestivamente in presenza di segni di progressione.

Chi può considerare una sorveglianza attiva?

I pazienti che possono prendere in considerazione la sorveglianza attiva in seguito ad una diagnosi di tumore alla prostata devono ovviamente avere una malattia localizzata a basso rischio di progressione.

In linea generale le caratteristiche del tumore per essere considerato un candidato a questo tipo di approccio devono essere :

  • una diagnosi istologica con un Gleason score massimo di 6 (indicato come 3+3) o, solo per un’età maggiore di 70 anni, di 7 (indicato come 3+4);
  • di tutti i prelievi bioptici, solo 1 o 2 devono essere risultati positivi per tumore della prostata;
  • avere un valore di PSA nel sangue uguale o inferiore a 10 ng/ml;
  • avere un tumore di piccole dimensioni che non superi la capsula che riveste la prostata, definito come stadio T1c o T2a;

Sorveglianza o terapia: la scelta è sempre del paziente

Ai pazienti con nuova diagnosi di tumore della prostata localizzato a basso rischio di progressione vengono fornite informazioni sui vari tipi di trattamento ad oggi disponibili.

Il paziente opportunamente informato viene invitato a discuterne con il proprio medico e con persone di sua fiducia, e potrà quindi scegliere spontaneamente se entrare nel programma di sorveglianza attiva oppure se ricorrere ad un trattamento chirurgico o radioterapeutico, ovviamente se appropriato alla specifica situazione.

La sorveglianza attiva in Italia

In Italia sono attivi alcuni protocolli di sorveglianza attiva a cui è possibile partecipare.

In diverse parti del nostro paese è attivo lo studio PRIAS promosso dalla società di urologia SIURO, mentre in Piemonte e Valle d’Aosta è attivo il reclutamento per lo studio START.

Si tratta di studi “osservazionali” perché non prevedono sperimentazione di farmaci o nuove tecnologie. Consistono esclusivamente nella raccolta di informazioni relative allo stato di salute del paziente nel corso del tempo, qualunque sia il trattamento a cui deciderà di sottoporsi tra le diverse opzioni possibili.

In particolare vengono raccolte informazioni sulla qualità di vita del paziente, attraverso semplici questionari da compilare all’inizio del trattamento e poi periodicamente in occasione delle abituali visite di controllo, in cui oltre al controllo dei valori di PSA e all’esame obiettivo possono essere effettuati esami per immagini, come una risonanza magnetica multiparametrica.

Con l’ introduzione della nuova PET con PSMA si moltiplicano le possibilità di diagnosi e cura del tumore alla prostata.

Che cos’è la PET?

La PET è un esame semplice, non invasivo e sicuro in cui al paziente viene iniettato un radiofarmaco.
I radiofarmaci sono composti da una molecola di cui si vuole misurare il comportamento e da una particella radioattiva a cui questa si lega che, attraverso le radiazioni emesse, consente allo strumento di seguirne la distribuzione nell’organismo.

Ogni radiofarmaco utilizza una molecola specifica che segue una particolare via metabolica permettendo lo studio di determinate cellule tumorali.

Che cos’è la PET con PSMA?

Il PSMA (Prostate-Specific Membrane Antigen) è una proteina presente sulla superficie di alcune cellule di tumore alla prostata e può quindi essere utilizzata per distinguere una cellula sana da una tumorale.

Con questa tecnica è possibile individuare non solo le malattie primitive confinate all’organo, ma anche le malattie metastatiche.

Il PSMA viene bersagliato con un radiofarmaco in grado legarlo che una volta legato emette delle radiazioni a livello locale, permettendo quindi di individuare cellule di tumore alla prostata.

Per chi è indicata la PET con PSMA?

La PET-PSMA in teoria può essere utilizzata in tutte le fasi del tumore prostatico essendo la proteina PSMA espressa in quantità aumentate quasi esclusivamente nelle cellule cancerose di origine prostatica.
Occorre comunque fare chiarezza per le diverse fasi della malattia.

Stadiazione

Tumore della prostata diagnosticato tramite biopsia, ma non ancora trattato.  In questa fase della malattia l’utilità della PET-PSMA non è ancora stata dimostrata e il numero di studi scientifici internazionali è ancora limitato. Attualmente, la letteratura considera la Risonanza Magnetica multiparametrica la più efficace metodica di diagnostica per immagini nella stadiazione del tumore alla prostata, soprattutto in caso di forme aggressive. 

Ristadiazione

Pazienti già sottoposti a trattamento chirurgico o radioterapico in cui il PSA è salito sopra una certa soglia. Per valutare se la malattia sia ripartita nella sede originale oppure a distanza (metastasi) è necessario eseguire degli esami diagnostici per immagini che possano aiutare a identificare il numero e la sede delle precise localizzazioni del tumore della prostata in ogni paziente, per potergli suggerire una terapia mirata. Purtroppo, in questo momento, le metodiche convenzionali e cioè l’ecografia, la TC, la Risonanza Magnetica e la scintigrafia ossea hanno dimostrato una bassa accuratezza nell’identificare le localizzazioni della malattia. La PET-Colina si è dimostrata essere un esame più accurato tuttavia con risultati ancora subottimali. Poiché è preferibile iniziare un trattamento quando i valori del PSA sono ancora bassi, è indispensabile avere a disposizione una metodica di diagnostica per immagini che ci permetta di “fotografare” la malattia nelle sue fasi di iniziale ripresa.
La PET-PSMA ha dimostrato una maggiore accuratezza rispetto alla PET-Colina, soprattutto per valori di PSA bassi, rivelandosi così un utile strumento diagnostico in questa fase della malattia.

Monitoraggio di pazienti con tumore resistenti alla terapia ormonale

Nelle fasi più avanzate della malattia molti pazienti che inizialmente traggono beneficio dalla terapia ormonale sviluppano una resistenza a questi farmaci. Non sono ancora presenti dati sufficienti nella letteratura internazionale riguardo all’utilità della PET-PSMA in questo stadio della patologia. Tuttavia alcuni autori suggeriscono che la PET-PSMA può fornire utili informazioni riguardo alla risposta del paziente a determinate terapie farmacologiche e quindi potrebbe aiutare il medico nel decidere se continuare o sospendere il trattamento in corso.

Cosa mi devo aspettare dopo una PET con PSMA?

Il medico nucleare, attraverso il referto, può segnalare la presenza di una o più aree in cui il PSMA si accumula, come per esempio un linfonodo, la porzione di un osso, una parte della prostata (nel caso non sia stata asportata chirurgicamente), ecc., sospette per la presenza di cellule cancerose di origine prostatica. Sulla base del referto integrando altre informazioni cliniche del paziente, il medico specialista può proporre la terapia più indicata che sia diretta contro le aree segnalate alla PET-PSMA (radioterapia, terapia ormonale, chirurgia, ecc.) oppure consigliare ulteriori accertamenti (RM della pelvi, biopsia di un linfonodo, ecc.).

E’ importante sapere che il referto può anche non mettere in evidenza alcuna area di iperaccumulo del PSMA, nonostante sia presente una lesione. In questo caso si parla di falso negativo, ed è da imputare a una limitazione della metodica stessa.

Il PSMA infatti non è espresso da tutte le cellule di tumore alla prostata e in alcuni casi la quantità di questa molecola può non essere sufficientemente alta da essere individuata con le tecnologie attuali.

PET con PSMA per uso teranostico

La Teranostica è l’integrazione di imaging diagnostico e intervento terapeutico (Terapia + diagnostica). Un approccio diagnostico diventa teranostico quando è in grado di localizzare una condizione patologica, caratterizzarla da un punto di vista biologico e molecolare e funzionare come agente terapeutico.

Valutare la presenza e bersagliare il PSMA è una metodica che garantisce una maggiore precisione nello studio del tumore alla prostata. Marcando questa molecola le sedi di malattia metastatica possono essere individuate più precocemente, e trattate localmente con maggiore precisione.

Al momento sono in corso studi di fase 3 con PSMA marcato con il lutezio (177Lu) da impiegare a scopo terapeutico, che con ogni probabilità verrà approvato nel corso dei prossimi anni (fonte).

I risultati dello studio VISION condotto su uomini con tumore alla prostata metastatico resistente a castrazione hanno dimostrato che il trattamento con 177Lu-PSMA-617 in aggiunta alle terapie standard ha portato una riduzione del 38% del rischio di morte e del 60% del rischio di progressione della malattia rilevata radiograficamente o di morte rispetto alla terapia standard da sola.

approfondimenti:

https://www.europeanurology.com/article/S0302-2838(20)30946-5/fulltext

Quando un uomo raggiunge circa i 25 anni, la sua prostata inizia a crescere. Questa crescita naturale è chiamata iperplasia prostatica benigna ed è la causa più comune di ingrossamento della prostata. L’iperplasia benigna della prostata è una condizione benigna che non porta allo sviluppo di un tumore alla prostata, sebbene i due problemi possano coesistere.

Nonostante circa il 50% degli uomini con IPB non sviluppino mai alcun sintomo, altri ritengono che l’iperplasia benigna della prostata abbia un peso sulla propria quotidianità.

I sintomi classici dell’iperplasia benigna della prostata includono:

  • un flusso di urina esitante, interrotto, debole
  • perdite dopo aver urinato
  • un senso di svuotamento incompleto
  • minzione più frequente, soprattutto di notte.

Di conseguenza, molti uomini necessitano di un trattamento. La buona notizia è che i progressi della medicina portano costantemente a terapie sempre migliori.

I pazienti e i loro medici ora hanno più farmaci tra cui scegliere, quindi se con uno non si vedono benefici, si può facilmente passare ad un altro. Anche gli approcci di tipo chirurgico sono sempre più efficaci e hanno meno effetti collaterali.

Prima di arrivare ad avere problemi che necessitino di un intervento avanzato, è possibile agire in prima persona.

Quando i sintomi non sono ancora particolarmente fastidiosi, un’attesa vigile può essere il modo migliore per procedere. Ciò comporta un monitoraggio regolare per assicurarsi che non si sviluppino complicazioni, senza effettuare alcun trattamento.

Per i sintomi più preoccupanti, la maggior parte dei medici inizia raccomandando una combinazione di cambiamenti dello stile di vita e farmaci. Spesso questo sarà sufficiente per alleviare i sintomi peggiori e prevenire la necessità di un intervento chirurgico

Quattro semplici passaggi per alleviare alcuni dei sintomi dell’iperplasia benigna

  • Alcuni uomini nervosi e tesi urinano più frequentemente. Riduci lo stress esercitandoti regolarmente e praticando tecniche di rilassamento come la meditazione.
  • Quando vai in bagno, prenditi il ​​tempo per svuotare completamente la vescica. Ciò ridurrà la necessità di viaggi successivi in ​​bagno.
  • Parla con il tuo medico di tutti i farmaci da prescrizione e da banco che stai assumendo; alcuni possono contribuire al problema. Il medico potrebbe essere in grado di regolare i dosaggi o modificare il programma per l’assunzione di questi farmaci, oppure potrebbe prescrivere diversi farmaci che causano meno problemi urinari.
  • Evitare di bere liquidi la sera, in particolare bevande contenenti caffeina e alcolici. Entrambi possono influenzare il tono muscolare della vescica e stimolare i reni a produrre urina, portando alla minzione notturna.

Approfondimenti: https://www.mayoclinic.org/diseases-conditions/benign-prostatic-hyperplasia/symptoms-causes/syc-20370087

La fatigue è uno dei sintomi più comuni che i pazienti con tumore alla prostata si trova ad affrontare.

È una forma di stanchezza persistente che rende difficile svolgere anche semplici attività della vita quotidiana come vestirsi, fare la doccia, fare la spesa, uscire con gli amici o avere una vita sociale.

Sembra che il 75% degli uomini con tumore alla prostata avrà a che fare con questo tipo di stanchezza ad un certo punto della malattia o del suo trattamento. 

La fatigue correlata al tumore alla prostata ha un impatto fisico sul paziente che la sperimenta, ma può avere anche dei riflessi importanti sul piano mentale ed emotivo.

Tristezza, ansia e depressione, senso di maggiore dipendenza dagli altri potrebbe rivelarsi frustrante, così come le difficoltà lavorative o sessuali.

La fatigue può essere, quindi, un sintomo importante da non sottovalutare ed è talvolta uno degli aspetti più difficili da gestire, soprattutto se si è abituati ad uno stile di vita attivo. 

Dato il suo impatto sul lato emotivo, la fatigue può influire sulla propria capacità di comunicazione con il proprio medico, nel comprendere nuove informazioni sulla propria malattia o perfino nel prendere decisioni riguardo al proprio trattamento.

Durante il percorso diagnostico-terapeutico è importante concedersi il giusto tempo per assicurarsi di avere compreso e metabolizzato tutte le informazioni necessarie prima di prendere qualsiasi decisione importante, come la scelta di un trattamento, ma è altrettanto fondamentale avere le energie e la lucidità per farlo.

Da cosa dipende la fatigue nel tumore alla prostata?

Le cause per le quali gli uomini con tumore alla prostata possono provare questa sensazione di affaticamento non sono chiare. 

È probabile che a determinare la fatigue concorrano diversi motivi, tra cui la presenza del tumore stesso che comporta dei cambiamenti al corpo come un maggiore consumo di energia.

Lo stato di preoccupazione ansia costante in seguito ad una diagnosi di cancro o alle cure, è di per sé causa di stress, che provoca di conseguenza un maggiore affaticamento.

Anche le terapie per il cancro alla prostata hanno un peso: alcune possono, infatti, causare affaticamento. 

Come affrontare la fatigue?

Dato che non è facile determinare le cause della fatigue, è altrettanto difficile determinare un trattamento valido per ogni situazione.

E’ possibile comunque agire direttamente con dei piccoli accorgimenti nella propria quotidianità.

Il riposo può essere d’aiuto, ma senza esagerare: stare troppo fermi può avere l’effetto contrario.

Fare attività fisica, anche moderata come una semplice camminata, contribuisce sostanzialmente ad aumentare i propri livelli di energia.

Anche l’alimentazione ha un ruolo importante: bere liquidi a sufficienza, evitare bevande gasate e bibite zuccherate e moderare il consumo di alcol.

Quando i sintomi della fatigue hanno un impatto significativo sul proprio stato di benessere, è importante parlarne con il proprio oncologo o con il proprio medico di base.

referenze:

https://www.mdpi.com/2072-6643/9/9/1003

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/pros.23502

https://www.cancer.gov/about-cancer/treatment/side-effects/fatigue/fatigue-pdq

https://www.mayoclinic.org/diseases-conditions/cancer/in-depth/cancer-fatigue/art-20047709

A maggio del 2020 uno studio italiano aveva osservato che gli uomini con tumore alla prostata che stavano assumendo una terapia di deprivazione androgenica (ADT) avevano 4 volte meno probabilità di essere infettati da SARS-CoV-2 rispetto ai pazienti che seguivano altre terapie e avevano 5 volte meno probabilità di morire per COVID-19.

Altri studi hanno evidenziato che per entrare dentro le cellule polmonari il coronavirus possa utilizzare una proteina chiamata TMPRSS2, che svolge un ruolo in più della metà di tutti i tumori alla prostata dipendenti dagli ormoni androgeni.

Dallo studio italiano sembrava che la riduzione del livello di testosterone di un uomo con ADT riducesse la quantità di TMPRSS2 sulla prostata, ma anche sulle cellule polmonari, riducendo il rischio di infezione da coronavirus.

Ora, un nuovo studio condotto presso la Cleveland Clinic riporta che tra gli uomini con tumore alla prostata, essere in terapia con ADT non ha ridotto il rischio di infezione da SARS-CoV-2. In questo studio i ricercatori hanno studiato quasi 1.800 uomini con tumore alla prostata, 300 dei quali erano in ADT. I tassi di positività al test del coronavirus erano essenzialmente gli stessi tra gli uomini in ADT (5,6%) rispetto agli uomini non in ADT (5,8%). I ricercatori hanno tenuto conto delle differenze tra i gruppi in termini di età, abitudine al fumo e altri fattori e hanno concluso che l’ADT non sembra protettivo contro l’infezione da SARS-CoV-2.

DUE STUDI, DUE DIVERSI RISULTATI. COSA VUOLE DIRE?

E’ ancora presto per avere una risposta chiara e univoca. Gli studi sono ancora pochi e condotti su popolazioni differenti. I medici non possono formulare delle raccomandazioni sulla salute in base a queste evidenze.

I due studi rappresentano però degli importanti pezzi di un enorme e complesso puzzle, che si aggiungono gradualmente al corpo delle conoscenze.

La ricerca continua nei laboratori e negli studi clinici, compresi i test di ADT e altri farmaci che agiscono su TMPRSS2 per cercare di prevenire forme gravi di COVID-19.

Per ora, sappiamo che gli effetti del COVID-19 potrebbero essere più gravi per alcune persone con tumore alla prostata, pazienti uomini sottoposti a chemioterapia o che hanno ricevuto una chemioterapia negli ultimi tre mesi e pazienti che hanno ricevuto farmaci per studi clinici che regolano il sistema immunitario.

Sempre più evidenze dimostrano quanto sia importante una buona alimentazione dopo una diagnosi di tumore alla prostata.

Recentemente i ricercatori del MD Anderson Cancer Center dell’Università del Texas hanno scoperto che gli uomini con un tumore alla prostata localizzato che hanno seguito uno stile alimentare più vicino ai principi della dieta mediterranea hanno una prognosi migliore rispetto ad altri pazienti.

In questo studio, pubblicato sulla rivista Cancer, i ricercatori hanno osservato che una più stretta aderenza ai principi del dieta mediterranea fosse associata a una migliore sopravvivenza libera da progressione della malattia.

La dieta mediterranea è nota per essere collegata a un minor rischio di malattie cardiovascolari e mortalità, ed anche di malattie oncologiche. Questo studio sugli uomini con tumore alla prostata evidenzia quanto sia importante fornire raccomandazioni dietetiche per migliorare l’andamento della malattia.

Lo studio ha osservato 410 uomini inseriti in un protocollo di sorveglianza attiva con tumore alla prostata localizzato di grado 1 o 2 (GG1 e GG2). Tutti i partecipanti allo studio sono stati sottoposti a una biopsia di conferma all’inizio dello studio e sono stati valutati ogni sei mesi attraverso esami clinici e studi di laboratorio misurando il valore di PSA sierico e di testosterone.

I partecipanti hanno completato un questionario sulla frequenza alimentare di base di 170 item e il punteggio della dieta mediterranea è stato calcolato per ciascun partecipante in nove gruppi di alimenti regolati dal punto di vista energetico. I partecipanti sono stati poi divisi in tre gruppi di aderenza alla dieta alta, media e bassa.

Lo studio, il cui maggior numero di partecipanti era bianco, ha anche scoperto che l’effetto della dieta mediterranea era più pronunciato nei partecipanti afroamericani, che hanno normalmente un rischio maggiore di morte per tumore alla prostata e progressione della malattia.

I ricercatori hanno visto un’associazione significativa tra un punteggio dietetico di base elevato e un rischio inferiore di progressione del grado di tumore. I risultati sono preliminari, ma incoraggianti e sono necessarie ulteriori ricerche per valutare se gli effetti benefici della dieta mediterranea possano verificarsi anche in pazienti con tumore alla prostata di alto grado.

Seguire costantemente una dieta ricca di cibi vegetali, in particolare i pomodori, pesce e un sano equilibrio di grassi monoinsaturi può quindi essere utile per gli uomini con diagnosi di tumore alla prostata in stadio iniziale.

Se i risultati dovessero essere riconfermati potrebbero in qualche modo incoraggiare i pazienti ad adottare uno stile di vita sano.

La dieta mediterranea si presenta quindi anche come un potenziale approccio non invasivo per controllare la progressione del tumore alla prostata.

Curarsi mangiando. Sarà possibile?


Le cause del tumore alla prostata non sono ancora del tutto chiare e un gruppo di ricercatori ha provato a cercare risposte nel microbiota.

Ma cosa è il microbiota? 

Il microbiota è l’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro corpo, nell’intestino, nella bocca, sulla pelle in mezzo ai capelli, ecc.

Ed include anche la popolazione di batteri meno studiata che vive nel liquido prostatico.

Una ricerca, recentemente pubblicata su Prostate Cancer and Prostatic Diseaseha cercato di fare il punto sui meccanismi diretti e indiretti che supportano il ruolo del microbiota nel rischio di sviluppare un tumore alla prostata ma anche nel determinarne la progressione e la risposta terapeutica.

Cosa è emerso da questo studio?

Interazioni dirette fra microbiota e tumore alla prostata

Le infezioni alla prostata (prostatite) causate da determinati patogeni causa l’insorgenza di infiammazione cronica, condizione comune nell’età adulta e positivamente correlata a un aumentato rischio di tumore.

Recenti evidenze hanno dimostrato come il microbiota del tratto urinario sia implicato nell’infiammazione della prostata e nell’eventuale insorgenza tumorale soprattutto a causa della sua prossimità anatomica e delle potenzialità del tratto urinario di fungere come veicolo di trasporto per la contaminazione da parte di microrganismi esterni.

Il microbiota urinario ha inoltre dimostrato di avere caratteristiche peculiari che lo distinguono da quello cutaneo delle zone genitali adiacenti e di essere sostanzialmente differente tra maschi e femmine.

Nel dettaglio, il microbiota urinario maschile è risultato formato prevalentemente da Corynebacterium, Staphylococcus, Streptococcus, Anaerococcous, Finegoldia, Lactobacillus, Peptoniphilus, Enterobacteriaceae, Pseudomonas, Actinobaculum, Gammaproteobacter, Actinomyces Gardnerella. Interessante notare come in parte vada a modificarsi con l’età. I generi Anaerophaga e Azospira sono infatti risultati presenti in uomini over 70.

La localizzazione spaziale del microbiota urinario è tuttavia oggi ancora carente di informazioni. Ulteriori approfondimenti saranno perciò necessari per verificare questa ipotesi.  

Interazioni indirette tra microbiota e tumore alla prostata

Sempre più studi dimostrano come il microbiota gastrointestinale sia in grado di influenzare i fattori immunitari nel microambiente tumorale e la risposta a chemioterapia o immunoterapia.

L’alterazione della componente batterica (disbiosi) di una specifica regione anatomica non si limita a portare conseguenze in situ. Ad esempio, lo sbilanciamento a favore della produzione di molecole pro-infiammatorie dovuto a disbiosi intestinale può comportare la diffusione di questi molecole con insorgenza di infiammazione sistemica colpendo vari organi, prostata inclusa.

È stato inoltre visto, come il microbiota gastrointestinale di soggetti con tumore alla prostata sia notevolmente differente da quello di uomini sani.

Anche il microbiota orale, se alterato ad esempio in presenza di periodontiti, può rappresentare una possibile fonte di infiammazione sistemica.

Il microbiota e i livelli ormonali sistemici

Determinati batteri in sede gastrointestinale sono in grado di metabolizzare i precursori degli ormoni estrogeni e/o androgeni oltre che catabolizzare i prodotti ormonali finali andando perciò a influenzare i loro livelli in circolo.

Considerando come gli estrogeni incrementino il rischio di cancro alla prostata, un aumento di espressione dei ceppi implicati nella loro produzione predispone l’individuo all’insorgenza del tumore.

Gli androgeni invece sono ormoni fondamentali nella crescita e normale sopravvivenza delle cellule prostatiche. In condizioni neoplastiche, si tende a ridurre il livello di questi ormoni in modo da limitare la proliferazione incontrollata delle cellule cancerose e quindi la progressione tumorale. Tuttavia, la capacità da parte di alcune specie del microbiota gastrointestinale di condizionarne i livelli attraverso una produzione più o meno accentuata può compromettere l’efficacia della terapia.

Di contro, anche lo stesso microbiota può risentire di cambiamenti ormonali.

Il microbiota orale e la salute della prostata

Anche il microbiota orale è implicato nella salute della prostata, non solo per la potenzialità di dare infiammazione sistemica, ma anche per la capacità di alcuni patogeni del cavo orale di colonizzare nello specifico la prostata. Nelle secrezioni prostatiche di pazienti con prostatite cronica o iperplasia prostatica benigna e, simultaneamente, periodontite, sono stati riscontrati infatti batteri caratteristici della placca dentale. Inoltre, soggetti con disturbi periodontali e una prostatite da moderata a severa hanno dimostrato livelli di PSA maggiori rispetto a soggetti senza alterazioni della componente batterica orale.

In conclusione, questa revisione, benché comprensiva di pochi studi a causa della loro generale carenza in letteratura, sottolinea delinea quindi un quadro complesso e ancora da approfondire basato su interconnessioni microbiota-prostata a vari livelli e in entrambe le direzioni che necessità perciò di ulteriori studi e dimostrazioni.

Sipuleucel-T (Provenge) è un vaccino contro il tumore alla prostata. A differenza dei vaccini tradizionali, che potenziano il sistema immunitario per aiutare a prevenire le infezioni, questo vaccino insegna al sistema immunitario ad attaccare le cellule tumorali della prostata.

Questo vaccino viene generato in maniera specifica per ogni paziente. Viene fatto un prelievo di sangue da cui vengono isolati alcuni particolari globuli bianchi. In laboratorio, a queste cellule viene fatta “mangiare” una proteina espressa dalle cellule della prostata, chiamata fosfatasi acida prostatica (PAP), e poi vengono re-iniettate nel paziente.

Queste cellule che hanno mangiato la proteina PAP andranno a contattare i linfociti del paziente per insegnarli a cercare quella proteina all’interno del corpo e uccidere le cellule che la producono.

Ad oggi, questo approccio terapeutico innovativo è stato testato su pazienti con tumore alla prostata metastatico ormone-resistente, il tipo di tumore alla prostata più aggressivo e che risponde meno alle terapie convenzionali.

Su questo tipo di pazienti il vaccino ha aumentato la sopravvivenza di 4 mesi, generando come effetti collaterali febbre, brividi, affaticamento, dolore alla schiena e alle articolazioni, nausea e mal di testa.

Purtroppo lo sviluppo di questa terapia si è dimostrato più complesso del previsto per via della grande variabilità individuale: non è detto che due pazienti con il tumore alla prostata abbiano la stessa malattia, da un punto di vista genetico e molecolare.

Il vaccino sipuleucel-T è stato approvato nel 2010 dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense per il tumore alla prostata, ma ancora oggi il problema di questo nuovo tipo di approccio terapeutico è capire come utilizzarlo per avere il miglior impatto clinico.

Ad oggi, questa terapia potrebbe essere utilizzata in combinazione con o dopo il fallimento di altri farmaci, come enzalutamide, o con altri immunomodulatori, inclusi gli inibitori dei checkpoint immunologici (anti-PD-L1, e affini).

Il sipuleucel-T è stato il pioniere dei vaccini anti-tumorali, ma purtroppo la difficoltà di produzione su larga scala dovuto al fatto che si tratta di una terapia “personalizzata” sul singolo paziente lo rende ancora oggi molto costoso.

Ogni infusione di sipuleucel-T costa intorno ai 30.000 dollari ed ogni terapia prevede 3 trattamenti.

Da un punto di vista farmaco-economico il costo della terapia superano i benefici sulla qualità della vita (in termini economici) facendo quindi propendere ancora per farmaci più tradizionali.

Il sistema immunitario ha il potenziale di eliminare i tumori. Lo scopo dei vaccini anticancro è insegnare al sistema immunitario del paziente a riconoscere le cellule tumorali e ucciderle.

Si tratta di terapie molto all’avanguardia, molte ancore in fase sperimentale, ma con grandissime potenzialità.