La prostata è un organo che può essere colpito da diverse malattie di natura benigna e maligna. Una corretta diagnosi aumenta l’efficacia di ogni terapia.

La prostatectomia radicale è sempre stato uno dei trattamenti principali per il tumore alla prostata. Negli ultimi anni sta prendendo sempre più piede una prostatectomia radicale assistita da robot. Con questo approccio, gli strumenti robotici miniaturizzati vengono fatti passare attraverso incisioni molto più piccole nell’addome del paziente che i chirurghi possono controllare a distanza atraverso una console.

Negli Stati Uniti ormai almeno l’85% di tutte le prostatectomie radicali vengono eseguite con tecnica robotica. Ma come si confrontano questi interventi chirurgici ad alta tecnologia con il metodo tradizionale?

La maggior parte degli studi non mostra differenze sostanziali tra le procedure in termini di sopravvivenza dei pazienti o probabilità di comparsa di recidive. La prostatectomia robotica offre apparentemente vantaggi in termini di impatto sulla funzione urinaria e sessuale, quindi sulla qualità della vita.

Tuttavia, pochi studi sono stati condotti per dimostrare effettivamente i pro e contro di una o l’altra tecnica.

I risultati di un recente studio comparativo molto ampio forniscono dati più chiari.

In questo studio sono stati considerati 1.094 uomini trattati con prostatectomia radicale tra il 2003 e il 2013 in diversi centri degli Stati Uniti. Tutti gli uomini avevano un tumore di nuova diagnosi confinato alla ghiandola prostatica. Tra questi, 545 uomini sono stati sottoposti a prostatectomia radicale tradizionale, mentre i restanti 549 uomini un’operazione assistita da robot.

Secondo i risultati, entrambi i metodi erano ugualmente efficaci nel rimuovere il tumore dal corpo ed in entrambi i casi si manifestavano raramente complicanze post-chirurgiche. Tuttavia, sono emerse alcune differenze a breve termine tra i due approcci. Ad esempio, gli uomini trattati con robot hanno avuto una degenza ospedaliera più breve (1,6 giorni contro 2,1 giorni in media) e hanno anche riportato livelli di dolore più bassi dopo l’intervento chirurgico. Gli uomini sottoposti a chirurgia robotica hanno anche riportato meno complicazioni come coaguli di sangue (10 uomini contro 3 uomini), infezioni del tratto urinario (33 uomini contro 23 uomini) e contrattura del collo vescicale, che è una condizione curabile che si verifica quando cicatrici nel il deflusso della vescica rende difficile urinare. In tutto, 45 uomini hanno subito una contrattura del collo vescicale dopo un intervento chirurgico a cielo aperto, rispetto ai nove uomini trattati con il metodo robotico.

Per quanto riguarda la salute urinaria e sessuale, non ci sono state differenze apprezzabili a lungo termine tra i due approcci.

Questo studio aggiunge chiarezza ai dibattiti in corso sulla superiorità della prostatectomia tradizionale rispetto a quella robotica e conferma piccole differenze tra le due metodologie, sia in termini di soddisfazione/risultati del paziente che di efficacia del trattamento del cancro.

Quello che, invece, può fare la differenza resta l’esperienza e l’abilità del chirurgo che esegue l’intervento.

La resezione transuretrale della prostata (TURP) è un intervento chirurgico utilizzato per trattare i problemi urinari causati da un ingrossamento della prostata.

Uno strumento chiamato resettoscopio viene inserito attraverso la punta del pene e nel tubo che trasporta l’urina dalla vescica (uretra). Il resettoscopio aiuta il medico a vedere e tagliare il tessuto prostatico in eccesso che blocca il flusso di urina.

La TURP è generalmente considerata un’opzione per gli uomini che hanno problemi urinari da moderati a gravi che non hanno risposto ai farmaci. Sebbene la TURP sia stata considerata il trattamento più efficace per un ingrossamento della prostata, una serie di altre procedure minimamente invasive stanno diventando più efficaci. Queste procedure generalmente causano meno complicazioni e hanno un periodo di recupero più rapido rispetto alla TURP.

La TURP ha lo scopo di ridurre i sintomi urinari causati dall’iperplasia prostatica benigna, oppure per trattare o prevenire complicazioni dovute al flusso di urina bloccato.

I problemi che possono essere trattati con la TURP sono:

  • Necessità di urinare spesso, urgentemente e di notte;
  • Difficoltà ad iniziare la minzione;
  • Minzione lenta e prolungata;
  • Minzione intermittente;
  • Sensazione di mancato svuotamento della vescica;

La TURP ha dei rischi?

In seguito alla TURP potrebbero manifestarsi problemi a urinare per alcuni giorni dopo la procedura, da cui si interviene solitamente con l’inserimento di un catetere, il cui effetto collaterale è un aumento del rischio di infezioni del tratto urinario.

Un effetto comune a qualsiasi tipo di intervento chirurgico alla prostata è il rilascio di sperma nella vescica, noto come eiaculazione retrograda. Non è dannoso e generalmente non influisce sul piacere sessuale, ma può in alcuni casi interferire con la capacità di generare un figlio.

C’è un rischio molto piccolo di sviluppare una disfunzione erettile. Gli uomini con prostate più grandi sembrano essere a maggior rischio di perdita di sangue significativa durante l’intervento.

La radioterapia è un approccio terapeutico che utilizza raggi o particelle ad alta energia per uccidere le cellule del tumore alla prostata.

A seconda dello stadio del tumore, la radioterapia potrebbe essere utilizzata:

  • Come primo trattamento se la malattia è confinata alla ghiandola e la malattia è di basso grado. I tassi di guarigione per gli uomini con questo tipo di malattia sono più o meno gli stessi di quelli per gli uomini trattati con prostatectomia radicale.
  • Come parte del primo trattamento (insieme alla terapia ormonale) per i tumori che sono cresciuti al di fuori della ghiandola prostatica e nei tessuti vicini.
  • Se il tumore non viene rimosso completamente o si ripresenta (recidiva) nell’area della prostata dopo l’intervento chirurgico.
  • Se il tumore è avanzato, per mantenere la malattia sotto controllo il più a lungo possibile e per aiutare a prevenire o alleviare i sintomi.

Per il tumore alla prostata localizzato possono essere utilizzati due tipi di radioterapia: radioterapia a fasci esterni o brachiterapia, utilizzata solamente nei casi tumori di basso grado.

Radioterapia a fasci esterni


I fasci di radiazioni sono indirizzati sulla ghiandola prostatica da una macchina esternamente al corpo. Questo tipo di radiazioni può essere utilizzato per cercare di curare i tumori in fase iniziale o per alleviare sintomi come il dolore osseo se il tumore si è diffuso a un’area specifica dell’osso.

La durata dell’intero trattamento può variare in base alla gravità e all’estensione della malattia. La radiazione che si riceve è più forte di quella utilizzata per una radiografia, ma la procedura in genere è indolore. Ogni trattamento dura solo pochi minuti, anche se il tempo di preparazione, per metterti in posizione per il trattamento potrebbe richiedere più tempo.

Le nuove tecnologie disponibili oggi sono molto precise e permettono di somministrare dosi più elevate di radiazioni al tumore riducendo l’esposizione dei tessuti sani vicini.

Alcune macchine per radiazioni più recenti hanno uno scanner di imaging integrato. Questo progresso, noto come radioterapia guidata da immagini, consente al medico di scattare foto della prostata appena prima di somministrare la radiazione per apportare piccole modifiche alla mira riducendo ulteriormente il rischio di effetti collaterali.

Possibili effetti collaterali della radioterapia


Alcuni degli effetti collaterali della radioterapia a fasci esterni sono gli stessi della chirurgia, mentre altri sono diversi.

Problemi intestinali: le radiazioni possono irritare il retto e causare una condizione chiamata proctite da radiazioni. Questo può portare a diarrea, a volte con sangue nelle feci, e perdite rettali. La maggior parte di questi problemi scompare nel tempo, ma in rari casi la normale funzione intestinale non ritorna. Per aiutare a ridurre i problemi intestinali, ti potrebbe essere detto di seguire una dieta speciale durante la radioterapia per aiutare a limitare il movimento intestinale durante il trattamento.

Problemi urinari: le radiazioni possono irritare la vescica e portare a una condizione chiamata cistite da radiazioni. Potrebbe essere necessario urinare più spesso, avere una sensazione di bruciore durante la minzione e/o trovare sangue nelle urine. I problemi urinari di solito migliorano nel tempo, ma in alcuni uomini non scompaiono mai.

Alcuni uomini sviluppano incontinenza urinaria dopo il trattamento, il che significa che non possono controllare la loro urina o avere perdite o gocciolamento. Nel complesso, questo effetto collaterale si verifica meno spesso con la radioterapia rispetto all’intervento chirurgico. Il rischio è inizialmente basso, ma aumenta ogni anno per diversi anni dopo il trattamento.

Raramente, il tubo che trasporta l’urina dalla vescica fuori dal corpo (l’uretra) può diventare molto stretto o addirittura chiudersi, il che è noto come stenosi uretrale. Ciò potrebbe richiedere un ulteriore trattamento per riaprirlo.

Problemi di erezione e impotenza: dopo alcuni anni, il tasso di impotenza dopo la radioterapia è più o meno lo stesso di quello dopo l’intervento chirurgico. I problemi di erezione di solito non si verificano subito dopo la radioterapia, ma si sviluppano lentamente nel tempo. Questo è diverso dalla chirurgia, in cui l’impotenza si verifica immediatamente e può migliorare nel tempo.

Come con la chirurgia, più sei vecchio, più è probabile che tu abbia problemi di erezione. I problemi di erezione possono spesso essere aiutati da trattamenti, compresi i medicinali.

Sensazione di stanchezza: la radioterapia può causare affaticamento che potrebbe non scomparire fino a poche settimane o mesi dopo l’interruzione del trattamento.

Linfedema: i linfonodi normalmente forniscono un modo per il ritorno dei liquidi al cuore da tutte le aree del corpo. Se i linfonodi intorno alla prostata sono danneggiati dalle radiazioni, nel tempo il liquido può accumularsi nelle gambe o nella regione genitale, causando gonfiore e dolore. Il linfedema di solito può essere trattato con la fisioterapia, anche se potrebbe non scomparire completamente.

fonte: American Cancer Society

Nello stesso momento in cui un uomo riceve la notizia di avere un tumore alla prostata deve anche avere la forza di pensare in maniera più lucida possibile a quale terapia voglia scegliere.

Purtroppo scoprire di avere un tumore è un evento sconvolgente che può portare il paziente a scegliere il proprio trattamento in maniera affrettata, per poi pentirsene.

Da uno studio che ha esaminato le esperienze di 2.072 uomini a cui è stato diagnosticato un tumore alla prostata è stato scoperto che più di uno su 10 non era soddisfatto del trattamento scelto.

Quasi la metà di loro aveva tumori a crescita lenta con un basso rischio di recidiva o diffusione dopo il trattamento. Il resto era in categorie a rischio intermedio o superiore.

Tutti gli uomini sono stati trattati in uno dei tre diversi modi: intervento chirurgico per rimuovere la prostata (prostatectomia radicale); radioterapia; o sorveglianza attiva, che comporta il monitoraggio dei tumori della prostata con controlli e imaging di routine del PSA e il trattamento solo quando o se il cancro progredisce.

Più della metà degli uomini ha scelto un intervento chirurgico indipendentemente dal rischio di cancro al momento della diagnosi. La maggior parte degli altri ha scelto le radiazioni e circa il 13% degli uomini, la maggior parte in categorie a rischio basso o intermedio, ha scelto la sorveglianza attiva.

A distanza di 5 anni dalla terapia il 13% dei pazienti ha dichiarato di rimpiangere la scelta fatta.

Gli uomini trattati chirurgicamente erano quelli più insoddisfatti della loro decisione. In particolare, molti dei pazienti con un tumore a rischio basso o intermedio a cui era stata asportata la prostata hanno dichiarato che se potessero tornare indietro opterebbero per la soveglianza attiva.

Al contrario, gli uomini con tumori aggressivi sottoposti a prostatectomia non si sono pentiti di essere stati curati immediatamente.

Lo studio è stato condotto dal Dr. Christopher Wallis, un oncologo urologico presso il Mount Sinai Hospital di Toronto, in Canada. Wallis e il suo team non hanno esplorato quali specifici esiti o complicazioni della malattia hanno portato ai rimpianti associati a particolari trattamenti.

La disfunzione erettile è risultata la ragione principale dei rimpianti dei pazienti.

La scoperta chiave dello studio, secondo gli investigatori, è stata che i rimpianti derivano dalle discrepanze tra ciò che gli uomini si aspettano da un particolare approccio e le loro esperienze reali nel tempo.

A questo proposito una migliore consulenza terapeutica, un colloquio più chiaro ed esaustivo al momento della diagnosi può aiutare a ridurre al minimo la probabilità di rimpianti in seguito.

Questa comunicazione dovrebbe considerare i valori personali del paziente, sottolineare il processo decisionale condiviso tra pazienti e medici e mirare alla “comprensione delle aspettative realistiche e degli effetti avversi possibili durante il trattamento”.

Questo studio sottolinea l’importanza di non precipitarsi in una decisione e di comprendere appieno pro e contro di ogni terapia, possibili effetti collaterali e cosa ci si può aspettare.

Troppo spesso i pazienti reagiscono alla notizia di avere un tumore alla prostata con un “voglio occuparmene il prima possibile”.

Ma con il tumore alla prostata, i pazienti devono avere il tempo di capire la posta in gioco.

A questo proposito è di importanza chiave una corretta informazione ed il confronto con altri uomini, nello specifico con associazioni di pazienti.

Un recente studio ha evidenziato che il farmaco abiraterone è in grado di dimezzare il rischio di morte per tumore alla prostata in pazienti in cui la malattia non ha ancora generato delle metastasi.

Attualmente, l’abiraterone è un farmaco approvato solo per gli uomini con cancro alla prostata che si sta diffondendo (metastatizzando) nel corpo. Ma gli uomini arruolati nello studio sono stati trattati nelle fasi iniziali, prima che i loro tumori avessero la possibilità di diffondersi.

Sulla base dei risultati, i ricercatori hanno concluso che l’abiraterone dovrebbe essere preso in considerazione per il trattamento del tumore alla prostata aggressivo che non ha ancora iniziato a diffondersi ad altri siti, ma probabilmente lo farà in futuro.

L’abiraterone è stato approvato per la prima volta nel 2011, in particolare per il tumore alla prostata metastatico che non risponde più alla chemioterapia o ai farmaci che bloccano il testosterone (un ormone che alimenta la crescita del tumore alla prostata).

I trattamenti che bloccano la produzione di testosterone nei testicoli e in altre ghiandole sono chiamati terapie di deprivazione degli androgeni o ADT. Tuttavia, alcuni tumori aggirano l’ADT producendo il proprio testosterone, ed è qui che entra in gioco l’abiraterone: impedisce alle cellule tumorali di produrre l’ormone.

I medici somministrano solitamente l’abiraterone insieme al prednisolone, uno steroide che riduce gli effetti collaterali del trattamento. Più recentemente, l’approvazione dell’abiraterone è stata estesa agli uomini che ancora rispondono all’ADT o non sono stati ancora trattati con chemioterapia.

Durante lo studio appena pubblicato, chiamato STAMPEDE, i ricercatori hanno arruolato 1.974 uomini con tumore ad alto rischio che era ancora confinato alla prostata e ai linfonodi vicini. Lo studio clinico STAMPEDE sta testando molteplici trattamenti per il cancro alla prostata avanzato e questo particolare studio è stato uno dei tanti condotti come parte di questo sforzo più ampio.

Gli uomini in questo caso avevano in media 68 anni e ciascuno di loro era assegnato a uno dei tre diversi gruppi:

  • ADT da solo (il gruppo di controllo, che comprendeva 988 uomini)
  • ADT in combinazione con abiraterone e prednisolone (459 uomini)
  • ADT in combinazione con abiraterone, prednisolone e un altro farmaco chiamato enzalutamide, simile all’abiraterone (527 uomini).

L’ADT nel gruppo di controllo è durato tre anni, mentre la maggior parte degli uomini che hanno ricevuto terapie combinate è stata sottoposta a due anni di trattamento.

Dopo sei anni di follow-up, il 7% dei 986 uomini che hanno ricevuto abiraterone come parte del loro trattamento era morto di tumore alla prostata. Al contrario, il 15% dei 988 uomini trattati con ADT da solo sono morti per tumore alla prostata.

Sulla base di questi risultati, i ricercatori hanno concluso che i pazienti trattati con la terapia combinata (che include abiraterone) hanno maggiori probabilità di vivere più a lungo e morire per un’altra causa.

Gli effetti collaterali erano più comuni tra gli uomini trattati con abiraterone e includevano ipertensione e aumento degli enzimi epatici. L’aggiunta di enzalutamide non ha avuto ulteriori benefici terapeutici, rendendo l’uso di quel farmaco tra i pazienti con cancro non metastatico ingiustificato a causa della tossicità e dei costi aggiuntivi.

Questo importante studio si aggiunge alle notizie straordinariamente incoraggianti riguardanti i progressi nel trattamento delle forme avanzate e metastatiche del tumore alla prostata.

La somministrazione di abiraterone insieme al prednisolone è ora un pilastro nella gestione degli uomini con tumore alla prostata che si è diffuso oltre i confini della ghiandola prostatica e dei linfonodi. Questo nuovo studio mostra che l’aggiunta di abiraterone più prednisolone all’ADT tradizionale può avvantaggiare gli uomini che non hanno ancora sviluppato una malattia metastatica, ma è probabile che lo facciano in futuro.

Secondo un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Science la flora intestinale può influire sulla crescita del tumore alla prostata e sulla risposta alle terapie, fornendo una fonte alternativa di androgeni che promuovono la crescita del tumore.

La terapia ormonale è una terapia standard per il tumore alla prostata avanzato che agisce abbassando i livelli di androgeni o inibendo la funzione di questi. Ma i ricercatori hanno scoperto che bassi livelli di androgeni nei pazienti possono facilitare l’espansione di alcuni batteri intestinali, che possono diventare delle vere e proprie “fabbriche” di ormoni.

I batteri intestinali fanno parte del nostro microbioma e solitamente svolgono funzioni preziose per l’uomo. Tuttavia, tumori e altre malattie possono rompere l’equilibrio tra batteri e corpo umano, ad esempio favorendone l’espansione.

Gli scienziati hanno scoperto che l’eliminazione di tutti i batteri intestinali negli animali in studio con cancro alla prostata rallentava la crescita del tumore e ritardava l’emergere della resistenza alla terapia ormonale.

Parallelamente è stata studiata la flora batterica di pazienti con tumore alla prostata in trattamento con terapia ormonale. In particolare sono stati esaminati 19 uomini i cui tumori alla prostata stavano rispondendo alla terapia ormonale e 55 uomini con carcinoma prostatico avanzato ormono-resistente.

Gli scienziati hanno identificato due ceppi di batteri, il Ruminococcus e la Prevotella stercorea, il primo apparentemente associato allo sviluppo della resistenza alla terapia ormonale e il secondo, invece, a esiti clinici favorevoli.

I ricercatori hanno generato in laboratorio dei “mini-tumori”, chiamati organoidi, partendo dal tumore dei pazienti e li hanno messi a contatto con i diversi ceppi batterici prima di trattarli con farmaci, concludendo che la terapia ormonale può stimolare i batteri intestinali a produrre ormoni androgeni. Questi androgeni possono quindi sostenere la crescita del tumore alla prostata e portare quindi a rendere meno efficace la terapia ormonale, peggiorando la sopravvivenza del paziente.

Questi dati preliminari rappresentano un interessante campo di studio. Una volta identificati in maniera completa i profili di batteri che si associano a risposta o resistenza alla terapia ormonale si potrebbero disegnare dei trattamenti volti a modulare e manipolare la flora intestinale in associazione ai trattamenti standard per il tumore alla prostata.

In futuro per aumentare il successo di una terapia antitumorale potrebbe quindi essere sufficiente mangiare un semplice yogurt!

Spesso non è tanto una diagnosi di tumore alla prostata a spaventare un uomo, quanto la paura delle conseguenze di una terapia.

Dopo un intervento di prostatectomia radicale, per esempio, impotenza e incontinenza urinaria sono effetti collaterali più o meno comuni.

L’incontinenza, però, è nella maggior parte dei casi un problema transitorio che scompare del tutto, grazie anche alla riabilitazione.

L’incontinenza ha un forte impatto negativo sulla qualità della vita dell’uomo che dovendo ricorrere all’utilizzo di assorbenti si vede obbligato a modificare la propria socialità.

La riabilitazione del pavimento pelvico è mirata proprio a rafforzare l’azione della vescica, responsabile del contenimento urinario che diventa più difficile per gli uomini a cui la prostata viene asportata chirurgicamente.

La riabilitazione ha l’obiettivo di migliorare i meccanismi che compensano la perdita di attività da parte di quei muscoli che chiudono il canale che porta l’urina dalla vescica verso l’esterno, ovvero dei muscoli pelvici.

Il Fisiatra è lo specialista di riferimento e può programmare il trattamento riabilitativo più adeguato, indirizzando il paziente in un centro specializzato dove imparerà a conoscere questi muscoli e a rafforzarli con esercizi corretti di fisioterapia. Per questo è importante iniziare il prima possibile e che almeno la fase iniziale venga opportunamente seguita.

Questo tipo di esercizi punta a migliorare e rafforzare questa zona, affinché la contrazione del perineo sia in grado di bloccare il passaggio dell’urina.

La ginnastica perineale è consigliata anche agli uomini trattati soltanto con la radioterapia, ma in questo caso i benefici possono essere minori in ragione di un danno indotto dalle radiazioni al tessuto muscolare: meno sensibile e vascolarizzato. 

La riabilitazione può essere abbinata all’attività sportiva. Vanno benissimo il nuoto o una camminata, all’aperto o sul tapis roulant. Per la corsa sostenuta e le passeggiate in bicicletta, invece, è meglio aspettare un paio di mesi. Vale comunque sempre un consiglio: nel momento in cui l’attività fisica comporta una perdita di urina, non va ripetuta fino a un’avvenuta guarigione.

approfondimenti: https://www.pelvicrehabilitation.com/

Il concetto di Sorveglianza Attiva sta emergendo sempre di più come una valida opzione per gli uomini che decidono di non sottoporsi a un trattamento radicale immediato per il tumore alla prostata, quali chirurgia o radioterapia.

La sorveglianza attiva si basa sul concetto che è alcuni tipi di tumore alla prostata, definiti a “basso rischio”, hanno una bassa probabilità di evolvere in una malattia aggressiva e quindi ridurre l’aspettativa di vita.

Oltre il 30% degli uomini con un tumore alla prostata ha una malattia a crescita così lenta che gli effetti collaterali di un trattamento radicale sono di gran lunga maggiori rispetto ai benefici.

Tra i 10 tumori più comuni, il tumore alla prostata è l’unico in cui così tanti pazienti hanno una malattia a crescita lenta che non giustifica un trattamento immediato aggressivo.

Ma attenzione: la sorveglianza attiva non è un “non trattamento”, ma piuttosto una strategia per curarti solo se e quando il tuo tumore alla prostata richiede effettivamente un trattamento.

Può sembrare controintuitivo dire che un paziente ha un tumore e la cosa migliore è sedersi e aspettare. Ma gli studi dimostrano che gli uomini con tumore alla prostata a basso rischio che sono stati in sorveglianza attiva per 10-15 anni dopo la diagnosi hanno tassi notevolmente bassi di diffusione della malattia o di morte per tumore alla prostata.

In effetti, uno studio della Johns Hopkins sugli uomini in sorveglianza attiva ha scoperto che meno dell’1% degli uomini ha sviluppato una malattia metastatica in 15 anni di monitoraggio. Questo è estremamente importante perché i trattamenti utilizzati per il tumore alla prostata localizzato – chirurgia e radioterapia – hanno effetti collaterali che possono alterare la qualità della vita di una persona.

La chiave del successo della sorveglianza attiva è ovviamente un monitoraggio regolare per intervenire tempestivamente in presenza di segni di progressione.

Chi può considerare una sorveglianza attiva?

I pazienti che possono prendere in considerazione la sorveglianza attiva in seguito ad una diagnosi di tumore alla prostata devono ovviamente avere una malattia localizzata a basso rischio di progressione.

In linea generale le caratteristiche del tumore per essere considerato un candidato a questo tipo di approccio devono essere :

  • una diagnosi istologica con un Gleason score massimo di 6 (indicato come 3+3) o, solo per un’età maggiore di 70 anni, di 7 (indicato come 3+4);
  • di tutti i prelievi bioptici, solo 1 o 2 devono essere risultati positivi per tumore della prostata;
  • avere un valore di PSA nel sangue uguale o inferiore a 10 ng/ml;
  • avere un tumore di piccole dimensioni che non superi la capsula che riveste la prostata, definito come stadio T1c o T2a;

Sorveglianza o terapia: la scelta è sempre del paziente

Ai pazienti con nuova diagnosi di tumore della prostata localizzato a basso rischio di progressione vengono fornite informazioni sui vari tipi di trattamento ad oggi disponibili.

Il paziente opportunamente informato viene invitato a discuterne con il proprio medico e con persone di sua fiducia, e potrà quindi scegliere spontaneamente se entrare nel programma di sorveglianza attiva oppure se ricorrere ad un trattamento chirurgico o radioterapeutico, ovviamente se appropriato alla specifica situazione.

La sorveglianza attiva in Italia

In Italia sono attivi alcuni protocolli di sorveglianza attiva a cui è possibile partecipare.

In diverse parti del nostro paese è attivo lo studio PRIAS promosso dalla società di urologia SIURO, mentre in Piemonte e Valle d’Aosta è attivo il reclutamento per lo studio START.

Si tratta di studi “osservazionali” perché non prevedono sperimentazione di farmaci o nuove tecnologie. Consistono esclusivamente nella raccolta di informazioni relative allo stato di salute del paziente nel corso del tempo, qualunque sia il trattamento a cui deciderà di sottoporsi tra le diverse opzioni possibili.

In particolare vengono raccolte informazioni sulla qualità di vita del paziente, attraverso semplici questionari da compilare all’inizio del trattamento e poi periodicamente in occasione delle abituali visite di controllo, in cui oltre al controllo dei valori di PSA e all’esame obiettivo possono essere effettuati esami per immagini, come una risonanza magnetica multiparametrica.

Con l’ introduzione della nuova PET con PSMA si moltiplicano le possibilità di diagnosi e cura del tumore alla prostata.

Che cos’è la PET?

La PET è un esame semplice, non invasivo e sicuro in cui al paziente viene iniettato un radiofarmaco.
I radiofarmaci sono composti da una molecola di cui si vuole misurare il comportamento e da una particella radioattiva a cui questa si lega che, attraverso le radiazioni emesse, consente allo strumento di seguirne la distribuzione nell’organismo.

Ogni radiofarmaco utilizza una molecola specifica che segue una particolare via metabolica permettendo lo studio di determinate cellule tumorali.

Che cos’è la PET con PSMA?

Il PSMA (Prostate-Specific Membrane Antigen) è una proteina presente sulla superficie di alcune cellule di tumore alla prostata e può quindi essere utilizzata per distinguere una cellula sana da una tumorale.

Con questa tecnica è possibile individuare non solo le malattie primitive confinate all’organo, ma anche le malattie metastatiche.

Il PSMA viene bersagliato con un radiofarmaco in grado legarlo che una volta legato emette delle radiazioni a livello locale, permettendo quindi di individuare cellule di tumore alla prostata.

Per chi è indicata la PET con PSMA?

La PET-PSMA in teoria può essere utilizzata in tutte le fasi del tumore prostatico essendo la proteina PSMA espressa in quantità aumentate quasi esclusivamente nelle cellule cancerose di origine prostatica.
Occorre comunque fare chiarezza per le diverse fasi della malattia.

Stadiazione

Tumore della prostata diagnosticato tramite biopsia, ma non ancora trattato.  In questa fase della malattia l’utilità della PET-PSMA non è ancora stata dimostrata e il numero di studi scientifici internazionali è ancora limitato. Attualmente, la letteratura considera la Risonanza Magnetica multiparametrica la più efficace metodica di diagnostica per immagini nella stadiazione del tumore alla prostata, soprattutto in caso di forme aggressive. 

Ristadiazione

Pazienti già sottoposti a trattamento chirurgico o radioterapico in cui il PSA è salito sopra una certa soglia. Per valutare se la malattia sia ripartita nella sede originale oppure a distanza (metastasi) è necessario eseguire degli esami diagnostici per immagini che possano aiutare a identificare il numero e la sede delle precise localizzazioni del tumore della prostata in ogni paziente, per potergli suggerire una terapia mirata. Purtroppo, in questo momento, le metodiche convenzionali e cioè l’ecografia, la TC, la Risonanza Magnetica e la scintigrafia ossea hanno dimostrato una bassa accuratezza nell’identificare le localizzazioni della malattia. La PET-Colina si è dimostrata essere un esame più accurato tuttavia con risultati ancora subottimali. Poiché è preferibile iniziare un trattamento quando i valori del PSA sono ancora bassi, è indispensabile avere a disposizione una metodica di diagnostica per immagini che ci permetta di “fotografare” la malattia nelle sue fasi di iniziale ripresa.
La PET-PSMA ha dimostrato una maggiore accuratezza rispetto alla PET-Colina, soprattutto per valori di PSA bassi, rivelandosi così un utile strumento diagnostico in questa fase della malattia.

Monitoraggio di pazienti con tumore resistenti alla terapia ormonale

Nelle fasi più avanzate della malattia molti pazienti che inizialmente traggono beneficio dalla terapia ormonale sviluppano una resistenza a questi farmaci. Non sono ancora presenti dati sufficienti nella letteratura internazionale riguardo all’utilità della PET-PSMA in questo stadio della patologia. Tuttavia alcuni autori suggeriscono che la PET-PSMA può fornire utili informazioni riguardo alla risposta del paziente a determinate terapie farmacologiche e quindi potrebbe aiutare il medico nel decidere se continuare o sospendere il trattamento in corso.

Cosa mi devo aspettare dopo una PET con PSMA?

Il medico nucleare, attraverso il referto, può segnalare la presenza di una o più aree in cui il PSMA si accumula, come per esempio un linfonodo, la porzione di un osso, una parte della prostata (nel caso non sia stata asportata chirurgicamente), ecc., sospette per la presenza di cellule cancerose di origine prostatica. Sulla base del referto integrando altre informazioni cliniche del paziente, il medico specialista può proporre la terapia più indicata che sia diretta contro le aree segnalate alla PET-PSMA (radioterapia, terapia ormonale, chirurgia, ecc.) oppure consigliare ulteriori accertamenti (RM della pelvi, biopsia di un linfonodo, ecc.).

E’ importante sapere che il referto può anche non mettere in evidenza alcuna area di iperaccumulo del PSMA, nonostante sia presente una lesione. In questo caso si parla di falso negativo, ed è da imputare a una limitazione della metodica stessa.

Il PSMA infatti non è espresso da tutte le cellule di tumore alla prostata e in alcuni casi la quantità di questa molecola può non essere sufficientemente alta da essere individuata con le tecnologie attuali.

PET con PSMA per uso teranostico

La Teranostica è l’integrazione di imaging diagnostico e intervento terapeutico (Terapia + diagnostica). Un approccio diagnostico diventa teranostico quando è in grado di localizzare una condizione patologica, caratterizzarla da un punto di vista biologico e molecolare e funzionare come agente terapeutico.

Valutare la presenza e bersagliare il PSMA è una metodica che garantisce una maggiore precisione nello studio del tumore alla prostata. Marcando questa molecola le sedi di malattia metastatica possono essere individuate più precocemente, e trattate localmente con maggiore precisione.

Al momento sono in corso studi di fase 3 con PSMA marcato con il lutezio (177Lu) da impiegare a scopo terapeutico, che con ogni probabilità verrà approvato nel corso dei prossimi anni (fonte).

I risultati dello studio VISION condotto su uomini con tumore alla prostata metastatico resistente a castrazione hanno dimostrato che il trattamento con 177Lu-PSMA-617 in aggiunta alle terapie standard ha portato una riduzione del 38% del rischio di morte e del 60% del rischio di progressione della malattia rilevata radiograficamente o di morte rispetto alla terapia standard da sola.

approfondimenti:

https://www.europeanurology.com/article/S0302-2838(20)30946-5/fulltext

Quando un uomo raggiunge circa i 25 anni, la sua prostata inizia a crescere. Questa crescita naturale è chiamata iperplasia prostatica benigna ed è la causa più comune di ingrossamento della prostata.

L’iperplasia benigna della prostata è una condizione benigna che non porta allo sviluppo di un tumore alla prostata, sebbene i due problemi possano coesistere.

Nonostante circa il 50% degli uomini con IPB non sviluppino mai alcun sintomo, altri ritengono che l’iperplasia benigna della prostata abbia un peso sulla propria quotidianità.

I sintomi classici dell’iperplasia benigna della prostata includono:

  • un flusso di urina esitante, interrotto, debole
  • perdite dopo aver urinato
  • un senso di svuotamento incompleto
  • minzione più frequente, soprattutto di notte.

Di conseguenza, molti uomini necessitano di un trattamento. La buona notizia è che i progressi della medicina portano costantemente a terapie sempre migliori.

I pazienti e i loro medici ora hanno più farmaci tra cui scegliere, quindi se con uno non si vedono benefici, si può facilmente passare ad un altro. Anche gli approcci di tipo chirurgico sono sempre più efficaci e hanno meno effetti collaterali.

Prima di arrivare ad avere problemi che necessitino di un intervento avanzato, è possibile agire in prima persona.

Quando i sintomi non sono ancora particolarmente fastidiosi, un’attesa vigile può essere il modo migliore per procedere. Ciò comporta un monitoraggio regolare per assicurarsi che non si sviluppino complicazioni, senza effettuare alcun trattamento.

Per i sintomi più preoccupanti, la maggior parte dei medici inizia raccomandando una combinazione di cambiamenti dello stile di vita e farmaci. Spesso questo sarà sufficiente per alleviare i sintomi peggiori e prevenire la necessità di un intervento chirurgico.

Quattro semplici passaggi per alleviare alcuni dei sintomi dell’iperplasia benigna

  • Alcuni uomini nervosi e tesi urinano più frequentemente. Riduci lo stress esercitandoti regolarmente e praticando tecniche di rilassamento come la meditazione.
  • Quando vai in bagno, prenditi il ​​tempo per svuotare completamente la vescica. Ciò ridurrà la necessità di viaggi successivi in ​​bagno.
  • Parla con il tuo medico di tutti i farmaci da prescrizione e da banco che stai assumendo; alcuni possono contribuire al problema. Il medico potrebbe essere in grado di regolare i dosaggi o modificare il programma per l’assunzione di questi farmaci, oppure potrebbe prescrivere diversi farmaci che causano meno problemi urinari.
  • Evitare di bere liquidi la sera, in particolare bevande contenenti caffeina e alcolici. Entrambi possono influenzare il tono muscolare della vescica e stimolare i reni a produrre urina, portando alla minzione notturna.

Approfondimenti: https://www.mayoclinic.org/diseases-conditions/benign-prostatic-hyperplasia/symptoms-causes/syc-20370087