Il concetto di Sorveglianza Attiva sta emergendo sempre di più come una valida opzione per gli uomini che decidono di non sottoporsi a un trattamento radicale immediato per il tumore alla prostata, quali chirurgia o radioterapia.

La sorveglianza attiva si basa sul concetto che è alcuni tipi di tumore alla prostata, definiti a “basso rischio”, hanno una bassa probabilità di evolvere in una malattia aggressiva e quindi ridurre l’aspettativa di vita.

Oltre il 30% degli uomini con un tumore alla prostata ha una malattia a crescita così lenta che gli effetti collaterali di un trattamento radicale sono di gran lunga maggiori rispetto ai benefici.

Tra i 10 tumori più comuni, il tumore alla prostata è l’unico in cui così tanti pazienti hanno una malattia a crescita lenta che non giustifica un trattamento immediato aggressivo.

Ma attenzione: la sorveglianza attiva non è un “non trattamento”, ma piuttosto una strategia per curarti solo se e quando il tuo tumore alla prostata richiede effettivamente un trattamento.

Può sembrare controintuitivo dire che un paziente ha un tumore e la cosa migliore è sedersi e aspettare. Ma gli studi dimostrano che gli uomini con tumore alla prostata a basso rischio che sono stati in sorveglianza attiva per 10-15 anni dopo la diagnosi hanno tassi notevolmente bassi di diffusione della malattia o di morte per tumore alla prostata.

In effetti, uno studio della Johns Hopkins sugli uomini in sorveglianza attiva ha scoperto che meno dell’1% degli uomini ha sviluppato una malattia metastatica in 15 anni di monitoraggio. Questo è estremamente importante perché i trattamenti utilizzati per il tumore alla prostata localizzato – chirurgia e radioterapia – hanno effetti collaterali che possono alterare la qualità della vita di una persona.

La chiave del successo della sorveglianza attiva è ovviamente un monitoraggio regolare per intervenire tempestivamente in presenza di segni di progressione.

Chi può considerare una sorveglianza attiva?

I pazienti che possono prendere in considerazione la sorveglianza attiva in seguito ad una diagnosi di tumore alla prostata devono ovviamente avere una malattia localizzata a basso rischio di progressione.

In linea generale le caratteristiche del tumore per essere considerato un candidato a questo tipo di approccio devono essere :

  • una diagnosi istologica con un Gleason score massimo di 6 (indicato come 3+3) o, solo per un’età maggiore di 70 anni, di 7 (indicato come 3+4);
  • di tutti i prelievi bioptici, solo 1 o 2 devono essere risultati positivi per tumore della prostata;
  • avere un valore di PSA nel sangue uguale o inferiore a 10 ng/ml;
  • avere un tumore di piccole dimensioni che non superi la capsula che riveste la prostata, definito come stadio T1c o T2a;

Sorveglianza o terapia: la scelta è sempre del paziente

Ai pazienti con nuova diagnosi di tumore della prostata localizzato a basso rischio di progressione vengono fornite informazioni sui vari tipi di trattamento ad oggi disponibili.

Il paziente opportunamente informato viene invitato a discuterne con il proprio medico e con persone di sua fiducia, e potrà quindi scegliere spontaneamente se entrare nel programma di sorveglianza attiva oppure se ricorrere ad un trattamento chirurgico o radioterapeutico, ovviamente se appropriato alla specifica situazione.

La sorveglianza attiva in Italia

In Italia sono attivi alcuni protocolli di sorveglianza attiva a cui è possibile partecipare.

In diverse parti del nostro paese è attivo lo studio PRIAS promosso dalla società di urologia SIURO, mentre in Piemonte e Valle d’Aosta è attivo il reclutamento per lo studio START.

Si tratta di studi “osservazionali” perché non prevedono sperimentazione di farmaci o nuove tecnologie. Consistono esclusivamente nella raccolta di informazioni relative allo stato di salute del paziente nel corso del tempo, qualunque sia il trattamento a cui deciderà di sottoporsi tra le diverse opzioni possibili.

In particolare vengono raccolte informazioni sulla qualità di vita del paziente, attraverso semplici questionari da compilare all’inizio del trattamento e poi periodicamente in occasione delle abituali visite di controllo, in cui oltre al controllo dei valori di PSA e all’esame obiettivo possono essere effettuati esami per immagini, come una risonanza magnetica multiparametrica.

Fare prevenzione è sempre la strada migliore, anche per il tumore alla prostata.

Esistono alcuni accorgimenti, alcune semplici abitudini che possono aiutare a salvaguardare la salute della prostata, prevenendo ad esempio il tumore alla prostata, anche in presenza di alcuni fattori di rischio, come la presenza in famiglia di parenti che hanno avuto a che fare con questa patologia.

La prevenzione primaria

Ecco alcuni semplici accorgimenti per ridurre il rischio di sviluppare disturbi alla prostata:

  • Dieta ricca di fibre, antiossidanti e omega-3. Sono quindi consigliati farine integrali, frutta e verdura fresche (in particolare la frutta meno ricca di zuccheri, come mele e pere, le verdure arancioni, i finocchi, le rape e i cavoli), pesce azzurro, olio extravergine di oliva e legumi. Una sana alimentazione protegge la funzionalità della prostata e ritarda il processo di invecchiamento e il rischio di anomalie correlate;
  • Cibi da ridurre sono gli insaccati, i cibi fritti, i formaggi molto grassi e gli alimenti che contengono molti zuccheri semplici (come dolci e bevande zuccherate). Questi piatti, infatti, favoriscono gli stati infiammatori, oltre a portare a problemi cardiocircolatori e aumentare il rischio di sovrappeso;
  • Mantenere il peso forma. Abbiamo visito come l’obesità costituisca fattore di rischio per il cancro alla prostata.
  • Fare esercizio fisico in modo regolare riduce sia il rischio di iperplasia prostatica benigna sia quello di cancro alla prostata. 
  • Fare sesso abitualmente. Frequenti eiaculazioni mantengono una buona funzionalità della prostata, migliorano la salute del corpo e della mente.

La prevenzione secondaria: controllare la prostata

Mantenere la prostata in salute significa sottoporsi a regolari controlli, specialmente dopo i 50 anni di età, anche se è raccomandato recarsi da un urologo già a partire dai 40 anni.

Quali sono i test e gli esami consigliati per individuare in maniera tempestiva eventuali anomalie, disfunzioni o patologie che possono colpire la prostata?

  • Analisi delle urine. L’urinocoltura è utile per individuare infezioni o sanguinamenti;
  • PSA (antigene prostatico specifico): è un esame del sangue che va a rilevare i livelli di una proteina prodotta unicamente dalla prostata. I livelli normali vanno da 0,0 a 4,0 ng/ml (nanogrammi per millilitro di sangue), ma possono aumentare per diverse cause, tra cui tumori, iperplasia prostatica benigna e prostatite. In genere è consigliato eseguirlo in presenza di sintomi che suggeriscono la presenza di una di queste patologie. Se il valore risulta superiore a 4 ng/mL, oppure è in costante crescita potrebbero essere necessari ulteriori esami.
  • PSA ratio: rapporto fra PSA libero e totale. Nel sangue, la proteina PSA si trova normalmente legata ad altre sostanze, non “libera” se non in minime concentrazioni. Tuttavia, in presenza di un tumore maligno, questi valori scendono ancora di più. Per tale ragione, quando il test PSA fornisce risultati “sospetti” il medico potrebbe prescrivere anche il dosaggio del PSA libero (anche detto free PSA o fPSA). Per l’interpretazione dei dati si effettua il rapporto PSA libero/PSA totale. I valori normali, quindi non patologici, sono intorno allo 0,20%. Valori diversi da questa percentuale possono indicare la presenza di patologie alla prostata, per cui il medico prescriverà altri esami di accertamento;
  • Esplorazione digito-rettale (DRE): il medico urologo controlla manualmente le condizioni della prostata introducendo un dito attraverso il retto, dopo aver lubrificato la parte. Questa esplorazione permette di scoprire un ingrossamento, la presenza di noduli o una prostatite. Può risultare fastidiosa, ma è innocua; il maggiore disagio è quello psicologico, che è bene far presente al medico affinché possa rassicurare la persona.
  • Uroflussometria. La persona deve urinare in un dispositivo, simile a un gabinetto, che misura la velocità e il volume del flusso di urina. In genere dopo tale test viene prescritta un’ecografia;
  • Ecografia prostatica transrettale. Esame rapido e innocuo che permette di valutare la morfologia della prostata e quindi di rilevare una dilatazione o eventuali neoformazioni. Si effettua inserendo nel retto, lubrificato, una sonda che emette ultrasuoni in grado di essere riconvertiti in immagini statiche o dinamiche. Talvolta a questo esame si associa una biopsia della prostata.

Se questi esami danno risultati che fanno sospettare la presenza di un tumore alla prostata, può essere necessario sottoporsi a una biopsia prostatica. L’operatore inserisce un tubo con un piccolo sondino per via rettale, per esplorare prima dell’operazione; dopodiché, tramite lo stesso tubo, inserisce un ago che serve al prelievo di alcuni pezzettini di tessuto prostatico. Questi verranno analizzati per individuare eventuali anomalie nelle cellule e, in caso di riscontro positivo, l’aggressività del cancro. L’intervento, molto rapido, è indolore in quanto viene eseguito in anestesia locale.

Attualmente il test del PSA rappresenta il pilastro degli esami preliminari per monitorare il rischio di un tumore alla prostata. Tuttavia, la sua bassa attendibilità come singolo parametro lo rende poco utile come esame di screening.

Se vuoi conoscere come funziona il nostro innovativo test delle urine per il tumore alla prostata clicca QUI.

Leggi le linee guida dell’AIOM: https://www.aiom.it/linee-guida-aiom-carcinoma-della-prostata-2019/

La fatigue è uno dei sintomi più comuni che i pazienti con tumore alla prostata si trova ad affrontare.

È una forma di stanchezza persistente che rende difficile svolgere anche semplici attività della vita quotidiana come vestirsi, fare la doccia, fare la spesa, uscire con gli amici o avere una vita sociale.

Sembra che il 75% degli uomini con tumore alla prostata avrà a che fare con questo tipo di stanchezza ad un certo punto della malattia o del suo trattamento. 

La fatigue correlata al tumore alla prostata ha un impatto fisico sul paziente che la sperimenta, ma può avere anche dei riflessi importanti sul piano mentale ed emotivo.

Tristezza, ansia e depressione, senso di maggiore dipendenza dagli altri potrebbe rivelarsi frustrante, così come le difficoltà lavorative o sessuali.

La fatigue può essere, quindi, un sintomo importante da non sottovalutare ed è talvolta uno degli aspetti più difficili da gestire, soprattutto se si è abituati ad uno stile di vita attivo. 

Dato il suo impatto sul lato emotivo, la fatigue può influire sulla propria capacità di comunicazione con il proprio medico, nel comprendere nuove informazioni sulla propria malattia o perfino nel prendere decisioni riguardo al proprio trattamento.

Durante il percorso diagnostico-terapeutico è importante concedersi il giusto tempo per assicurarsi di avere compreso e metabolizzato tutte le informazioni necessarie prima di prendere qualsiasi decisione importante, come la scelta di un trattamento, ma è altrettanto fondamentale avere le energie e la lucidità per farlo.

Da cosa dipende la fatigue nel tumore alla prostata?

Le cause per le quali gli uomini con tumore alla prostata possono provare questa sensazione di affaticamento non sono chiare. 

È probabile che a determinare la fatigue concorrano diversi motivi, tra cui la presenza del tumore stesso che comporta dei cambiamenti al corpo come un maggiore consumo di energia.

Lo stato di preoccupazione ansia costante in seguito ad una diagnosi di cancro o alle cure, è di per sé causa di stress, che provoca di conseguenza un maggiore affaticamento.

Anche le terapie per il cancro alla prostata hanno un peso: alcune possono, infatti, causare affaticamento. 

Come affrontare la fatigue?

Dato che non è facile determinare le cause della fatigue, è altrettanto difficile determinare un trattamento valido per ogni situazione.

E’ possibile comunque agire direttamente con dei piccoli accorgimenti nella propria quotidianità.

Il riposo può essere d’aiuto, ma senza esagerare: stare troppo fermi può avere l’effetto contrario.

Fare attività fisica, anche moderata come una semplice camminata, contribuisce sostanzialmente ad aumentare i propri livelli di energia.

Anche l’alimentazione ha un ruolo importante: bere liquidi a sufficienza, evitare bevande gasate e bibite zuccherate e moderare il consumo di alcol.

Quando i sintomi della fatigue hanno un impatto significativo sul proprio stato di benessere, è importante parlarne con il proprio oncologo o con il proprio medico di base.

referenze:

https://www.mdpi.com/2072-6643/9/9/1003

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/pros.23502

https://www.cancer.gov/about-cancer/treatment/side-effects/fatigue/fatigue-pdq

https://www.mayoclinic.org/diseases-conditions/cancer/in-depth/cancer-fatigue/art-20047709

Sono sempre di più le ricerche che dimostrano il ruolo dello zinco (Zn) nella funzione della prostata.

La prostata è una ghiandola che fa parte del sistema urinario e riproduttivo. La sua funzione primaria come organo sessuale accessorio maschile risiede nella secrezione del liquido prostatico, un componente dello sperma che contribuisce tra il 15 e il 30% del volume del liquido seminale complessivo.

La prostata possiede uno strato muscolare che durante lo stimolo eiaculatorio assicura che il liquido seminale venga premuto nell’uretra. Per evitare che il liquido seminale vada in direzione della vescica durante l’eiaculazione, i muscoli della prostata e lo sfintere uretrale si contraggono efficacemente, chiudendo l’uretra verso la vescica.

Il liquido prostatico contiene vari enzimi, acido citrico e quantità elevate di ioni metallici monovalenti e bivalenti come lo zinco.

Il ruolo dello zinco nella normale funzione e nel metabolismo della prostata

La funzione dell’acido citrico nel liquido prostatico non è ancora completamente chiara. Si sa che legandosi con gli ioni calcio, regoli la concentrazione di questi nello sperma influenzando la fluidificazione dell’eiaculato e mantenendone stabile il pH.

Per produrre e secernere alti livelli di acido citrico, la prostata accumula alti livelli di zinco in cellule specializzate della zona periferica. I livelli di zinco e il metabolismo dei citrati sono strettamente collegati a livello della prostata: lo zinco inibisce direttamente l’enzima che metabolizza l’acido citrico, causandone l’accumulo per la successiva secrezione nel liquido prostatico.

La prostata ha quindi bisogno di assorbire zinco e può farlo grazie alla grande presenza di particolari canali trasportatori a livello cellulare, chiamati ZIP1, che sono regolati da molecole come il testosterone e la prolattina.

L’accumulo di zinco nelle cellule della prostata, oltre ad inibire il metabolismo dei citrati e quindi la produzione di energia, può essere un induttore della morte programmata (apoptosi) mitocondriale, inibendo così efficacemente la proliferazione e la crescita del tessuto.

Curiosamente, sia lo zinco sia il citrato sono diminuiti nelle cellule di tumore alla prostata, suggerendo un ruolo essenziale di alti livelli di zinco per mantenere una prostata non maligna.

Carenza di zinco nella malattia della prostata

Più di 16 studi hanno riportato che i livelli di zinco sono notevolmente diminuiti nel tessuto canceroso della prostata, (fino all’80%), ma anche in situazioni di iperplasia benigna (circa 50%).

Queste evidenze hanno portato a pensare che la carenza di zinco potesse avere un ruolo chiave nel processo di trasformazione, suggerendo che il ripristino dei livelli normali di zinco possa essere un approccio promettente nella prevenzione e nel trattamento del tumore alla prostata.

E’ quindi necessario integrare lo zinco?

I livelli di zinco nella prostata dipendono dalle concentrazioni di zinco circolante, di conseguenza maggiore sarà l’assorbimento di zinco a livello intestinale maggiore sarà la quantità che potrà essere captata dalla prostata.

Ma non tutte le fonti di zinco sono uguali. Soprattutto, non tutte le fonti di zinco forniscono il metallo in una forma utilizzabile dal copro.

Lo zinco ionico (Zn2 +), o bivalente, da fonti alimentari viene assorbito nell’intestino dalla famiglia dei trasportatori di zinco ZIP, trasportando lo zinco dal lume intestinale agli enterociti intestinali. Dagli enterociti, lo zinco viene ulteriormente trasportato nel flusso sanguigno da un’altra famiglia di trasportatori dello zinco.

Ma dato che esistono molti antagonisti e interazioni farmacologiche che possono inibire l’assorbimento e l’utilizzo dello zinco ionico, queste fonti di zinco potrebbero non essere la scelta migliore per gli uomini più anziani, per esempio.

In alternativa, molte forme di molecole organiche che legano lo zinco sono disponibili per uso umano. Quelli comuni sono citrati, gluconati, glicinati e picolinato. L’attenta considerazione dovrebbe essere data alla vitalità della chimica. Se il ligando si dissocia a causa del basso pH nello stomaco, l’integratore si comporterà effettivamente come un integratore metallico inorganico. Se il ligando rimane legato, ma il complesso non viene assorbito bene, lo zinco fornito non sarà biodisponibile.


La diminuzione dei livelli di zinco e, di conseguenza, citrato è uno dei segni più caratteristici del tumore alla prostata. L’importante ruolo dello zinco come regolatore dell’apoptosi nelle cellule della prostata rende la diminuzione una probabile causa piuttosto che una conseguenza del tumore. Pertanto, un adeguato apporto dietetico di zinco è essenziale, soprattutto per gli anziani.

Le conseguenze di una lieve carenza di zinco, come la ridotta funzionalità del sistema immunitario, sono particolarmente rilevanti per il mantenimento della salute e possono essere fondamentali nella prevenzione delle malattie legate all’età.

Soprattutto nella prostata, un adeguato apporto di zinco aiuterà a mantenere la salute e la funzione fisiologica e previene lo sviluppo o l’ulteriore progressione della malattia della prostata, agendo così come un agente anti-iperplasia e anti-tumore.

Pertanto, dovrebbe essere presa in considerazione un’integrazione mirata di zinco con integratori adattati alle esigenze del singolo uomo.

fonte: https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fonc.2020.01293/full


Le cause del tumore alla prostata non sono ancora del tutto chiare e un gruppo di ricercatori ha provato a cercare risposte nel microbiota.

Ma cosa è il microbiota? 

Il microbiota è l’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro corpo, nell’intestino, nella bocca, sulla pelle in mezzo ai capelli, ecc.

Ed include anche la popolazione di batteri meno studiata che vive nel liquido prostatico.

Una ricerca, recentemente pubblicata su Prostate Cancer and Prostatic Diseaseha cercato di fare il punto sui meccanismi diretti e indiretti che supportano il ruolo del microbiota nel rischio di sviluppare un tumore alla prostata ma anche nel determinarne la progressione e la risposta terapeutica.

Cosa è emerso da questo studio?

Interazioni dirette fra microbiota e tumore alla prostata

Le infezioni alla prostata (prostatite) causate da determinati patogeni causa l’insorgenza di infiammazione cronica, condizione comune nell’età adulta e positivamente correlata a un aumentato rischio di tumore.

Recenti evidenze hanno dimostrato come il microbiota del tratto urinario sia implicato nell’infiammazione della prostata e nell’eventuale insorgenza tumorale soprattutto a causa della sua prossimità anatomica e delle potenzialità del tratto urinario di fungere come veicolo di trasporto per la contaminazione da parte di microrganismi esterni.

Il microbiota urinario ha inoltre dimostrato di avere caratteristiche peculiari che lo distinguono da quello cutaneo delle zone genitali adiacenti e di essere sostanzialmente differente tra maschi e femmine.

Nel dettaglio, il microbiota urinario maschile è risultato formato prevalentemente da Corynebacterium, Staphylococcus, Streptococcus, Anaerococcous, Finegoldia, Lactobacillus, Peptoniphilus, Enterobacteriaceae, Pseudomonas, Actinobaculum, Gammaproteobacter, Actinomyces Gardnerella. Interessante notare come in parte vada a modificarsi con l’età. I generi Anaerophaga e Azospira sono infatti risultati presenti in uomini over 70.

La localizzazione spaziale del microbiota urinario è tuttavia oggi ancora carente di informazioni. Ulteriori approfondimenti saranno perciò necessari per verificare questa ipotesi.  

Interazioni indirette tra microbiota e tumore alla prostata

Sempre più studi dimostrano come il microbiota gastrointestinale sia in grado di influenzare i fattori immunitari nel microambiente tumorale e la risposta a chemioterapia o immunoterapia.

L’alterazione della componente batterica (disbiosi) di una specifica regione anatomica non si limita a portare conseguenze in situ. Ad esempio, lo sbilanciamento a favore della produzione di molecole pro-infiammatorie dovuto a disbiosi intestinale può comportare la diffusione di questi molecole con insorgenza di infiammazione sistemica colpendo vari organi, prostata inclusa.

È stato inoltre visto, come il microbiota gastrointestinale di soggetti con tumore alla prostata sia notevolmente differente da quello di uomini sani.

Anche il microbiota orale, se alterato ad esempio in presenza di periodontiti, può rappresentare una possibile fonte di infiammazione sistemica.

Il microbiota e i livelli ormonali sistemici

Determinati batteri in sede gastrointestinale sono in grado di metabolizzare i precursori degli ormoni estrogeni e/o androgeni oltre che catabolizzare i prodotti ormonali finali andando perciò a influenzare i loro livelli in circolo.

Considerando come gli estrogeni incrementino il rischio di cancro alla prostata, un aumento di espressione dei ceppi implicati nella loro produzione predispone l’individuo all’insorgenza del tumore.

Gli androgeni invece sono ormoni fondamentali nella crescita e normale sopravvivenza delle cellule prostatiche. In condizioni neoplastiche, si tende a ridurre il livello di questi ormoni in modo da limitare la proliferazione incontrollata delle cellule cancerose e quindi la progressione tumorale. Tuttavia, la capacità da parte di alcune specie del microbiota gastrointestinale di condizionarne i livelli attraverso una produzione più o meno accentuata può compromettere l’efficacia della terapia.

Di contro, anche lo stesso microbiota può risentire di cambiamenti ormonali.

Il microbiota orale e la salute della prostata

Anche il microbiota orale è implicato nella salute della prostata, non solo per la potenzialità di dare infiammazione sistemica, ma anche per la capacità di alcuni patogeni del cavo orale di colonizzare nello specifico la prostata. Nelle secrezioni prostatiche di pazienti con prostatite cronica o iperplasia prostatica benigna e, simultaneamente, periodontite, sono stati riscontrati infatti batteri caratteristici della placca dentale. Inoltre, soggetti con disturbi periodontali e una prostatite da moderata a severa hanno dimostrato livelli di PSA maggiori rispetto a soggetti senza alterazioni della componente batterica orale.

In conclusione, questa revisione, benché comprensiva di pochi studi a causa della loro generale carenza in letteratura, sottolinea delinea quindi un quadro complesso e ancora da approfondire basato su interconnessioni microbiota-prostata a vari livelli e in entrambe le direzioni che necessità perciò di ulteriori studi e dimostrazioni.

L’iperplasia benigna della prostata (IPB) è una patologia molto comune negli uomini sopra i 50 anni di età.

Purtroppo non si conoscono ancora le cause, ma è certo che siano implicati dei cambiamenti a livelli ormonale. Con l’avanzare dell’età, infatti, la prostata tende fisiologicamente a modificare la propria consistenza e volume in risposta allo squilibrio tra gli ormoni androgeni ed estrogeni.

Nella prostata, il principale ormone androgeno, il testosterone, viene convertito da parte dell’enzima 5-alfa reduttasi (5AR) in diidrotestosterone (DHT), il principale ormone implicato nello sviluppo e nel mantenimento dell’iperplasia prostatica.

Il trattamento d’elezione per questa patologia, infatti, prevede l’utilizzo di farmaci che hanno la funzione di inibire 5AR, portando ad una diminuzione del volume prostatico e di conseguenza dei sintomi ostruttivi (difficoltà ad iniziare la minzione, flusso debole, interruzione del getto, sgocciolamento a fine minzione) che caratterizzano l’ingrossamento della prostata.

La dutasteride e finasteride sono due principi attivi contenuti nei principali farmaci utilizzati per il trattamento dell’iperplasia benigna, ma come ogni farmaco possiedono anche degli effetti collaterali.

Per il finasteride esiste addirittura una patologia specifica, chiamata appunto Sindrome post-finasteride, rilevata principalmente negli uomini che utilizzano questo farmaco contro la calvizie.

Negli ultimi anni il ricorso a trattamenti più naturali è diventato sempre più popolare. Nel caso dell’iperplasia prostatica benigna la Serenoa Repens è sicuramente la sostanza più conosciuta e utilizzata, che ha visto la messa sul mercato di un gran numero di integratori contenenti estratti di questa pianta.

Studi in vitro hanno dimostrato che la Serenoa repens è un inibitore della 5-alfa-reduttasi (fonte) sostenendo il suo utilizzo per il trattamento dell’iperplasia prostatica benigna.

Inoltre, alcuni studi hanno riportato che la Serenoa repens combinata con altri composti (come il selenio e il carotenoide licopene) agirebbe ​​promuovendo un equilibrio ottimale tra ossidanti/antiossidanti, con significativi effetti benefici sull’iperplasia. Alcuni studi hanno anche riportato che l’assunzione di Serenoa repens per 3 mesi può migliorare i sintomi del basso tratto urinario dei pazienti.

Inoltre la Serenoa repens sembra avere un minore impatto sulla funzione erettile dei pazienti rispetto ai farmaci, come la tamsulosina.

In definitiva, incrociando i risultati di diversi studi clinici randomizzati la Serenoa Repens risulta come un buon elemento per il trattamento dell’iperplasia prostatica benigna.

Tuttavia bisogna sempre tenere in considerazione che la serenoa repens è un composto naturale la cui qualità può variare a seconda dell’ambiente di crescita della pianta o della tecnica di estrazione.

Allo stesso tempo, è necessario ricordare che diversi gruppi etnici possono avere una diversa tolleranza ai farmaci e alle sostanze.

E’ quindi necessario uno studio randomizzato di alta qualità ad hoc per avere un risultato scientificamente più attendibile.

L’obesità negli uomini aumenta la probabilità di sviluppare un tumore alla prostata, ma soprattutto di sviluppare un tumore alla prostata aggressivo rispetto agli uomini in normopeso.

Questo è quanto riportato nel 2020 dalla rivista Annals Oncology (fonte). L’accumulo di grasso viscerale (il tipo nascosto che si trova in profondità nell’addome e circonda gli organi principali) e il grasso sottocutaneo nelle cosce (che si trova appena sotto la pelle) sono entrambi associati a una maggiore possibilità di sviluppare un tumore alla prostata aggressivo ed una maggiore mortalità per questa malattia.

In questo studio sono stati reclutato più di 1.800 uomini senza tumore (età media 76 anni) e hanno misurato il loro grasso addominale e della coscia, il girovita e dell’indice di massa corporea (BMI), una misura dell’obesità basata sull’altezza e sul peso di una persona.

Dopo circa 10 anni, 170 uomini hanno sviluppato un tumore alla prostata. Quelli con un girovita e un BMI più alti avevano maggiori rischi di tumore aggressivo e fatale.

Un’altra scoperta interessante è stata che la connessione tra grasso viscerale e tumore aggressivo e fatale era più forte tra gli uomini con un BMI inferiore. Ciò implica che anche gli uomini con un BMI normale possono ancora essere ad alto rischio di tumore alla prostata aggressivo a seconda di dove hanno l’accumulo di grasso.

Questi risultati possono aiutare a identificare gli uomini che hanno maggiori probabilità di sviluppare un tumore alla prostata aggressivo, sottolineando inoltre l’importanza di mantenere un peso nella norma come parte della prevenzione e della gestione complessiva del tumore alla prostata.

Calcola il tuo indice di massa corporea sul sito del Ministero della Salute

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Purtroppo non esiste niente che possa garantire di non sviluppare con sicurezza una malattia. C’è sempre una probabilità di rischio, che però può essere ridotta con qualche semplice accortezza sul nostro stile di vita.

Ecco alcuni suggerimenti per mantenersi in salute e ridurre il rischio di sviluppare problemi alla prostata:

10 TRUCCHI PER LA SALUTE DELLA PROSTATA

Sappiamo ormai tutti che fumare è una pessima abitudine, per la nostra salute a 360 gradi, ma è bene ricordarsi che, se si ha un tumore alla prostata, quella del fumo è un’abitudine che fa male a diversi livelli.

In seguito ad una diagnosi di tumore della prostata spesso ci si concentra tanto sul combattere la malattia da perdere di vista i fattori di contorno che potrebbero cambiare la vita dei pazienti, compresa la risposta alle terapie alle quali sono stati sottoposti.

Gli studi che hanno valutato l’associazione del fumo di sigaretta con l’incidenza e l’aggressività del tumore alla prostata hanno dato risultati controversi.

Una recente ricerca pubblicata sulla rivista JAMA Oncology ha esaminato e analizzato sistematicamente l’associazione tra l’abitudine al fumo di sigaretta e il verificarsi di recidiva, metastasi e mortalità  tra i pazienti con tumore prostatico localizzato sottoposti a prostatectomia radicale primaria o a radioterapia.

FUMARE DURANTE LE TERAPIE: COSA DICE LA RICERCA

La revisione sistematica e meta-analisi ha incluso 11 studi, osservazionali e non randomizzati, per un totale di 22.549 pazienti, che presentavano carcinoma prostatico, sottoposti a prostatectomia radicale primaria o radioterapia. Complessivamente, ben 4202 pazienti (18,6%) erano fumatori.

Dall’analisi è emerso che sia i fumatori al tempo della terapia, sia gli ex-fumatori avevano un rischio statisticamente più alto di sviluppare una recidiva biochimica rispetto a chi non aveva mai fumato.

Inoltre i fumatori, ma non gli ex-fumatori, erano anche a più alto rischio di metastasi e mortalità dovuta al tumore prostatico.

I dati parlano chiaro: coloro che fumavano nel momento in cui sono stati sottoposti alle terapie per il carcinoma prostatico localizzato avevano un rischio significativamente maggiore di recidiva, metastasi e mortalità specifica per cancro.

Si tratta di risultati importanti che dovrebbero incoraggiare gli oncologi, gli urologi e i radiologi a consigliare ai pazienti di smettere di fumare, dato il rischio di esiti significativamente peggiori associati al fumo.

Affrontare i problemi alla prostata non è mai facile. In alcuni casi anche i trattamenti più consolidati non sono sempre particolarmente efficaci e si potrebbe optare per rimedi più naturali, come erbe e integratori.

Ma è necessario utilizzarli con cautela e consultare sempre il proprio medico prima di assumere qualsiasi sostanza.

Negli Stati Uniti ormai circa un terzo degli uomini con tumore alla prostata utilizza almeno una forma di terapia di medicina complementare, comprese erbe e integratori.

Alcuni studi hanno suggerito che erbe e integratori potrebbero aiutare il trattamento del tumore alla prostata, ma la preoccupazione principale è che alcune erbe e integratori possono interagire tra loro o con i farmaci prescritti.

Ad esempio, possono aumentare gli effetti di alcuni farmaci o inibirne i benefici.

Una delle interazioni più comuni coinvolge erbe come l’iperico (Hypericum perforatum, o erba di San Giovanni) che agiscono sul fegato agendo sugli enzimi del citocromo P450, che metabolizzano i farmaci.

Altre erbe, come la Serenoa repens (o saw palmetto) che ormai moltissimi uomini assumono per l’iperplasia prostatica benigna e integratori di melatonina possono aumentare il rischio di sanguinamento se assunti con altri farmaci come aspirina, ibuprofene, naprossene, anticoagulanti o farmaci antipiastrinici.

Un altro problema è che non esistono studi sul fatto che erbe e integratori possano proteggere dal tumore alla prostata o rallentarne la crescita.

Uno degli studi più pubblicizzati sugli integratori e sul tumore alla prostata è lo studio SELECT (Selenium and Vitamin E Cancer Prevention Trial), che ha esplorato l’uso di vitamina E e integratori di selenio.

Studi preliminari suggerivano che entrambi avessero la capacità di ridurre il rischio di sviluppare un tumore alla prostata nell’uomo. Tuttavia, i risultati dello studio SELECT, pubblicati nel 2011 su JAMA, hanno rilevato che gli uomini che assumevano integratori di vitamina E avevano un rischio maggiore del 17% di tumore alla prostata rispetto agli uomini che assumevano un placebo (fonte).

Nel 2014, i ricercatori, utilizzando i dati dello studio SELECT, hanno scoperto che alte dosi di vitamina E (400 unità internazionali al giorno) o selenio (200 microgrammi al giorno) non solo non apportano alcun beneficio agli uomini a rischio di tumore alla prostata, ma in alcuni casi rappresentavano un pericolo (fonte). Ad esempio, gli uomini che assumevano già selenio ad alte dosi prima dello studio hanno avuto una probabilità aumentata di sviluppare un tumore alla prostata dopo aver assunto altro selenio. Inoltre, negli uomini con bassi livelli di selenio, l’integrazione di vitamina E ha aumentato il rischio totale di tumore alla prostata del 63% e ha aumentato il rischio di cancro di alto grado del 111%.

La linea di fondo è che le erbe e gli integratori non fanno miracoli e, sebbene possano portare benefici ad alcuni uomini con malattie della prostata, è sempre necessario consultare il medico per sapere se possono supportare il proprio specifico trattamento.

I disturbi della sessualità sono molto spesso correlati a problemi alla prostata.

In passato, si pensava che la maggior parte dei casi di disfunzione erettile fosse di origine psicologica, il risultato di ansia da prestazione o stress. Sebbene questi fattori possano causare una disfunzione erettile, oggi si pensa che il 70% delle volte il problema possa essere ricondotto a una condizione fisica che limita il flusso sanguigno, ostacola il funzionamento dei nervi o entrambi.

Tali condizioni includono diabete, malattie renali, sclerosi multipla, aterosclerosi, malattie vascolari e alcolismo.

Tuttavia, le patologie che colpiscono la prostata possono essere direttamente responsabili dei problemi alla sfera sessuale maschile.

Ma quali sono le funzioni della prostata?

La funzione della prostata è quella di produrre ed secerner il liquido seminale, uno dei costituenti dello sperma, che contiene diversi elementi come proteine, zuccheri, sali minerali, necessari a favorire la sopravvivenza e la funzionalità degli spermatozoi.

La prostata svolge anche un ruolo nel controllare il flusso di urina. La prostata è attraversata dall’uretra e circonda questo canale con delle fibre muscolari che contraendosi rallentano o chiudono il flusso dell’urina dalla vescica verso l’esterno.

Intorno alla prostata scorrono inoltre due fasci di nervi che raggiungono il pene e ne controllano l’erezione.

Quali patologie della prostata possono influire sulla sessualità?

Tumore alla prostata

Una comparsa improvvisa di disfunzione erettile può essere un segno che un uomo ha un tumore alla prostata, che si è diffuso ai nervi e alle arterie necessari per l’erezione.

L’impatto più grosso sulla funzionalità sessuale è dato dalle terapie per questa patologia.

La chirurgia per il tumore alla prostata può recidere alcuni dei nervi o delle arterie necessari per l’erezione. Per gli uomini sottoposti a prostatectomia radicale (asportazione della ghiandola prostatica), le sti

me di quanti uomini riacquisteranno la capacità di avere erezioni variano ampiamente, dal 25% all’80%. Anche le cosiddette tecniche chirurgiche “nerve-sparing” (che risparmiano i nervi) portano alla disfunzione erettile fino alla metà di tutti i casi.

I risultati dipendono da variabili come l’età del paziente, l’abilità del chirurgo e la posizione del tumore (se un tumore è troppo vicino al fascio nervoso, i nervi non possono essere risparmiati). Anche quando i nervi non sono permanentemente compromessi, possono essere necessari dai sei ai 18 mesi perché le minuscole fibre nervose si riprendano dal trauma della chirurgia e ripristinino la funzione sessuale.

La radioterapia per il tumore alla prostata può danneggiare i tessuti erettili. Sia la radiazione a fascio esterno sia la brachiterapia (radioterapia localizzata internamente alla ghiandola) portano alla disfunzione erettile in circa la metà degli uomini che ricevono queste terapie. Tuttavia, questi effetti collaterali potrebbero non verificarsi fino a due anni dopo il trattamento.

La disfunzione erettile è talvolta un effetto collaterale di alcuni farmaci per la terapia ormonale prescritti per gli uomini con tumore alla prostata che si è diffuso al di fuori della ghiandola. Tra questi farmaci a base di ormoni ci sono leuprolide (Lupron) e goserelin (Zoladex). Altri, come la flutamide (Eulexin) e la bicalutamide (Casodex) possono causare la disfunzione erettile in misura minore.

Iperplasia prostatica benigna

Molti uomini che soffrono di iperplasia prostatica benigna (IPB), o ingrossamento della prostata, sviluppano anche disfunzione erettile e problemi eiaculatori. Sebbene l’IPB non sia di per sé la causa di questa condizione, alcuni dei trattamenti utilizzati per l’IPB possono farlo. Ad esempio, la finasteride (Proscar), un farmaco antitestosterone prescritto per l’IPB, è stata collegata alla disfunzione erettile nel 3,7% degli uomini che la usano e alla diminuzione della libido nel 3,3%. Ma gli alfa-bloccanti come la terazosina (Hytrin), la tamsulosina (Flomax) e la doxazosina (Cardura) possono migliorare i sintomi dell’IPB con un minor rischio di effetti collaterali sessuali. La resezione transuretrale della prostata, una tecnica chirurgica spesso utilizzata quando i farmaci falliscono, causa anche disfunzione erettile in una piccola percentuale di uomini.

Disturbi ormonali

Poiché il testosterone aiuta a stimolare il desiderio sessuale, si potrebbe presumere che bassi livelli di ormone siano la causa della disfunzione erettile. È vero che quando la carenza di ormoni è un fattore di disfunzione erettile, anche il desiderio sessuale ne risente. E secondo alcune stime, il 10%-20% degli uomini con disfunzione erettile presenta anomalie ormonali.

La causa ormonale più comune della disfunzione erettile è l’ipogonadismo o i testicoli che non producono abbastanza testosterone.

Prostatite

La prostatite è una infiammazione della ghiandola prostatica che può essere acuta (di solito causata da un’infezione batterica) o cronica (di solito non causata da un agente infettivo). I sintomi includono dolore durante la minzione, minzione più frequente e, talvolta, una secrezione dal pene o febbre. La prostatite grave può causare direttamente la disfunzione erettile. Nelle forme più lievi, la prostatite può causar una eiaculazione dolorosa, che può certamente interferire con il piacere sessuale e può portare a disfunzione erettile. Il medico può prescriverle degli antibiotici per trattare il problema, ma possono essere necessarie diverse settimane prima che l’infezione si risolva e che le normali erezioni ritornino.

Parlane con il medico

E’ sempre meglio non sottovalutare i sintomi che si avvertono alla prostata o comunque all’apparato utogenitale.

Un intervento tempestivo può permettere di curare in maniera efficace la patologia e quindi evitare di andare incontro a problemi alla sessualità per che possono avere ripercussioni anche sulla sfera psicologica.