Mangiare pesce, in particolare il salmone e altri pesci di carne scura, può dare benefici alla prostata in casi di infiammazione.

L’infiammazione che si protrae per molto tempo, chiamata infiammazione cronica, è correlata a molte malattie croniche, tra cui cancro, diabete e Alzheimer. La buona notizia è che molte ricerche sembrano indicare che è possibile gestire l’infiammazione cronica cambiando la dieta.

Ed è stato visto che una dieta antinfiammatoria non apporta benefici solo alla prostata, ma anche alla salute generale.

Non si conoscono ancora esattamente i meccanismi, ma sappiamo che gli acidi grassi omega-3 nei pesci grassi come il salmone sono utili nel ridurre l’infiammazione nel corpo.

E che affetti benefici ci sono per il tumore alla prostata nello specifico?

Esiste un’ampia letteratura sull’assunzione di pesce e una maggiore assunzione di acidi grassi omega-3 che hanno dimostrato una minore incidenza di incidenza e morte per tumore alla prostata, una migliore sopravvivenza tra gli uomini che avevano già un tumore e un rischio ridotto di sviluppare una forma aggressiva di malattia (fonte).

Il pesce è una scelta sana come fonte di proteine e uomini e donne hanno bisogno di circa 50-60 grammi di proteine ​​al giorno; di più fai costantemente attività fisica. Gli anziani devono sapere se stanno assumendo abbastanza proteine, poiché la massa muscolare tende a diminuire con l’età.

Il pesce è una fonte di proteine ​​di alta qualità, in quanto contiene tutti e 9 gli amminoacidi essenziali, i mattoni che il tuo corpo utilizza per assemblare le proteine, 9 dei quali devono essere ottenuti dal cibo.

C’è solo un aspetto da tenere in considerazione: la contaminazione da mercurio, bifenili policlorurati (PCB) e altre tossine che i pesci assorbono.

È una buona idea conoscere i tipi di pesce che si stanno mangiando, oltre a capire la fonte da dove provengono.

Sempre più evidenze dimostrano quanto sia importante una buona alimentazione dopo una diagnosi di tumore alla prostata.

Recentemente i ricercatori del MD Anderson Cancer Center dell’Università del Texas hanno scoperto che gli uomini con un tumore alla prostata localizzato che hanno seguito uno stile alimentare più vicino ai principi della dieta mediterranea hanno una prognosi migliore rispetto ad altri pazienti.

In questo studio, pubblicato sulla rivista Cancer, i ricercatori hanno osservato che una più stretta aderenza ai principi del dieta mediterranea fosse associata a una migliore sopravvivenza libera da progressione della malattia.

La dieta mediterranea è nota per essere collegata a un minor rischio di malattie cardiovascolari e mortalità, ed anche di malattie oncologiche. Questo studio sugli uomini con tumore alla prostata evidenzia quanto sia importante fornire raccomandazioni dietetiche per migliorare l’andamento della malattia.

Lo studio ha osservato 410 uomini inseriti in un protocollo di sorveglianza attiva con tumore alla prostata localizzato di grado 1 o 2 (GG1 e GG2). Tutti i partecipanti allo studio sono stati sottoposti a una biopsia di conferma all’inizio dello studio e sono stati valutati ogni sei mesi attraverso esami clinici e studi di laboratorio misurando il valore di PSA sierico e di testosterone.

I partecipanti hanno completato un questionario sulla frequenza alimentare di base di 170 item e il punteggio della dieta mediterranea è stato calcolato per ciascun partecipante in nove gruppi di alimenti regolati dal punto di vista energetico. I partecipanti sono stati poi divisi in tre gruppi di aderenza alla dieta alta, media e bassa.

Lo studio, il cui maggior numero di partecipanti era bianco, ha anche scoperto che l’effetto della dieta mediterranea era più pronunciato nei partecipanti afroamericani, che hanno normalmente un rischio maggiore di morte per tumore alla prostata e progressione della malattia.

I ricercatori hanno visto un’associazione significativa tra un punteggio dietetico di base elevato e un rischio inferiore di progressione del grado di tumore. I risultati sono preliminari, ma incoraggianti e sono necessarie ulteriori ricerche per valutare se gli effetti benefici della dieta mediterranea possano verificarsi anche in pazienti con tumore alla prostata di alto grado.

Seguire costantemente una dieta ricca di cibi vegetali, in particolare i pomodori, pesce e un sano equilibrio di grassi monoinsaturi può quindi essere utile per gli uomini con diagnosi di tumore alla prostata in stadio iniziale.

Se i risultati dovessero essere riconfermati potrebbero in qualche modo incoraggiare i pazienti ad adottare uno stile di vita sano.

La dieta mediterranea si presenta quindi anche come un potenziale approccio non invasivo per controllare la progressione del tumore alla prostata.

Curarsi mangiando. Sarà possibile?

Sono sempre di più le ricerche che dimostrano il ruolo dello zinco (Zn) nella funzione della prostata.

La prostata è una ghiandola che fa parte del sistema urinario e riproduttivo. La sua funzione primaria come organo sessuale accessorio maschile risiede nella secrezione del liquido prostatico, un componente dello sperma che contribuisce tra il 15 e il 30% del volume del liquido seminale complessivo.

La prostata possiede uno strato muscolare che durante lo stimolo eiaculatorio assicura che il liquido seminale venga premuto nell’uretra. Per evitare che il liquido seminale vada in direzione della vescica durante l’eiaculazione, i muscoli della prostata e lo sfintere uretrale si contraggono efficacemente, chiudendo l’uretra verso la vescica.

Il liquido prostatico contiene vari enzimi, acido citrico e quantità elevate di ioni metallici monovalenti e bivalenti come lo zinco.

Il ruolo dello zinco nella normale funzione e nel metabolismo della prostata

La funzione dell’acido citrico nel liquido prostatico non è ancora completamente chiara. Si sa che legandosi con gli ioni calcio, regoli la concentrazione di questi nello sperma influenzando la fluidificazione dell’eiaculato e mantenendone stabile il pH.

Per produrre e secernere alti livelli di acido citrico, la prostata accumula alti livelli di zinco in cellule specializzate della zona periferica. I livelli di zinco e il metabolismo dei citrati sono strettamente collegati a livello della prostata: lo zinco inibisce direttamente l’enzima che metabolizza l’acido citrico, causandone l’accumulo per la successiva secrezione nel liquido prostatico.

La prostata ha quindi bisogno di assorbire zinco e può farlo grazie alla grande presenza di particolari canali trasportatori a livello cellulare, chiamati ZIP1, che sono regolati da molecole come il testosterone e la prolattina.

L’accumulo di zinco nelle cellule della prostata, oltre ad inibire il metabolismo dei citrati e quindi la produzione di energia, può essere un induttore della morte programmata (apoptosi) mitocondriale, inibendo così efficacemente la proliferazione e la crescita del tessuto.

Curiosamente, sia lo zinco sia il citrato sono diminuiti nelle cellule di tumore alla prostata, suggerendo un ruolo essenziale di alti livelli di zinco per mantenere una prostata non maligna.

Carenza di zinco nella malattia della prostata

Più di 16 studi hanno riportato che i livelli di zinco sono notevolmente diminuiti nel tessuto canceroso della prostata, (fino all’80%), ma anche in situazioni di iperplasia benigna (circa 50%).

Queste evidenze hanno portato a pensare che la carenza di zinco potesse avere un ruolo chiave nel processo di trasformazione, suggerendo che il ripristino dei livelli normali di zinco possa essere un approccio promettente nella prevenzione e nel trattamento del tumore alla prostata.

E’ quindi necessario integrare lo zinco?

I livelli di zinco nella prostata dipendono dalle concentrazioni di zinco circolante, di conseguenza maggiore sarà l’assorbimento di zinco a livello intestinale maggiore sarà la quantità che potrà essere captata dalla prostata.

Ma non tutte le fonti di zinco sono uguali. Soprattutto, non tutte le fonti di zinco forniscono il metallo in una forma utilizzabile dal copro.

Lo zinco ionico (Zn2 +), o bivalente, da fonti alimentari viene assorbito nell’intestino dalla famiglia dei trasportatori di zinco ZIP, trasportando lo zinco dal lume intestinale agli enterociti intestinali. Dagli enterociti, lo zinco viene ulteriormente trasportato nel flusso sanguigno da un’altra famiglia di trasportatori dello zinco.

Ma dato che esistono molti antagonisti e interazioni farmacologiche che possono inibire l’assorbimento e l’utilizzo dello zinco ionico, queste fonti di zinco potrebbero non essere la scelta migliore per gli uomini più anziani, per esempio.

In alternativa, molte forme di molecole organiche che legano lo zinco sono disponibili per uso umano. Quelli comuni sono citrati, gluconati, glicinati e picolinato. L’attenta considerazione dovrebbe essere data alla vitalità della chimica. Se il ligando si dissocia a causa del basso pH nello stomaco, l’integratore si comporterà effettivamente come un integratore metallico inorganico. Se il ligando rimane legato, ma il complesso non viene assorbito bene, lo zinco fornito non sarà biodisponibile.


La diminuzione dei livelli di zinco e, di conseguenza, citrato è uno dei segni più caratteristici del tumore alla prostata. L’importante ruolo dello zinco come regolatore dell’apoptosi nelle cellule della prostata rende la diminuzione una probabile causa piuttosto che una conseguenza del tumore. Pertanto, un adeguato apporto dietetico di zinco è essenziale, soprattutto per gli anziani.

Le conseguenze di una lieve carenza di zinco, come la ridotta funzionalità del sistema immunitario, sono particolarmente rilevanti per il mantenimento della salute e possono essere fondamentali nella prevenzione delle malattie legate all’età.

Soprattutto nella prostata, un adeguato apporto di zinco aiuterà a mantenere la salute e la funzione fisiologica e previene lo sviluppo o l’ulteriore progressione della malattia della prostata, agendo così come un agente anti-iperplasia e anti-tumore.

Pertanto, dovrebbe essere presa in considerazione un’integrazione mirata di zinco con integratori adattati alle esigenze del singolo uomo.

fonte: https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fonc.2020.01293/full


Le cause del tumore alla prostata non sono ancora del tutto chiare e un gruppo di ricercatori ha provato a cercare risposte nel microbiota.

Ma cosa è il microbiota?

Il microbiota è l’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro corpo, nell’intestino, nella bocca, sulla pelle in mezzo ai capelli, ecc.

Ed include anche la popolazione di batteri meno studiata che vive nel liquido prostatico.

Una ricerca, recentemente pubblicata su Prostate Cancer and Prostatic Diseaseha cercato di fare il punto sui meccanismi diretti e indiretti che supportano il ruolo del microbiota nel rischio di sviluppare un tumore alla prostata ma anche nel determinarne la progressione e la risposta terapeutica.

Cosa è emerso da questo studio?

Interazioni dirette fra microbiota e tumore alla prostata

Le infezioni alla prostata (prostatite) causate da determinati patogeni causa l’insorgenza di infiammazione cronica, condizione comune nell’età adulta e positivamente correlata a un aumentato rischio di tumore.

Recenti evidenze hanno dimostrato come il microbiota del tratto urinario sia implicato nell’infiammazione della prostata e nell’eventuale insorgenza tumorale soprattutto a causa della sua prossimità anatomica e delle potenzialità del tratto urinario di fungere come veicolo di trasporto per la contaminazione da parte di microrganismi esterni.

Il microbiota urinario ha inoltre dimostrato di avere caratteristiche peculiari che lo distinguono da quello cutaneo delle zone genitali adiacenti e di essere sostanzialmente differente tra maschi e femmine.

Nel dettaglio, il microbiota urinario maschile è risultato formato prevalentemente da Corynebacterium, Staphylococcus, Streptococcus, Anaerococcous, Finegoldia, Lactobacillus, Peptoniphilus, Enterobacteriaceae, Pseudomonas, Actinobaculum, Gammaproteobacter, Actinomyces Gardnerella. Interessante notare come in parte vada a modificarsi con l’età. I generi Anaerophaga e Azospira sono infatti risultati presenti in uomini over 70.

La localizzazione spaziale del microbiota urinario è tuttavia oggi ancora carente di informazioni. Ulteriori approfondimenti saranno perciò necessari per verificare questa ipotesi.  

Interazioni indirette tra microbiota e tumore alla prostata

Sempre più studi dimostrano come il microbiota gastrointestinale sia in grado di influenzare i fattori immunitari nel microambiente tumorale e la risposta a chemioterapia o immunoterapia.

L’alterazione della componente batterica (disbiosi) di una specifica regione anatomica non si limita a portare conseguenze in situ. Ad esempio, lo sbilanciamento a favore della produzione di molecole pro-infiammatorie dovuto a disbiosi intestinale può comportare la diffusione di questi molecole con insorgenza di infiammazione sistemica colpendo vari organi, prostata inclusa.

È stato inoltre visto, come il microbiota gastrointestinale di soggetti con tumore alla prostata sia notevolmente differente da quello di uomini sani.

Anche il microbiota orale, se alterato ad esempio in presenza di periodontiti, può rappresentare una possibile fonte di infiammazione sistemica.

Il microbiota e i livelli ormonali sistemici

Determinati batteri in sede gastrointestinale sono in grado di metabolizzare i precursori degli ormoni estrogeni e/o androgeni oltre che catabolizzare i prodotti ormonali finali andando perciò a influenzare i loro livelli in circolo.

Considerando come gli estrogeni incrementino il rischio di cancro alla prostata, un aumento di espressione dei ceppi implicati nella loro produzione predispone l’individuo all’insorgenza del tumore.

Gli androgeni invece sono ormoni fondamentali nella crescita e normale sopravvivenza delle cellule prostatiche. In condizioni neoplastiche, si tende a ridurre il livello di questi ormoni in modo da limitare la proliferazione incontrollata delle cellule cancerose e quindi la progressione tumorale. Tuttavia, la capacità da parte di alcune specie del microbiota gastrointestinale di condizionarne i livelli attraverso una produzione più o meno accentuata può compromettere l’efficacia della terapia.

Di contro, anche lo stesso microbiota può risentire di cambiamenti ormonali.

Il microbiota orale e la salute della prostata

Anche il microbiota orale è implicato nella salute della prostata, non solo per la potenzialità di dare infiammazione sistemica, ma anche per la capacità di alcuni patogeni del cavo orale di colonizzare nello specifico la prostata. Nelle secrezioni prostatiche di pazienti con prostatite cronica o iperplasia prostatica benigna e, simultaneamente, periodontite, sono stati riscontrati infatti batteri caratteristici della placca dentale. Inoltre, soggetti con disturbi periodontali e una prostatite da moderata a severa hanno dimostrato livelli di PSA maggiori rispetto a soggetti senza alterazioni della componente batterica orale.

In conclusione, questa revisione, benché comprensiva di pochi studi a causa della loro generale carenza in letteratura, sottolinea delinea quindi un quadro complesso e ancora da approfondire basato su interconnessioni microbiota-prostata a vari livelli e in entrambe le direzioni che necessità perciò di ulteriori studi e dimostrazioni.

L’iperplasia benigna della prostata (IPB) è una patologia molto comune negli uomini sopra i 50 anni di età.

Purtroppo non si conoscono ancora le cause, ma è certo che siano implicati dei cambiamenti a livelli ormonale. Con l’avanzare dell’età, infatti, la prostata tende fisiologicamente a modificare la propria consistenza e volume in risposta allo squilibrio tra gli ormoni androgeni ed estrogeni.

Nella prostata, il principale ormone androgeno, il testosterone, viene convertito da parte dell’enzima 5-alfa reduttasi (5AR) in diidrotestosterone (DHT), il principale ormone implicato nello sviluppo e nel mantenimento dell’iperplasia prostatica.

Il trattamento d’elezione per questa patologia, infatti, prevede l’utilizzo di farmaci che hanno la funzione di inibire 5AR, portando ad una diminuzione del volume prostatico e di conseguenza dei sintomi ostruttivi (difficoltà ad iniziare la minzione, flusso debole, interruzione del getto, sgocciolamento a fine minzione) che caratterizzano l’ingrossamento della prostata.

La dutasteride e finasteride sono due principi attivi contenuti nei principali farmaci utilizzati per il trattamento dell’iperplasia benigna, ma come ogni farmaco possiedono anche degli effetti collaterali.

Per il finasteride esiste addirittura una patologia specifica, chiamata appunto Sindrome post-finasteride, rilevata principalmente negli uomini che utilizzano questo farmaco contro la calvizie.

Negli ultimi anni il ricorso a trattamenti più naturali è diventato sempre più popolare. Nel caso dell’iperplasia prostatica benigna la Serenoa Repens è sicuramente la sostanza più conosciuta e utilizzata, che ha visto la messa sul mercato di un gran numero di integratori contenenti estratti di questa pianta.

Studi in vitro hanno dimostrato che la Serenoa repens è un inibitore della 5-alfa-reduttasi (fonte) sostenendo il suo utilizzo per il trattamento dell’iperplasia prostatica benigna.

Inoltre, alcuni studi hanno riportato che la Serenoa repens combinata con altri composti (come il selenio e il carotenoide licopene) agirebbe ​​promuovendo un equilibrio ottimale tra ossidanti/antiossidanti, con significativi effetti benefici sull’iperplasia. Alcuni studi hanno anche riportato che l’assunzione di Serenoa repens per 3 mesi può migliorare i sintomi del basso tratto urinario dei pazienti.

Inoltre la Serenoa repens sembra avere un minore impatto sulla funzione erettile dei pazienti rispetto ai farmaci, come la tamsulosina.

In definitiva, incrociando i risultati di diversi studi clinici randomizzati la Serenoa Repens risulta come un buon elemento per il trattamento dell’iperplasia prostatica benigna.

Tuttavia bisogna sempre tenere in considerazione che la serenoa repens è un composto naturale la cui qualità può variare a seconda dell’ambiente di crescita della pianta o della tecnica di estrazione.

Allo stesso tempo, è necessario ricordare che diversi gruppi etnici possono avere una diversa tolleranza ai farmaci e alle sostanze.

E’ quindi necessario uno studio randomizzato di alta qualità ad hoc per avere un risultato scientificamente più attendibile.

Affrontare i problemi alla prostata non è mai facile. In alcuni casi anche i trattamenti più consolidati non sono sempre particolarmente efficaci e si potrebbe optare per rimedi più naturali, come erbe e integratori.

Ma è necessario utilizzarli con cautela e consultare sempre il proprio medico prima di assumere qualsiasi sostanza.

Negli Stati Uniti ormai circa un terzo degli uomini con tumore alla prostata utilizza almeno una forma di terapia di medicina complementare, comprese erbe e integratori.

Alcuni studi hanno suggerito che erbe e integratori potrebbero aiutare il trattamento del tumore alla prostata, ma la preoccupazione principale è che alcune erbe e integratori possono interagire tra loro o con i farmaci prescritti.

Ad esempio, possono aumentare gli effetti di alcuni farmaci o inibirne i benefici.

Una delle interazioni più comuni coinvolge erbe come l’iperico (Hypericum perforatum, o erba di San Giovanni) che agiscono sul fegato agendo sugli enzimi del citocromo P450, che metabolizzano i farmaci.

Altre erbe, come la Serenoa repens (o saw palmetto) che ormai moltissimi uomini assumono per l’iperplasia prostatica benigna e integratori di melatonina possono aumentare il rischio di sanguinamento se assunti con altri farmaci come aspirina, ibuprofene, naprossene, anticoagulanti o farmaci antipiastrinici.

Un altro problema è che non esistono studi sul fatto che erbe e integratori possano proteggere dal tumore alla prostata o rallentarne la crescita.

Uno degli studi più pubblicizzati sugli integratori e sul tumore alla prostata è lo studio SELECT (Selenium and Vitamin E Cancer Prevention Trial), che ha esplorato l’uso di vitamina E e integratori di selenio.

Studi preliminari suggerivano che entrambi avessero la capacità di ridurre il rischio di sviluppare un tumore alla prostata nell’uomo. Tuttavia, i risultati dello studio SELECT, pubblicati nel 2011 su JAMA, hanno rilevato che gli uomini che assumevano integratori di vitamina E avevano un rischio maggiore del 17% di tumore alla prostata rispetto agli uomini che assumevano un placebo (fonte).

Nel 2014, i ricercatori, utilizzando i dati dello studio SELECT, hanno scoperto che alte dosi di vitamina E (400 unità internazionali al giorno) o selenio (200 microgrammi al giorno) non solo non apportano alcun beneficio agli uomini a rischio di tumore alla prostata, ma in alcuni casi rappresentavano un pericolo (fonte). Ad esempio, gli uomini che assumevano già selenio ad alte dosi prima dello studio hanno avuto una probabilità aumentata di sviluppare un tumore alla prostata dopo aver assunto altro selenio. Inoltre, negli uomini con bassi livelli di selenio, l’integrazione di vitamina E ha aumentato il rischio totale di tumore alla prostata del 63% e ha aumentato il rischio di cancro di alto grado del 111%.

La linea di fondo è che le erbe e gli integratori non fanno miracoli e, sebbene possano portare benefici ad alcuni uomini con malattie della prostata, è sempre necessario consultare il medico per sapere se possono supportare il proprio specifico trattamento.

Nonostante le evidenze per altri tipi di patologie, sia l’American Cancer Society sia la Prostate Cancer Foundation non indicano l’alcol tra i fattori di rischio noti per il tumore alla prostata. Non è neanche chiaro se l’assunzione di alcol sia associata al rischio di sviluppare una forma di tumore alla prostata aggressivo (es metastatico).

Da una revisione sistematica pubblicata nel 2016 sembrava emergere che gli uomini che consumano alcolici potrebbero avere un rischio maggiore di sviluppare la malattia rispetto a quelli che si astengono, con il rischio che aumenta proporzionalmente all’assunzione di alcol. E’ tuttavia da sottolineare che lo studio si basa su autodichiarazioni sul proprio consumo di alcol, che potrebbero quindi non essere completamente affidabili.

I risultati di uno studio pubblicato nel 2018 suggeriscono un possibile legame tra il consumo di alcol in giovane età e il rischio di sviluppare un tumore alla prostata nell’arco della vita. Anche questo studio, seppure fornisca dati molto importanti, presenta alcuni limiti, come ad esempio la dipendenza da informazioni auto-riportate, che potrebbero essere soggette a errore. Inoltre, a questo si aggiunge che i forti bevitori all’interno dello studio erano spesso anche forti fumatori e che chi ha dichiarato di aver consumato molto alcol precocemente nella vita in genere ha continuato a bere in seguito.

Per cercare una risposta a questo quesito un gruppo di ricercatori della Harvard T.H. Chan School of Public Health, del Brigham and Women’s Hospital e della Harvard Medical School di Boston, e della University of California di San Francisco ha indagato se l’assunzione di alcol tra gli uomini a rischio di tumore alla prostata fosse associata alla diagnosi di una malattia aggressiva e se il consumo di alcol tra gli uomini con tumore prostatico non metastatico fosse associata allo sviluppo di metastasi e ad un aumento della mortalità.

In questo studio prospettico sono stati coinvolti 47.568 uomini che non avevano mai ricevuto una diagnosi di tumore alla prostata senza una diagnosi di cancro, monitorati dal 1986 al 2012 dallo Health Professionals Follow-Up Study.

Di questi uomini, 5.182 hanno ricevuto durante la durata dello studio una diagnosi di tumore prostatico non metastatico durante il follow-up e su di loro è stata esaminata l’associazione tra l’aggressività della malattia e la mortalità con il consumo di alcol in generale, consumo di vino rosso e bianco, birra e liquore.

E’ emerso che gli uomini bevitori avevano un rischio di sviluppare un tumore alla prostata mortale leggermente inferiore rispetto agli astemi.

In particolare il rischio più basso di morte per tumore alla prostata è stato osservato negli uomini che consumavano una quantità di alcol totale tra 15 e 30 g/die, principalmente tramite l’assunzione di vino.

Ma qualsiasi vino fa bene contro il tumore alla prostata?

C’è vino e vino. E noi italiani lo sappiamo bene.

Partendo da queste evidenze sono stati condotti ulteriori studi per cercare di determinare se effettivamente il consumo di vino avesse un ruolo protettivo contro la progressione di un tumore alla prostata, ma soprattutto per cercare di capire se una qualità di vino avesse più benefici di altre.

Una meta-analisi ha curiosamente osservato come il consumo moderato di vino rosso fosse associato ad un minore rischio di sviluppare un tumore alla prostata, mentre il consumo moderato di vino bianco, al contrario, avesse l’effetto opposto.

Ma perché il vino rosso?

Non c’è una risposta chiara, ma gran parte dei “sospetti” si concentrano su alcune sostanze chimiche assenti in altre bevande alcoliche, come vari flavonoidi e il resveratrolo. Questi componenti hanno proprietà antiossidanti e alcuni sembrano controbilanciare gli androgeni, gli ormoni maschili che stimolano la crescita del tumore alla prostata.

Da alcuni esperimenti di laboratorio, i flavonoidi riducono la produzione di PSA da parte delle cellule di tumore alla prostata, suggerendo una diminuzione dell’attività cellulare, e il resveratrolo smorza l’attività dei geni che promuovono la crescita cellulare e in alcuni casi induce la morte delle cellule tumorali.

Prima di arrivare a conclusioni affrettate, va detto che servono ulteriori ricerche per determinare con certezza la correlazione tra consumo di alcol e lo sviluppo di tumore alla prostata, ma ciò che si può evincere è che per le persone affette da questa patologia bere con moderazione è generalmente sicuro.

Bisogna comunque ricordare che l’alcol può interagire con alcuni farmaci quindi è sempre meglio consultare un medico per verificare che bere alcolici non sia dannoso.

Più in generale, è bene però sottolineare come mettere in conto alcuni cambiamenti nello stile di vita possa aiutare una persona a vivere bene durante le terapie per il tumore alla prostata. Questi cambiamenti possono includere l’aumentare l’attività fisica e il seguire una dieta salutare.

“Dottore, cosa posso fare per prevenire il tumore alla prostata?”.
Questa è una delle domande più comuni che i medici sentono dagli uomini preoccupati per la salute della prostata.

Purtroppo non esiste niente che possa garantire di non sviluppare con sicurezza una malattia. C’è sempre una probabilità di rischio, che però può essere ridotta con qualche semplice accortezza sul nostro stile di vita.

Adotta uno schema alimentare sano

Invece di concentrarsi su cibi specifici, dietisti, medici e ricercatori pubblicizzano un modello generale di alimentazione sana e mangiare sano è più facile di quanto si possa pensare.

In poche parole, ecco cosa consigliano gli esperti:

  1. Mangia almeno cinque porzioni di frutta e verdura ogni giorno. Scegli quelli con colori intensi e luminosi.
  2. Scegli pane integrale al posto del pane bianco e scegli pasta integrale e cereali.
  3. Limita il consumo di carne rossa, inclusi manzo, maiale, agnello e capra, e carni lavorate, come mortadella e wurstel. Pesce, pollame, fagioli e uova sono fonti di proteine ​​più sane.
  4. Scegli grassi salutari, come olio d’oliva, frutta secca (mandorle, noci) e avocado. Limita i grassi saturi dei latticini e di altri prodotti animali. Evita i grassi parzialmente idrogenati (grassi trans), che si trovano in molti fast food e cibi confezionati.
  5. Limita le bevande zuccherate, come le bibite e molti succhi di frutta.
  6. Riduci il sale. Scegli cibi a basso contenuto di sodio leggendo e confrontando le etichette degli alimenti. Limita l’uso di cibi in scatola, lavorati e congelati.
  7. Guarda le dimensioni delle porzioni. Mangia lentamente e smetti di mangiare quando sei pieno.

Rimani attivo e mantieni la prostata in salute

Oltre a seguire una dieta sana, dovresti rimanere attivo. L’esercizio fisico regolare riduce il rischio di sviluppare alcuni problemi gravi, tra cui malattie cardiache, ictus e alcuni tipi di tumore. E sebbene relativamente pochi studi abbiano valutato direttamente l’impatto dell’esercizio fisico sulla salute della prostata, quelli che sono stati effettuati hanno concluso che l’esercizio è benefico. Per esempio:

  • Sulla base dei questionari dello studio Health Professionals Follow-up Study, sponsorizzato dall’Università di Harvard, compilati da oltre 30.000 uomini è emersa una relazione inversa tra attività fisica e sintomi di iperplasia prostatica benigna (IPB). In poche parole, gli uomini che erano più attivi fisicamente avevano meno probabilità di soffrire di IPB. Anche l’attività fisica di intensità da bassa a moderata, come camminare regolarmente a un ritmo moderato, ha prodotto benefici.
  • Dallo stesso studio è stata osservata una correlazione tra disfunzione erettile ed esercizio fisico. Hanno scoperto che gli uomini che correvano almeno per un’ora e mezza o che facevano tre ore di sport all’aperto alla settimana avevano il 20% in meno di probabilità di avere problemi di erezione rispetto a quelli che non si allenavano affatto. E più aumentava la quantità di attività fisica, più diminuiva il rischio. È interessante notare che, indipendentemente dal livello di esercizio, gli uomini in sovrappeso o obesi avevano un rischio maggiore di disfunzione erettile rispetto agli uomini con un indice di massa corporea ideale.
  • Una ricerca italiana ha reclutato 231 uomini sedentari con prostatite cronica e li ha divisi in due programmi di esercizio per 18 settimane: esercizio aerobico, che includeva camminata veloce, o esercizio non aerobico, che includeva sollevamento delle gambe, addominali e stretching. Ogni gruppo si esercitava tre volte a settimana. Alla fine dello studio, gli uomini di entrambi i gruppi si sentivano meglio, ma quelli del gruppo di esercizi aerobici hanno sperimentato significativamente meno disagio, ansia e depressione e una migliore qualità della vita.

Da queste evidenze possiamo quindi dire che se vuoi mantenere in salute la prostata:

  1. Fai attività fisica, partendo con una intensità bassa, come camminare regolarmente a un ritmo moderato
  2. Cerca di aumentare gradualmente l’intensità della tua attività fisica. Ma senza strafare. ascolta il tuo corpo!
  3. Preferisci attività aerobica, come una camminata veloce o una corsa, ad attività non aerobica, come sollevamento gambe o addominali.

fonte: https://www.health.harvard.edu/mens-health/10-diet-and-exercise-tips-for-prostate-health

Caffè e prostata sono cattivi compagni?

Si dice spesso che bisognerebbe evitare di bere caffè perchè potrebbe stimolare un’infiammazione alla prostata.

Ma quindi dovremmo evitare di bere caffè per non rischiare di sviluppare una patologia alla prostata oppure dovremmo farlo solo se già si soffre di qualcosa?

Alcuni studi sembrerebbero addirittura sostenere che il consumo di caffè possa abbassare il rischio di sviluppare un tumore alla prostata.

Da una ricerca condotta proprio in Italia, che ha coinvolto 7000 uomini, sembrerebbe che il rischio di sviluppare un tumore alla prostata si riduce di oltre il 50% in chi beve più di tre tazzine al giorno.

Per cercare di comprendere quale sia il meccanismo alla base di questo effetto sono stati condotti degli esperimenti in laboratorio da cui è emerso che l’effetto protettivo del caffè sia proprio dato dalla caffeina.

Ma non si diceva che il caffè fosse addirittura cancerogeno?

L’idea che il caffè possa aumentare il rischio di tumori deriva dal fatto che durante il processo di tostatura dei chicchi di caffè si genera una molecola chiamata acrilammide, sotto i riflettori per il suo potenziale effetto cancerogeno. Tuttavia un studio condotto dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha concluso che il contenuto di acrilammide nei chicchi di caffè è lontano dal poter essere pericoloso per la salute, concludendo che sulla base dei dati attualmente a disposizione bere caffè non sia cancerogeno.

Al contrario, sembra che complessivamente ci possano essere benefici nel bere il caffè per quanto riguarda i tumori.

In che modo il caffè protegge dai tumori?

Il chicco di caffè, come altri prodotti di origine vegetale, contiene numerose sostanze tra cui diversi tipi di antiossidanti, che si ritiene abbiano un effetto protettivo contro il cancro. Ma oltre al contenuto di antiossidanti, sembra che il caffè abbia proprietà regolatorie sul sistema immunitario.

All’interno dei tumori, alcune aree sono meno ossigenate di altre. La mancanza di ossigeno, altera i processi metabolici delle cellule tumorale, portando all’accumulo di una molecola chiamata adenosina. L’adenosina può legarsi attraverso dei recettori sulla superficie di alcune cellule immunitarie, sopprimendone l’attivazione. Diversi studi hanno evidenziato l’importanza dell’adenosina nella strategia di sopravvivenza del tumore dimostrando che il blocco dei recettori dell’adenosina possa essere una strategia promettente nella terapia del cancro.

E’ stato visto che la molecola della caffeina può competere con l’adenosina per il legame ai suoi recettori (fonte). Studi di laboratorio hanno infatti dimostrato che la somministrazione di caffeina era in grado di ritardare la crescita tumorale proprio perché impediva la funzione inibitoria dell’adenosina sul sistema immunitario.

Numerosi studi epidemiologici sull’uomo hanno dimostrato che il consumo di caffè sia in generale associato ad un minor rischio di morte legato ai tumori e ad una minore probabilità di sviluppare alcuni tipi di tumore, come quello dell’utero, dell’endometrio (fonte), del fegato (fonte), del colon (fonte). Per altri tipi di tumore, invece, i dati disponibili sono stati giudicati insufficienti o inadeguati per stabilire una possibile connessione tra consumo di caffè e tumore. Il problema principale di alcuni di questi studi è stato il fatto che oltre al consumo di caffè non erano stati presi in considerazione alcuni parametri. Per esempio, era stato sottovalutato che molti soggetti associassero una tazza di caffè ad una sigaretta! Nel caso del tumore alla vescica, per esempio, le prime ricerche suggerivano che il caffè aumentasse il rischio di cancro, ma in seguito si scoprì che il vero fattore causale era il fumo.

In generale è emerso che i benefici maggiori si riscontravano in quelle persone che bevevano tra le 4 e le 6 tazze di caffè al giorno (parliamo tendenzialmente di studi condotti negli Stati Uniti, quindi di caffè americano!). Oltre questa quantità, al contrario, iniziano ad essere evidenti alcuni degli effetti della troppa caffeina, come inibizione del sonno, mal di testa, mal di pancia…

Quindi il caffè fa sempre bene alla prostata o no?

Nonostante si sia osservato che il caffè abbia dei benefici nella prevenzione e nell’andamento del tumore alla prostata, per le altre patologie che colpiscono quest’organo sembrano esserci effetti opposti.

Per gli uomini affetti da ingrossamento della prostataprostatite, un consumo costante di caffè può peggiorare i sintomi in quanto questo ingrediente irrita la vescica. Tutti questi sintomi e disturbi possono portare a doversi alzare la notte di continuo e favorire l’incontinenza.

Il caffè irrita la vescica precisamente perché aumenta la produzione di urina, quindi la vescica sarà piena in breve tempo e allo stesso tempo causa delle contrazioni di questo organo.

Per questo motivo, gli individui con la prostata ingrossata o affetti da infezioni o prostatite devono ridurre il più possibile il consumo di caffè. Sarebbe inoltre preferibile eliminarlo completamente dalla propria alimentazione almeno per alcuni periodi.

Va comunque sottolineato che, anche se la caffeina aumenta lo stato di irritazione della prostata, non ci sono prove sul fatto che ne possa essere la causa scatenante.

Quando si hanno problemi alla prostata “si dice” sempre di evitare il peperoncino o comunque di mangiare cibi piccanti o speziati.

Ma potremmo aver anche sentito una versione contrastante: il peperoncino fa bene alla prostata.

Quindi dove sta la verità? Il peperoncino fa bene o male alla prostata?

Il peperoncino è un ortaggio che contiene un’alta concentrazione di capsaicina, il principio attivo della “piccantezza”.

In alcuni studi di laboratorio (1) è stato visto che la capsaicina è in grado di rallentare la crescita di cellule di tumore alla prostata e in alcuni casi di provocarne la morte.

Gli scienziati della Nottingham University suggeriscono che la capsaicina sia in grado di uccidere le cellule tumorali perché attacca i mitocondri, gli organelli che producono energia al loro interno.

Altri studi, condotti in vivo su modelli animali (2; 3) hanno evidenziato la capacità della capsaicina nel rallentare la crescita di tumore alla prostata e diminuire la comparsa di metastasi.

Quali evidenze sul peperoncino in pazienti con tumore alla prostata?

I dati ottenuti in vitro e in modelli preclinici suggeriscono che la capsaicina possa effettivamente avere delle proprietà protettive verso un tumore alla prostata anche nell’uomo.

A questo proposito è stato stato disegnato uno studio clinico (4) di cui però ad oggi non sono disponibili ancora i risultati.

Ad oggi non è possibile quindi dire con certezza se la capsaicina faccia o meno bene nel combattere il tumore alla prostata nell’uomo.

Alcuni studi condotti in laboratorio su cellule di tumore alla prostata e (ancora poche) evidenze su pazienti hanno osservato che la capsaicina sia in grado di ridurre la produzione di PSA, suggerendo che questo elemento potrebbe influire con la validità del test del PSA.

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Quali sono i benefici del peperoncino sulla salute?

Il peperoncino in sé, come molti vegetali, contiene diversi tipi di vitamine (A, B, C, E…) e diverse sostanze ad azione antiossidante, quindi in grado di combattere i temibili radicali liberi. I benefici nel consumo di peperoncino sembrano essere più evidenti a carico del sistema cardiovascolare.

Se ci focalizziamo a livello della prostata, il peperoncino viene spesso definito “Viagra dei poveri” per via dell’effetto sulla disfunzione erettile, dal momento che, essendo un buon vasodilatatore, tende a fornire un aiuto appunto contro l’impotenza.

Allora perché si dice di evitare il peperoncino per la salute della prostata?

Il peperoncino, considerato da sempre un afrodisiaco, rientra però tra gli alimenti dannosi per la prostata. Le ragioni di questi effetti collaterali sembrano essere ascrivibili alla funzione stimolante sul sistema immunitario.

Un uso eccessivo di peperoncino tende quindi ad aumentare un’infiammazione già presente, come per esempio una prostatite (infiammazione della prostata).

In conclusione, si conoscono diversi benefici sulla salute dati dal consumo di peperoncino, ma bisogna comunque prestare attenzione a moderarne il consumo, soprattutto negli individui che già soffrono di irritazioni alla prostata, da una infiammazione ad un ingrossamento.

referenze:

  1. The pepper’s natural ingredient capsaicin induces autophagy blockage in prostate cancer cells
  2. Capsaicin reduces the metastatic burden in the transgenic adenocarcinoma of the mouse prostate model
  3. Capsaicin, a Component of Red Peppers, Inhibits the Growth of Androgen-Independent, p53 Mutant Prostate Cancer Cells
  4. CAPSAICIN Trial: Assessing Capsaicin as a Chemopreventive Agent for Prostate Cancer (CAPSAICIN)