Ad oggi sembrerebbe che gli uomini che consumano molto latte hanno maggiore probabilità di sviluppare un tumore alla prostata rispetto agli uomini che non seguono diete ricche di calcio.

Già nel 1998 uno studio aveva evidenziato che che gli uomini che bevevano più di due bicchieri di latte al giorno avevano un rischio maggiore di tumore alla prostata avanzato rispetto agli uomini che consumavano meno latte.

l latte intero sembra causare il maggior aumento del rischio, sebbene gli studi abbiano anche riscontrato un rischio maggiore associato al latte scremato.

I ricercatori hanno suggerito che le forti associazioni tra l’assunzione di latte e il tumore alla prostata potrebbero essere dovute ai livelli di grasso, calcio e ormoni del latte.

Altre teorie suggeriscono che il collegamento potrebbe essere causato da:

  • l’impatto negativo che gli alimenti ad alto contenuto di calcio hanno sull’equilibrio della vitamina D
  • l’aumento delle concentrazioni sieriche del fattore di crescita insulino-simile I (IGF-I) causato dai latticini
  • l’effetto dei latticini sui livelli di testosterone

Gli scienziati hanno anche esaminato l’impatto dei latticini sulla progressione del tumore alla prostata. Secondo uno studio del 2012, gli uomini con tumore alla prostata che bevevano latte intero avevano un aumentato rischio di mortalità.

Al contrario non è stata osservata questa correlazione con altri prodotti lattiero-caseari o latticini.

Uno studio più recente del 2016 ha osservato l’impatto dei latticini sulla salute e ha stabilito che la correlazione tra cancro alla prostata è inconcludente. Sono necessarie quindi ulteriori ricerche per confermare questa relazione.

Gli studi sull’elevata assunzione di calcio e sul tumore alla prostata sembrano concentrarsi principalmente sul latte, ma è stato osservato che anche altri prodotti lattiero-caseari aumentano il rischio. Questi alimenti includono gelato e formaggio a pasta dura. Si sa ancora poco, invece, su come yogurt, panna, burro e altri prodotti a base di latte influenzino il rischio di cancro alla prostata.

Secondo un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Science la flora intestinale può influire sulla crescita del tumore alla prostata e sulla risposta alle terapie, fornendo una fonte alternativa di androgeni che promuovono la crescita del tumore.

La terapia ormonale è una terapia standard per il tumore alla prostata avanzato che agisce abbassando i livelli di androgeni o inibendo la funzione di questi. Ma i ricercatori hanno scoperto che bassi livelli di androgeni nei pazienti possono facilitare l’espansione di alcuni batteri intestinali, che possono diventare delle vere e proprie “fabbriche” di ormoni.

I batteri intestinali fanno parte del nostro microbioma e solitamente svolgono funzioni preziose per l’uomo. Tuttavia, tumori e altre malattie possono rompere l’equilibrio tra batteri e corpo umano, ad esempio favorendone l’espansione.

Gli scienziati hanno scoperto che l’eliminazione di tutti i batteri intestinali negli animali in studio con cancro alla prostata rallentava la crescita del tumore e ritardava l’emergere della resistenza alla terapia ormonale.

Parallelamente è stata studiata la flora batterica di pazienti con tumore alla prostata in trattamento con terapia ormonale. In particolare sono stati esaminati 19 uomini i cui tumori alla prostata stavano rispondendo alla terapia ormonale e 55 uomini con carcinoma prostatico avanzato ormono-resistente.

Gli scienziati hanno identificato due ceppi di batteri, il Ruminococcus e la Prevotella stercorea, il primo apparentemente associato allo sviluppo della resistenza alla terapia ormonale e il secondo, invece, a esiti clinici favorevoli.

I ricercatori hanno generato in laboratorio dei “mini-tumori”, chiamati organoidi, partendo dal tumore dei pazienti e li hanno messi a contatto con i diversi ceppi batterici prima di trattarli con farmaci, concludendo che la terapia ormonale può stimolare i batteri intestinali a produrre ormoni androgeni. Questi androgeni possono quindi sostenere la crescita del tumore alla prostata e portare quindi a rendere meno efficace la terapia ormonale, peggiorando la sopravvivenza del paziente.

Questi dati preliminari rappresentano un interessante campo di studio. Una volta identificati in maniera completa i profili di batteri che si associano a risposta o resistenza alla terapia ormonale si potrebbero disegnare dei trattamenti volti a modulare e manipolare la flora intestinale in associazione ai trattamenti standard per il tumore alla prostata.

In futuro per aumentare il successo di una terapia antitumorale potrebbe quindi essere sufficiente mangiare un semplice yogurt!

Uno dei consigli nutrizionali che sembra scontato è quello di ridurre i grassi, ma le culture mediterranee sanno da secoli che l’olio d’oliva è una solida base per la loro dieta.

Quindi i grassi fanno bene? La risposta potrebbe essere sì! Alcuni tipi di grassi, nello specifico, l’olio extravergine di oliva (EVO).
L’olio d’oliva è una pietra miliare della dieta mediterranea, oltre a verdure, frutta, cereali integrali e legumi.

I suoi benefici sono principalmente dovuti ai composti naturali chiamati polifenoli, in particolar modo tirosolo e idrossitirosolo.

I polifenoli sono degli antiossidanti: riducono i radicali liberi e altre sostanze che reagiscono con le nostre cellule danneggiandole.

I polifenoli sono anche antinfiammatori. Un’infiammazione a lungo termine è la causa principale di molte malattie croniche, inclusi i tumori.

Attraverso una varietà di complesse interazioni nelle nostre cellule, i polifenoli aiutano a ridurre l’infiammazione. Ad esempio, uno dei tipi nell’olio d’oliva, chiamato oleocantale, ha proprietà simili all’ibuprofene.

La Dieta Mediterranea, con il suo largo utilizzo di olio d’oliva e cibi integrali non trasformati, è associata a un minor rischio di sviluppare molti tipi di tumori, incluso il tumore alla prostata, e ad una diminuzione nella mortalità per cancro (fonte).

Molti studi di laboratorio hanno dimostrato che il trattamento in vitro di cellule tumorali con i polifenoli ha rallentato la loro crescita o ne ha causato l’autodistruzione.

Studi osservazionali sull’uomo suggeriscono che un maggiore consumo di olio d’oliva è legato a un minor rischio di cancro in generale, e in particolare di cancro al seno e gastrointestinale (fonte). Sono necessarie maggiori informazioni prima di poter formulare raccomandazioni specifiche nel caso di pazienti con una patologia tumorale, ma i dati ottenuti su cellule e sulle osservazioni di popolazione sembrano promettenti.

Sei pronto per iniziare a usare olio EVO per saltare le tue verdure e condire la tua insalata?

Come la maggior parte dei cambiamenti nello stile di vita, questo deve essere un impegno a lungo termine: un solo cucchiaio di olio EVO non sarà sufficiente. Il consumo regolare (1-3 cucchiai al giorno, a seconda delle dimensioni e delle esigenze nutrizionali) nel corso della vita può fornire al tuo corpo una dose continua e costante di elementi per ridurre potenzialmente il rischio di sviluppare diverse malattie associate all’invecchiamento.

Infine, è probabile che tu ottenga il massimo dei benefici apportati dall’utilizzo di olio d’oliva come parte di uno stile di vita complessivamente sano, tra cui una dieta a base di cibi integrali, attività fisica e gestione dello stress.

Mangiare pesce, in particolare il salmone e altri pesci di carne scura, può dare benefici alla prostata in casi di infiammazione.

L’infiammazione che si protrae per molto tempo, chiamata infiammazione cronica, è correlata a molte malattie croniche, tra cui cancro, diabete e Alzheimer. La buona notizia è che molte ricerche sembrano indicare che è possibile gestire l’infiammazione cronica cambiando la dieta.

Ed è stato visto che una dieta antinfiammatoria non apporta benefici solo alla prostata, ma anche alla salute generale.

Non si conoscono ancora esattamente i meccanismi, ma sappiamo che gli acidi grassi omega-3 nei pesci grassi come il salmone sono utili nel ridurre l’infiammazione nel corpo.

E che affetti benefici ci sono per il tumore alla prostata nello specifico?

Esiste un’ampia letteratura sull’assunzione di pesce e una maggiore assunzione di acidi grassi omega-3 che hanno dimostrato una minore incidenza di incidenza e morte per tumore alla prostata, una migliore sopravvivenza tra gli uomini che avevano già un tumore e un rischio ridotto di sviluppare una forma aggressiva di malattia (fonte).

Il pesce è una scelta sana come fonte di proteine e uomini e donne hanno bisogno di circa 50-60 grammi di proteine ​​al giorno; di più fai costantemente attività fisica. Gli anziani devono sapere se stanno assumendo abbastanza proteine, poiché la massa muscolare tende a diminuire con l’età.

Il pesce è una fonte di proteine ​​di alta qualità, in quanto contiene tutti e 9 gli amminoacidi essenziali, i mattoni che il tuo corpo utilizza per assemblare le proteine, 9 dei quali devono essere ottenuti dal cibo.

C’è solo un aspetto da tenere in considerazione: la contaminazione da mercurio, bifenili policlorurati (PCB) e altre tossine che i pesci assorbono.

È una buona idea conoscere i tipi di pesce che si stanno mangiando, oltre a capire la fonte da dove provengono.

Sempre più evidenze dimostrano quanto sia importante una buona alimentazione dopo una diagnosi di tumore alla prostata.

Recentemente i ricercatori del MD Anderson Cancer Center dell’Università del Texas hanno scoperto che gli uomini con un tumore alla prostata localizzato che hanno seguito uno stile alimentare più vicino ai principi della dieta mediterranea hanno una prognosi migliore rispetto ad altri pazienti.

In questo studio, pubblicato sulla rivista Cancer, i ricercatori hanno osservato che una più stretta aderenza ai principi del dieta mediterranea fosse associata a una migliore sopravvivenza libera da progressione della malattia.

La dieta mediterranea è nota per essere collegata a un minor rischio di malattie cardiovascolari e mortalità, ed anche di malattie oncologiche. Questo studio sugli uomini con tumore alla prostata evidenzia quanto sia importante fornire raccomandazioni dietetiche per migliorare l’andamento della malattia.

Lo studio ha osservato 410 uomini inseriti in un protocollo di sorveglianza attiva con tumore alla prostata localizzato di grado 1 o 2 (GG1 e GG2). Tutti i partecipanti allo studio sono stati sottoposti a una biopsia di conferma all’inizio dello studio e sono stati valutati ogni sei mesi attraverso esami clinici e studi di laboratorio misurando il valore di PSA sierico e di testosterone.

I partecipanti hanno completato un questionario sulla frequenza alimentare di base di 170 item e il punteggio della dieta mediterranea è stato calcolato per ciascun partecipante in nove gruppi di alimenti regolati dal punto di vista energetico. I partecipanti sono stati poi divisi in tre gruppi di aderenza alla dieta alta, media e bassa.

Lo studio, il cui maggior numero di partecipanti era bianco, ha anche scoperto che l’effetto della dieta mediterranea era più pronunciato nei partecipanti afroamericani, che hanno normalmente un rischio maggiore di morte per tumore alla prostata e progressione della malattia.

I ricercatori hanno visto un’associazione significativa tra un punteggio dietetico di base elevato e un rischio inferiore di progressione del grado di tumore. I risultati sono preliminari, ma incoraggianti e sono necessarie ulteriori ricerche per valutare se gli effetti benefici della dieta mediterranea possano verificarsi anche in pazienti con tumore alla prostata di alto grado.

Seguire costantemente una dieta ricca di cibi vegetali, in particolare i pomodori, pesce e un sano equilibrio di grassi monoinsaturi può quindi essere utile per gli uomini con diagnosi di tumore alla prostata in stadio iniziale.

Se i risultati dovessero essere riconfermati potrebbero in qualche modo incoraggiare i pazienti ad adottare uno stile di vita sano.

La dieta mediterranea si presenta quindi anche come un potenziale approccio non invasivo per controllare la progressione del tumore alla prostata.

Curarsi mangiando. Sarà possibile?

Sono sempre di più le ricerche che dimostrano il ruolo dello zinco (Zn) nella funzione della prostata.

La prostata è una ghiandola che fa parte del sistema urinario e riproduttivo. La sua funzione primaria come organo sessuale accessorio maschile risiede nella secrezione del liquido prostatico, un componente dello sperma che contribuisce tra il 15 e il 30% del volume del liquido seminale complessivo.

La prostata possiede uno strato muscolare che durante lo stimolo eiaculatorio assicura che il liquido seminale venga premuto nell’uretra. Per evitare che il liquido seminale vada in direzione della vescica durante l’eiaculazione, i muscoli della prostata e lo sfintere uretrale si contraggono efficacemente, chiudendo l’uretra verso la vescica.

Il liquido prostatico contiene vari enzimi, acido citrico e quantità elevate di ioni metallici monovalenti e bivalenti come lo zinco.

Il ruolo dello zinco nella normale funzione e nel metabolismo della prostata

La funzione dell’acido citrico nel liquido prostatico non è ancora completamente chiara. Si sa che legandosi con gli ioni calcio, regoli la concentrazione di questi nello sperma influenzando la fluidificazione dell’eiaculato e mantenendone stabile il pH.

Per produrre e secernere alti livelli di acido citrico, la prostata accumula alti livelli di zinco in cellule specializzate della zona periferica. I livelli di zinco e il metabolismo dei citrati sono strettamente collegati a livello della prostata: lo zinco inibisce direttamente l’enzima che metabolizza l’acido citrico, causandone l’accumulo per la successiva secrezione nel liquido prostatico.

La prostata ha quindi bisogno di assorbire zinco e può farlo grazie alla grande presenza di particolari canali trasportatori a livello cellulare, chiamati ZIP1, che sono regolati da molecole come il testosterone e la prolattina.

L’accumulo di zinco nelle cellule della prostata, oltre ad inibire il metabolismo dei citrati e quindi la produzione di energia, può essere un induttore della morte programmata (apoptosi) mitocondriale, inibendo così efficacemente la proliferazione e la crescita del tessuto.

Curiosamente, sia lo zinco sia il citrato sono diminuiti nelle cellule di tumore alla prostata, suggerendo un ruolo essenziale di alti livelli di zinco per mantenere una prostata non maligna.

Carenza di zinco nella malattia della prostata

Più di 16 studi hanno riportato che i livelli di zinco sono notevolmente diminuiti nel tessuto canceroso della prostata, (fino all’80%), ma anche in situazioni di iperplasia benigna (circa 50%).

Queste evidenze hanno portato a pensare che la carenza di zinco potesse avere un ruolo chiave nel processo di trasformazione, suggerendo che il ripristino dei livelli normali di zinco possa essere un approccio promettente nella prevenzione e nel trattamento del tumore alla prostata.

E’ quindi necessario integrare lo zinco?

I livelli di zinco nella prostata dipendono dalle concentrazioni di zinco circolante, di conseguenza maggiore sarà l’assorbimento di zinco a livello intestinale maggiore sarà la quantità che potrà essere captata dalla prostata.

Ma non tutte le fonti di zinco sono uguali. Soprattutto, non tutte le fonti di zinco forniscono il metallo in una forma utilizzabile dal copro.

Lo zinco ionico (Zn2 +), o bivalente, da fonti alimentari viene assorbito nell’intestino dalla famiglia dei trasportatori di zinco ZIP, trasportando lo zinco dal lume intestinale agli enterociti intestinali. Dagli enterociti, lo zinco viene ulteriormente trasportato nel flusso sanguigno da un’altra famiglia di trasportatori dello zinco.

Ma dato che esistono molti antagonisti e interazioni farmacologiche che possono inibire l’assorbimento e l’utilizzo dello zinco ionico, queste fonti di zinco potrebbero non essere la scelta migliore per gli uomini più anziani, per esempio.

In alternativa, molte forme di molecole organiche che legano lo zinco sono disponibili per uso umano. Quelli comuni sono citrati, gluconati, glicinati e picolinato. L’attenta considerazione dovrebbe essere data alla vitalità della chimica. Se il ligando si dissocia a causa del basso pH nello stomaco, l’integratore si comporterà effettivamente come un integratore metallico inorganico. Se il ligando rimane legato, ma il complesso non viene assorbito bene, lo zinco fornito non sarà biodisponibile.


La diminuzione dei livelli di zinco e, di conseguenza, citrato è uno dei segni più caratteristici del tumore alla prostata. L’importante ruolo dello zinco come regolatore dell’apoptosi nelle cellule della prostata rende la diminuzione una probabile causa piuttosto che una conseguenza del tumore. Pertanto, un adeguato apporto dietetico di zinco è essenziale, soprattutto per gli anziani.

Le conseguenze di una lieve carenza di zinco, come la ridotta funzionalità del sistema immunitario, sono particolarmente rilevanti per il mantenimento della salute e possono essere fondamentali nella prevenzione delle malattie legate all’età.

Soprattutto nella prostata, un adeguato apporto di zinco aiuterà a mantenere la salute e la funzione fisiologica e previene lo sviluppo o l’ulteriore progressione della malattia della prostata, agendo così come un agente anti-iperplasia e anti-tumore.

Pertanto, dovrebbe essere presa in considerazione un’integrazione mirata di zinco con integratori adattati alle esigenze del singolo uomo.

fonte: https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fonc.2020.01293/full


Le cause del tumore alla prostata non sono ancora del tutto chiare e un gruppo di ricercatori ha provato a cercare risposte nel microbiota.

Ma cosa è il microbiota? 

Il microbiota è l’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro corpo, nell’intestino, nella bocca, sulla pelle in mezzo ai capelli, ecc.

Ed include anche la popolazione di batteri meno studiata che vive nel liquido prostatico.

Una ricerca, recentemente pubblicata su Prostate Cancer and Prostatic Diseaseha cercato di fare il punto sui meccanismi diretti e indiretti che supportano il ruolo del microbiota nel rischio di sviluppare un tumore alla prostata ma anche nel determinarne la progressione e la risposta terapeutica.

Cosa è emerso da questo studio?

Interazioni dirette fra microbiota e tumore alla prostata

Le infezioni alla prostata (prostatite) causate da determinati patogeni causa l’insorgenza di infiammazione cronica, condizione comune nell’età adulta e positivamente correlata a un aumentato rischio di tumore.

Recenti evidenze hanno dimostrato come il microbiota del tratto urinario sia implicato nell’infiammazione della prostata e nell’eventuale insorgenza tumorale soprattutto a causa della sua prossimità anatomica e delle potenzialità del tratto urinario di fungere come veicolo di trasporto per la contaminazione da parte di microrganismi esterni.

Il microbiota urinario ha inoltre dimostrato di avere caratteristiche peculiari che lo distinguono da quello cutaneo delle zone genitali adiacenti e di essere sostanzialmente differente tra maschi e femmine.

Nel dettaglio, il microbiota urinario maschile è risultato formato prevalentemente da Corynebacterium, Staphylococcus, Streptococcus, Anaerococcous, Finegoldia, Lactobacillus, Peptoniphilus, Enterobacteriaceae, Pseudomonas, Actinobaculum, Gammaproteobacter, Actinomyces Gardnerella. Interessante notare come in parte vada a modificarsi con l’età. I generi Anaerophaga e Azospira sono infatti risultati presenti in uomini over 70.

La localizzazione spaziale del microbiota urinario è tuttavia oggi ancora carente di informazioni. Ulteriori approfondimenti saranno perciò necessari per verificare questa ipotesi.  

Interazioni indirette tra microbiota e tumore alla prostata

Sempre più studi dimostrano come il microbiota gastrointestinale sia in grado di influenzare i fattori immunitari nel microambiente tumorale e la risposta a chemioterapia o immunoterapia.

L’alterazione della componente batterica (disbiosi) di una specifica regione anatomica non si limita a portare conseguenze in situ. Ad esempio, lo sbilanciamento a favore della produzione di molecole pro-infiammatorie dovuto a disbiosi intestinale può comportare la diffusione di questi molecole con insorgenza di infiammazione sistemica colpendo vari organi, prostata inclusa.

È stato inoltre visto, come il microbiota gastrointestinale di soggetti con tumore alla prostata sia notevolmente differente da quello di uomini sani.

Anche il microbiota orale, se alterato ad esempio in presenza di periodontiti, può rappresentare una possibile fonte di infiammazione sistemica.

Il microbiota e i livelli ormonali sistemici

Determinati batteri in sede gastrointestinale sono in grado di metabolizzare i precursori degli ormoni estrogeni e/o androgeni oltre che catabolizzare i prodotti ormonali finali andando perciò a influenzare i loro livelli in circolo.

Considerando come gli estrogeni incrementino il rischio di cancro alla prostata, un aumento di espressione dei ceppi implicati nella loro produzione predispone l’individuo all’insorgenza del tumore.

Gli androgeni invece sono ormoni fondamentali nella crescita e normale sopravvivenza delle cellule prostatiche. In condizioni neoplastiche, si tende a ridurre il livello di questi ormoni in modo da limitare la proliferazione incontrollata delle cellule cancerose e quindi la progressione tumorale. Tuttavia, la capacità da parte di alcune specie del microbiota gastrointestinale di condizionarne i livelli attraverso una produzione più o meno accentuata può compromettere l’efficacia della terapia.

Di contro, anche lo stesso microbiota può risentire di cambiamenti ormonali.

Il microbiota orale e la salute della prostata

Anche il microbiota orale è implicato nella salute della prostata, non solo per la potenzialità di dare infiammazione sistemica, ma anche per la capacità di alcuni patogeni del cavo orale di colonizzare nello specifico la prostata. Nelle secrezioni prostatiche di pazienti con prostatite cronica o iperplasia prostatica benigna e, simultaneamente, periodontite, sono stati riscontrati infatti batteri caratteristici della placca dentale. Inoltre, soggetti con disturbi periodontali e una prostatite da moderata a severa hanno dimostrato livelli di PSA maggiori rispetto a soggetti senza alterazioni della componente batterica orale.

In conclusione, questa revisione, benché comprensiva di pochi studi a causa della loro generale carenza in letteratura, sottolinea delinea quindi un quadro complesso e ancora da approfondire basato su interconnessioni microbiota-prostata a vari livelli e in entrambe le direzioni che necessità perciò di ulteriori studi e dimostrazioni.

L’iperplasia benigna della prostata (IPB) è una patologia molto comune negli uomini sopra i 50 anni di età.

Purtroppo non si conoscono ancora le cause, ma è certo che siano implicati dei cambiamenti a livelli ormonale. Con l’avanzare dell’età, infatti, la prostata tende fisiologicamente a modificare la propria consistenza e volume in risposta allo squilibrio tra gli ormoni androgeni ed estrogeni.

Nella prostata, il principale ormone androgeno, il testosterone, viene convertito da parte dell’enzima 5-alfa reduttasi (5AR) in diidrotestosterone (DHT), il principale ormone implicato nello sviluppo e nel mantenimento dell’iperplasia prostatica.

Il trattamento d’elezione per questa patologia, infatti, prevede l’utilizzo di farmaci che hanno la funzione di inibire 5AR, portando ad una diminuzione del volume prostatico e di conseguenza dei sintomi ostruttivi (difficoltà ad iniziare la minzione, flusso debole, interruzione del getto, sgocciolamento a fine minzione) che caratterizzano l’ingrossamento della prostata.

La dutasteride e finasteride sono due principi attivi contenuti nei principali farmaci utilizzati per il trattamento dell’iperplasia benigna, ma come ogni farmaco possiedono anche degli effetti collaterali.

Per il finasteride esiste addirittura una patologia specifica, chiamata appunto Sindrome post-finasteride, rilevata principalmente negli uomini che utilizzano questo farmaco contro la calvizie.

Negli ultimi anni il ricorso a trattamenti più naturali è diventato sempre più popolare. Nel caso dell’iperplasia prostatica benigna la Serenoa Repens è sicuramente la sostanza più conosciuta e utilizzata, che ha visto la messa sul mercato di un gran numero di integratori contenenti estratti di questa pianta.

Studi in vitro hanno dimostrato che la Serenoa repens è un inibitore della 5-alfa-reduttasi (fonte) sostenendo il suo utilizzo per il trattamento dell’iperplasia prostatica benigna.

Inoltre, alcuni studi hanno riportato che la Serenoa repens combinata con altri composti (come il selenio e il carotenoide licopene) agirebbe ​​promuovendo un equilibrio ottimale tra ossidanti/antiossidanti, con significativi effetti benefici sull’iperplasia. Alcuni studi hanno anche riportato che l’assunzione di Serenoa repens per 3 mesi può migliorare i sintomi del basso tratto urinario dei pazienti.

Inoltre la Serenoa repens sembra avere un minore impatto sulla funzione erettile dei pazienti rispetto ai farmaci, come la tamsulosina.

In definitiva, incrociando i risultati di diversi studi clinici randomizzati la Serenoa Repens risulta come un buon elemento per il trattamento dell’iperplasia prostatica benigna.

Tuttavia bisogna sempre tenere in considerazione che la serenoa repens è un composto naturale la cui qualità può variare a seconda dell’ambiente di crescita della pianta o della tecnica di estrazione.

Allo stesso tempo, è necessario ricordare che diversi gruppi etnici possono avere una diversa tolleranza ai farmaci e alle sostanze.

E’ quindi necessario uno studio randomizzato di alta qualità ad hoc per avere un risultato scientificamente più attendibile.

Affrontare i problemi alla prostata non è mai facile. In alcuni casi anche i trattamenti più consolidati non sono sempre particolarmente efficaci e si potrebbe optare per rimedi più naturali, come erbe e integratori.

Ma è necessario utilizzarli con cautela e consultare sempre il proprio medico prima di assumere qualsiasi sostanza.

Negli Stati Uniti ormai circa un terzo degli uomini con tumore alla prostata utilizza almeno una forma di terapia di medicina complementare, comprese erbe e integratori.

Alcuni studi hanno suggerito che erbe e integratori potrebbero aiutare il trattamento del tumore alla prostata, ma la preoccupazione principale è che alcune erbe e integratori possono interagire tra loro o con i farmaci prescritti.

Ad esempio, possono aumentare gli effetti di alcuni farmaci o inibirne i benefici.

Una delle interazioni più comuni coinvolge erbe come l’iperico (Hypericum perforatum, o erba di San Giovanni) che agiscono sul fegato agendo sugli enzimi del citocromo P450, che metabolizzano i farmaci.

Altre erbe, come la Serenoa repens (o saw palmetto) che ormai moltissimi uomini assumono per l’iperplasia prostatica benigna e integratori di melatonina possono aumentare il rischio di sanguinamento se assunti con altri farmaci come aspirina, ibuprofene, naprossene, anticoagulanti o farmaci antipiastrinici.

Un altro problema è che non esistono studi sul fatto che erbe e integratori possano proteggere dal tumore alla prostata o rallentarne la crescita.

Uno degli studi più pubblicizzati sugli integratori e sul tumore alla prostata è lo studio SELECT (Selenium and Vitamin E Cancer Prevention Trial), che ha esplorato l’uso di vitamina E e integratori di selenio.

Studi preliminari suggerivano che entrambi avessero la capacità di ridurre il rischio di sviluppare un tumore alla prostata nell’uomo. Tuttavia, i risultati dello studio SELECT, pubblicati nel 2011 su JAMA, hanno rilevato che gli uomini che assumevano integratori di vitamina E avevano un rischio maggiore del 17% di tumore alla prostata rispetto agli uomini che assumevano un placebo (fonte).

Nel 2014, i ricercatori, utilizzando i dati dello studio SELECT, hanno scoperto che alte dosi di vitamina E (400 unità internazionali al giorno) o selenio (200 microgrammi al giorno) non solo non apportano alcun beneficio agli uomini a rischio di tumore alla prostata, ma in alcuni casi rappresentavano un pericolo (fonte). Ad esempio, gli uomini che assumevano già selenio ad alte dosi prima dello studio hanno avuto una probabilità aumentata di sviluppare un tumore alla prostata dopo aver assunto altro selenio. Inoltre, negli uomini con bassi livelli di selenio, l’integrazione di vitamina E ha aumentato il rischio totale di tumore alla prostata del 63% e ha aumentato il rischio di cancro di alto grado del 111%.

La linea di fondo è che le erbe e gli integratori non fanno miracoli e, sebbene possano portare benefici ad alcuni uomini con malattie della prostata, è sempre necessario consultare il medico per sapere se possono supportare il proprio specifico trattamento.

Nonostante le evidenze per altri tipi di patologie, sia l’American Cancer Society sia la Prostate Cancer Foundation non indicano l’alcol tra i fattori di rischio noti per il tumore alla prostata. Non è neanche chiaro se l’assunzione di alcol sia associata al rischio di sviluppare una forma di tumore alla prostata aggressivo (es metastatico).

Da una revisione sistematica pubblicata nel 2016 sembrava emergere che gli uomini che consumano alcolici potrebbero avere un rischio maggiore di sviluppare la malattia rispetto a quelli che si astengono, con il rischio che aumenta proporzionalmente all’assunzione di alcol. E’ tuttavia da sottolineare che lo studio si basa su autodichiarazioni sul proprio consumo di alcol, che potrebbero quindi non essere completamente affidabili.

I risultati di uno studio pubblicato nel 2018 suggeriscono un possibile legame tra il consumo di alcol in giovane età e il rischio di sviluppare un tumore alla prostata nell’arco della vita. Anche questo studio, seppure fornisca dati molto importanti, presenta alcuni limiti, come ad esempio la dipendenza da informazioni auto-riportate, che potrebbero essere soggette a errore. Inoltre, a questo si aggiunge che i forti bevitori all’interno dello studio erano spesso anche forti fumatori e che chi ha dichiarato di aver consumato molto alcol precocemente nella vita in genere ha continuato a bere in seguito.

Per cercare una risposta a questo quesito un gruppo di ricercatori della Harvard T.H. Chan School of Public Health, del Brigham and Women’s Hospital e della Harvard Medical School di Boston, e della University of California di San Francisco ha indagato se l’assunzione di alcol tra gli uomini a rischio di tumore alla prostata fosse associata alla diagnosi di una malattia aggressiva e se il consumo di alcol tra gli uomini con tumore prostatico non metastatico fosse associata allo sviluppo di metastasi e ad un aumento della mortalità.

In questo studio prospettico sono stati coinvolti 47.568 uomini che non avevano mai ricevuto una diagnosi di tumore alla prostata senza una diagnosi di cancro, monitorati dal 1986 al 2012 dallo Health Professionals Follow-Up Study.

Di questi uomini, 5.182 hanno ricevuto durante la durata dello studio una diagnosi di tumore prostatico non metastatico durante il follow-up e su di loro è stata esaminata l’associazione tra l’aggressività della malattia e la mortalità con il consumo di alcol in generale, consumo di vino rosso e bianco, birra e liquore.

E’ emerso che gli uomini bevitori avevano un rischio di sviluppare un tumore alla prostata mortale leggermente inferiore rispetto agli astemi.

In particolare il rischio più basso di morte per tumore alla prostata è stato osservato negli uomini che consumavano una quantità di alcol totale tra 15 e 30 g/die, principalmente tramite l’assunzione di vino.

Ma qualsiasi vino fa bene contro il tumore alla prostata?

C’è vino e vino. E noi italiani lo sappiamo bene.

Partendo da queste evidenze sono stati condotti ulteriori studi per cercare di determinare se effettivamente il consumo di vino avesse un ruolo protettivo contro la progressione di un tumore alla prostata, ma soprattutto per cercare di capire se una qualità di vino avesse più benefici di altre.

Una meta-analisi ha curiosamente osservato come il consumo moderato di vino rosso fosse associato ad un minore rischio di sviluppare un tumore alla prostata, mentre il consumo moderato di vino bianco, al contrario, avesse l’effetto opposto.

Ma perché il vino rosso?

Non c’è una risposta chiara, ma gran parte dei “sospetti” si concentrano su alcune sostanze chimiche assenti in altre bevande alcoliche, come vari flavonoidi e il resveratrolo. Questi componenti hanno proprietà antiossidanti e alcuni sembrano controbilanciare gli androgeni, gli ormoni maschili che stimolano la crescita del tumore alla prostata.

Da alcuni esperimenti di laboratorio, i flavonoidi riducono la produzione di PSA da parte delle cellule di tumore alla prostata, suggerendo una diminuzione dell’attività cellulare, e il resveratrolo smorza l’attività dei geni che promuovono la crescita cellulare e in alcuni casi induce la morte delle cellule tumorali.

Prima di arrivare a conclusioni affrettate, va detto che servono ulteriori ricerche per determinare con certezza la correlazione tra consumo di alcol e lo sviluppo di tumore alla prostata, ma ciò che si può evincere è che per le persone affette da questa patologia bere con moderazione è generalmente sicuro.

Bisogna comunque ricordare che l’alcol può interagire con alcuni farmaci quindi è sempre meglio consultare un medico per verificare che bere alcolici non sia dannoso.

Più in generale, è bene però sottolineare come mettere in conto alcuni cambiamenti nello stile di vita possa aiutare una persona a vivere bene durante le terapie per il tumore alla prostata. Questi cambiamenti possono includere l’aumentare l’attività fisica e il seguire una dieta salutare.