Fare prevenzione è sempre la strada migliore, anche per il tumore alla prostata.

Esistono alcuni accorgimenti, alcune semplici abitudini che possono aiutare a salvaguardare la salute della prostata, prevenendo ad esempio il tumore alla prostata, anche in presenza di alcuni fattori di rischio, come la presenza in famiglia di parenti che hanno avuto a che fare con questa patologia.

La prevenzione primaria

Ecco alcuni semplici accorgimenti per ridurre il rischio di sviluppare disturbi alla prostata:

  • Dieta ricca di fibre, antiossidanti e omega-3. Sono quindi consigliati farine integrali, frutta e verdura fresche (in particolare la frutta meno ricca di zuccheri, come mele e pere, le verdure arancioni, i finocchi, le rape e i cavoli), pesce azzurro, olio extravergine di oliva e legumi. Una sana alimentazione protegge la funzionalità della prostata e ritarda il processo di invecchiamento e il rischio di anomalie correlate;
  • Cibi da ridurre sono gli insaccati, i cibi fritti, i formaggi molto grassi e gli alimenti che contengono molti zuccheri semplici (come dolci e bevande zuccherate). Questi piatti, infatti, favoriscono gli stati infiammatori, oltre a portare a problemi cardiocircolatori e aumentare il rischio di sovrappeso;
  • Mantenere il peso forma. Abbiamo visito come l’obesità costituisca fattore di rischio per il cancro alla prostata.
  • Fare esercizio fisico in modo regolare riduce sia il rischio di iperplasia prostatica benigna sia quello di cancro alla prostata.
  • Fare sesso abitualmente. Frequenti eiaculazioni mantengono una buona funzionalità della prostata, migliorano la salute del corpo e della mente.

La prevenzione secondaria: controllare la prostata

Mantenere la prostata in salute significa sottoporsi a regolari controlli, specialmente dopo i 50 anni di età, anche se è raccomandato recarsi da un urologo già a partire dai 40 anni.

Quali sono i test e gli esami consigliati per individuare in maniera tempestiva eventuali anomalie, disfunzioni o patologie che possono colpire la prostata?

  • Analisi delle urine. L’urinocoltura è utile per individuare infezioni o sanguinamenti;
  • PSA (antigene prostatico specifico): è un esame del sangue che va a rilevare i livelli di una proteina prodotta unicamente dalla prostata. I livelli normali vanno da 0,0 a 4,0 ng/ml (nanogrammi per millilitro di sangue), ma possono aumentare per diverse cause, tra cui tumori, iperplasia prostatica benigna e prostatite. In genere è consigliato eseguirlo in presenza di sintomi che suggeriscono la presenza di una di queste patologie. Se il valore risulta superiore a 4 ng/mL, oppure è in costante crescita potrebbero essere necessari ulteriori esami.
  • PSA ratio: rapporto fra PSA libero e totale. Nel sangue, la proteina PSA si trova normalmente legata ad altre sostanze, non “libera” se non in minime concentrazioni. Tuttavia, in presenza di un tumore maligno, questi valori scendono ancora di più. Per tale ragione, quando il test PSA fornisce risultati “sospetti” il medico potrebbe prescrivere anche il dosaggio del PSA libero (anche detto free PSA o fPSA). Per l’interpretazione dei dati si effettua il rapporto PSA libero/PSA totale. I valori normali, quindi non patologici, sono intorno allo 0,20%. Valori diversi da questa percentuale possono indicare la presenza di patologie alla prostata, per cui il medico prescriverà altri esami di accertamento;
  • Esplorazione digito-rettale (DRE): il medico urologo controlla manualmente le condizioni della prostata introducendo un dito attraverso il retto, dopo aver lubrificato la parte. Questa esplorazione permette di scoprire un ingrossamento, la presenza di noduli o una prostatite. Può risultare fastidiosa, ma è innocua; il maggiore disagio è quello psicologico, che è bene far presente al medico affinché possa rassicurare la persona.
  • Uroflussometria. La persona deve urinare in un dispositivo, simile a un gabinetto, che misura la velocità e il volume del flusso di urina. In genere dopo tale test viene prescritta un’ecografia;
  • Ecografia prostatica transrettale. Esame rapido e innocuo che permette di valutare la morfologia della prostata e quindi di rilevare una dilatazione o eventuali neoformazioni. Si effettua inserendo nel retto, lubrificato, una sonda che emette ultrasuoni in grado di essere riconvertiti in immagini statiche o dinamiche. Talvolta a questo esame si associa una biopsia della prostata.

Se questi esami danno risultati che fanno sospettare la presenza di un tumore alla prostata, può essere necessario sottoporsi a una biopsia prostatica. L’operatore inserisce un tubo con un piccolo sondino per via rettale, per esplorare prima dell’operazione; dopodiché, tramite lo stesso tubo, inserisce un ago che serve al prelievo di alcuni pezzettini di tessuto prostatico. Questi verranno analizzati per individuare eventuali anomalie nelle cellule e, in caso di riscontro positivo, l’aggressività del cancro. L’intervento, molto rapido, è indolore in quanto viene eseguito in anestesia locale.

Attualmente il test del PSA rappresenta il pilastro degli esami preliminari per monitorare il rischio di un tumore alla prostata. Tuttavia, la sua bassa attendibilità come singolo parametro lo rende poco utile come esame di screening.

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Leggi le linee guida dell’AIOM: https://www.aiom.it/linee-guida-aiom-carcinoma-della-prostata-2019/

I ricercatori di Google Health hanno scoperto che l’uso dell’intelligenza artificiale (AI) nell’analisi delle biopsie prostatiche può migliorare la qualità, l’efficienza e l’oggettività della diagnosi e della classificazione del tumore alla prostata.

In una biopsia prostatica, il tessuto viene rimosso e valutato da un medico patologo per cercare anomalie che possono essere collegate ad un tumore.

Il sistema di classificazione standard per questa procedura è il sistema di valutazione Gleason, che prevede la classificazione in 5 diversi gruppi che correlano con la potenziale aggressività della malattia.

Tuttavia, la procedura di valutazione e classificazione viene eseguita da medici diversi per ogni struttura ospedaliera: nonostante l’esperienza del medico, questa metodologia possiede il rischio dovuto alla variabilità individuale dell’operatore.

Recentemente sono stati sviluppati algoritmi di intelligenza artificiale per la classificazione delle biopsie prostatiche per combattere la variabilità di classificazione del tumore che esiste da ospedale a ospedale.

In questo studio, pubblicato sulla rivista Jama Network, la classificazione delle biopsie è stata condotta presso due laboratori medici negli Stati Uniti tra ottobre 2019 e gennaio 2020. Venti medici patologi sono stati divisi in due gruppi, uno con l’assistenza dell’intelligenza artificiale e uno senza, e hanno esaminato le biopsie prostatiche di 240 pazienti.

Alla fine dello studio è stato visto che i patologi supportati dall’intelligenza artificiale avevano diagnosticato più tumori rispetto all’altro gruppo, e lo avevano fatto più velocemente e con minore variabilità tra medico e medico.

Uno studio parallelo è stato effettuato dai ricercatori del Radboud university medical center, i quali hanno sviluppato un sistema di “deep learning” che è migliore della maggior parte dei patologi nel determinare l’aggressività del cancro alla prostata. Il sistema di intelligenza artificiale, che utilizza campioni di tessuto per arrivare alla diagnosi, ha imparato da solo a identificare il tumore alla prostata sulla base dei dati di oltre 1.200 pazienti. Il team di Radboud sta ora lavorando con i ricercatori del Karolinska Institute in Svezia e Kaggle, una filiale di Google, con l’intenzione di continuare a sviluppare questi metodi come parte di una grande competizione internazionale.

Il tumore alla prostata è un tipo di cancro che si verifica frequentemente, ma non sempre aggressivo: più uomini muoiono con un tumore alla prostata che a causa di un tumore alla prostata.

Tuttavia, il suo trattamento ha molte conseguenze sulla qualità della vita del paziente, quindi determinare accuratamente l’aggressività è un passo importante nella scelta di un terapia più personalizzata possibile.


Le cause del tumore alla prostata non sono ancora del tutto chiare e un gruppo di ricercatori ha provato a cercare risposte nel microbiota.

Ma cosa è il microbiota?

Il microbiota è l’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro corpo, nell’intestino, nella bocca, sulla pelle in mezzo ai capelli, ecc.

Ed include anche la popolazione di batteri meno studiata che vive nel liquido prostatico.

Una ricerca, recentemente pubblicata su Prostate Cancer and Prostatic Diseaseha cercato di fare il punto sui meccanismi diretti e indiretti che supportano il ruolo del microbiota nel rischio di sviluppare un tumore alla prostata ma anche nel determinarne la progressione e la risposta terapeutica.

Cosa è emerso da questo studio?

Interazioni dirette fra microbiota e tumore alla prostata

Le infezioni alla prostata (prostatite) causate da determinati patogeni causa l’insorgenza di infiammazione cronica, condizione comune nell’età adulta e positivamente correlata a un aumentato rischio di tumore.

Recenti evidenze hanno dimostrato come il microbiota del tratto urinario sia implicato nell’infiammazione della prostata e nell’eventuale insorgenza tumorale soprattutto a causa della sua prossimità anatomica e delle potenzialità del tratto urinario di fungere come veicolo di trasporto per la contaminazione da parte di microrganismi esterni.

Il microbiota urinario ha inoltre dimostrato di avere caratteristiche peculiari che lo distinguono da quello cutaneo delle zone genitali adiacenti e di essere sostanzialmente differente tra maschi e femmine.

Nel dettaglio, il microbiota urinario maschile è risultato formato prevalentemente da Corynebacterium, Staphylococcus, Streptococcus, Anaerococcous, Finegoldia, Lactobacillus, Peptoniphilus, Enterobacteriaceae, Pseudomonas, Actinobaculum, Gammaproteobacter, Actinomyces Gardnerella. Interessante notare come in parte vada a modificarsi con l’età. I generi Anaerophaga e Azospira sono infatti risultati presenti in uomini over 70.

La localizzazione spaziale del microbiota urinario è tuttavia oggi ancora carente di informazioni. Ulteriori approfondimenti saranno perciò necessari per verificare questa ipotesi.  

Interazioni indirette tra microbiota e tumore alla prostata

Sempre più studi dimostrano come il microbiota gastrointestinale sia in grado di influenzare i fattori immunitari nel microambiente tumorale e la risposta a chemioterapia o immunoterapia.

L’alterazione della componente batterica (disbiosi) di una specifica regione anatomica non si limita a portare conseguenze in situ. Ad esempio, lo sbilanciamento a favore della produzione di molecole pro-infiammatorie dovuto a disbiosi intestinale può comportare la diffusione di questi molecole con insorgenza di infiammazione sistemica colpendo vari organi, prostata inclusa.

È stato inoltre visto, come il microbiota gastrointestinale di soggetti con tumore alla prostata sia notevolmente differente da quello di uomini sani.

Anche il microbiota orale, se alterato ad esempio in presenza di periodontiti, può rappresentare una possibile fonte di infiammazione sistemica.

Il microbiota e i livelli ormonali sistemici

Determinati batteri in sede gastrointestinale sono in grado di metabolizzare i precursori degli ormoni estrogeni e/o androgeni oltre che catabolizzare i prodotti ormonali finali andando perciò a influenzare i loro livelli in circolo.

Considerando come gli estrogeni incrementino il rischio di cancro alla prostata, un aumento di espressione dei ceppi implicati nella loro produzione predispone l’individuo all’insorgenza del tumore.

Gli androgeni invece sono ormoni fondamentali nella crescita e normale sopravvivenza delle cellule prostatiche. In condizioni neoplastiche, si tende a ridurre il livello di questi ormoni in modo da limitare la proliferazione incontrollata delle cellule cancerose e quindi la progressione tumorale. Tuttavia, la capacità da parte di alcune specie del microbiota gastrointestinale di condizionarne i livelli attraverso una produzione più o meno accentuata può compromettere l’efficacia della terapia.

Di contro, anche lo stesso microbiota può risentire di cambiamenti ormonali.

Il microbiota orale e la salute della prostata

Anche il microbiota orale è implicato nella salute della prostata, non solo per la potenzialità di dare infiammazione sistemica, ma anche per la capacità di alcuni patogeni del cavo orale di colonizzare nello specifico la prostata. Nelle secrezioni prostatiche di pazienti con prostatite cronica o iperplasia prostatica benigna e, simultaneamente, periodontite, sono stati riscontrati infatti batteri caratteristici della placca dentale. Inoltre, soggetti con disturbi periodontali e una prostatite da moderata a severa hanno dimostrato livelli di PSA maggiori rispetto a soggetti senza alterazioni della componente batterica orale.

In conclusione, questa revisione, benché comprensiva di pochi studi a causa della loro generale carenza in letteratura, sottolinea delinea quindi un quadro complesso e ancora da approfondire basato su interconnessioni microbiota-prostata a vari livelli e in entrambe le direzioni che necessità perciò di ulteriori studi e dimostrazioni.

La diagnosi precoce dei problemi alla prostata è la chiave per ridurre al minimo il rischio di sviluppare problemi seri.

E questo vale sia per un tumore alla prostata sia per l’iperplasia prostatica benigna sia per le malattie infiammatorie come la prostatite.

Iniziamo dicendo che stando alla statistiche che dopo i 50 anni di età 1 uomo su 8 può sviluppare un tumore alla prostata e che 8 uomini su 10 avranno problemi di ingrossamento della prostata.

Per questo motivo a partire dai 50 anni, o prima se ci sono stati casi di patologie in famiglia, è caldamente raccomandato di iniziare ad effettuare degli esami e delle visite di controllo per misurare la salute della prostata.

Non bisogna infatti aspettare di accusare dei sintomi, come problemi di minzione o di erezione per riferirsi ad uno specialista, perché come si dice da anni “prevenire è meglio che curare”.

Il medico specializzato nelle patologie del sistema uro-genitale è l’urologo e gli esami più comuni per valutare la presenza di patologie a carico della prostata sono la valutazione nel sangue del PSA, l’esplorazione digito-rettale (DRE), l’ecografia prostatica trans-rettale, la risonanza magnetica multiparametrica.

In presenza di determinate evidenze potranno essere richiesti ulteriori esami, per identificare se sia presente una malattia infettiva, infiammatoria, un ingrossamento oppure un tumore.

Non ci sono dubbi sul fatto che la diagnosi precoce di una patologia alla prostata ed un tempestivo intervento su di essa sia fondamentale per evitare di sviluppare delle complicazioni importanti. Tuttavia va ricordato quanto oggi sia alto il rischio di sovra-trattamento, soprattutto quando si parla di tumore alla prostata.

L’esame cardine per la diagnosi precoce di questa malattia è il test del PSA, misurato con un semplice esame del sangue. Ma da molti anni ormai si discute sulla sua utilità come esame preliminare per il tumore alla prostata per via dell’alto numero dei risultati falsamente positivi e delle malattie clinicamente irrilevante che vengono identificate.

L’utilità del test del PSA nel percorso diagnostico del tumore alla prostata è stata messa in forte discussione, già dal suo stesso scopritore nel libro “Il grande inganno della prostata”.

E’ stato visto come in seguito al test del PSA vengano attivate molte procedure non solo inutili, ma addirittura controproducenti, in quanto generano dei costi di sanità pubblica e sono fonte di ansie, preoccupazioni e possibili complicanze post-intervento per il paziente.

Sottoporsi ad esami e visite di controllo periodiche è di fondamentale importanza, ma è sempre bene conoscere quali sono i limiti delle attuali procedure diagnostiche per effettuare delle scelte consapevoli riguardo alla propria salute.

Ad oggi non esistono ancora degli esami di screening per il tumore alla prostata, come per il tumore alla mammella o al colon (vedi https://www.osservatorionazionalescreening.it).

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L’obesità negli uomini aumenta la probabilità di sviluppare un tumore alla prostata, ma soprattutto di sviluppare un tumore alla prostata aggressivo rispetto agli uomini in normopeso.

Questo è quanto riportato nel 2020 dalla rivista Annals Oncology (fonte). L’accumulo di grasso viscerale (il tipo nascosto che si trova in profondità nell’addome e circonda gli organi principali) e il grasso sottocutaneo nelle cosce (che si trova appena sotto la pelle) sono entrambi associati a una maggiore possibilità di sviluppare un tumore alla prostata aggressivo ed una maggiore mortalità per questa malattia.

In questo studio sono stati reclutato più di 1.800 uomini senza tumore (età media 76 anni) e hanno misurato il loro grasso addominale e della coscia, il girovita e dell’indice di massa corporea (BMI), una misura dell’obesità basata sull’altezza e sul peso di una persona.

Dopo circa 10 anni, 170 uomini hanno sviluppato un tumore alla prostata. Quelli con un girovita e un BMI più alti avevano maggiori rischi di tumore aggressivo e fatale.

Un’altra scoperta interessante è stata che la connessione tra grasso viscerale e tumore aggressivo e fatale era più forte tra gli uomini con un BMI inferiore. Ciò implica che anche gli uomini con un BMI normale possono ancora essere ad alto rischio di tumore alla prostata aggressivo a seconda di dove hanno l’accumulo di grasso.

Questi risultati possono aiutare a identificare gli uomini che hanno maggiori probabilità di sviluppare un tumore alla prostata aggressivo, sottolineando inoltre l’importanza di mantenere un peso nella norma come parte della prevenzione e della gestione complessiva del tumore alla prostata.

Calcola il tuo indice di massa corporea sul sito del Ministero della Salute

Clicca QUI

Purtroppo non esiste niente che possa garantire di non sviluppare con sicurezza una malattia. C’è sempre una probabilità di rischio, che però può essere ridotta con qualche semplice accortezza sul nostro stile di vita.

Ecco alcuni suggerimenti per mantenersi in salute e ridurre il rischio di sviluppare problemi alla prostata:

10 TRUCCHI PER LA SALUTE DELLA PROSTATA

Il tumore alla prostata è la malattia oncologica più diffusa nell’uomo, soprattutto con l’aumentare dell’età.

Generalmente il tumore progredisce molto lentamente e nelle prime fasi del suo sviluppo rimane confinato alla prostata.

Per questo motivo la sintomatologia iniziale è molto scarsa e solitamente sovrapponibile con l’iperplasia prostatica benigna, molto comune negli uomini sopra i 50 anni, oppure una prostatite, più comune nella fascia d’età sotto ai 50 anni.

Tuttavia, in alcuni casi un tumore alla prostata può crescere rapidamente e diventare molto aggressivo, motivo per cui è buona regola sottoporsi a visite di controllo periodiche a partire da una certa età, soprattutto se in famiglia ci sono stati altri casi di malattia.

Questa raccomandazione è principalmente legata al fatto che nelle fasi inziali la malattia non dà segni della sua presenza e una diagnosi tardiva, quando il tumore ha già aggredito altri organi, rende le terapie meno efficaci.

Quando iniziano a presentarsi, i sintomi dipendono dalla gravità e dalla diffusione del tumore.

I sintomi del tumore alla prostata tendono a presentarsi quando la malattia è in fase già avanzata e in genere quando le dimensioni del tumore sono tali da esercitare una pressione sull’uretra.

QUALI POSSONO ESSERE I SINTOMI DEL TUMORE ALLA PROSTATA?

  • Difficoltà ad urinare (o disuria): una generica difficoltà nell’urinare in cui la minzione può essere accompagnata da un dolore acuto.
  • Impossibilità di urinare (o anuria): è dovuta a un’ostruzione delle vie urinarie, le cui conseguenze si possono riflettere in un secondo momento sul rene. Può essere causata da un tumore alla prostata, oppure da calcolosi, uretrite, prostatite, iperplasia, traumi addominali e neoplasie vescicali.
  • Difficoltà ad eiaculare (aneiaculazione): disturbo caratterizzato dall’assenza completa di eiaculazione al momento dell’orgasmo, quindi non c’è emissione del liquido seminale.
  • Eiaculazione retrograda: il liquido seminale risale all’indietro nella vescica. Durante la minzione, specialmente dopo al coito, il liquido seminale viene espulso con le urine, rendendole dense e torbide.
  • Nicturia: è un disturbo caratterizzato dalla necessità di urinare più volte nel corso della notte. Il ripetuto stimolo minzionale determina risvegli frequenti, con impatto sulla qualità del sonno.
  • Disfunzione erettile: l’incapacità di avere e/o mantenere un’erezione soddisfacente, pur in presenza di un buon desiderio sessuale.
  • Ritenzione urinaria: incapacità di svuotare completamente la vescica, a causa di ostacoli che si interpongono sulla via di deflusso.
  • Sangue nello sperma (o ematospermia) o nelle urine (ematuria): si riscontra frequentemente in seguito a iperplasia prostatica benigna, infezioni delle vie urinarie (es. uretrite), della prostata (prostatite) o dei testicoli (es. epididimite). Più raramente è conseguenza di tumore prostatico, tumori delle vescichette seminali o dei testicoli, di ostruzioni o di traumi in ogni parte del sistema riproduttivo.

In presenza di questi sintomi è sempre meglio rivolgersi al proprio Medico o allo Specialista; tuttavia è bene non allarmarsi perché nella maggior parte dei casi si tratta di problematiche di natura benigna.

Per saperne di più visita il sito dell’AIOM.

Alcuni grandi ospedali in Italia stanno seguendo la scia di quello che già da tempo avviene all’estero e si stanno dotando delle cosiddette Prostate Cancer Unit: si tratta di team di specialisti con diverse competenze nella gestione del tumore alla prostata, che lavorano in sinergia per curare il paziente, analizzano e monitorando la malattia da diversi punti di vista e a diversi livelli, fornendo in un unico centro tutto quello che potrebbe servire al percorso diagnostico e terapeutico, dalla consulenza al supporto psicologico, dalla prevenzione alla diagnosi, dalla gestione delle terapie alla riabilitazione.

Questa soluzione offre al paziente le migliori opportunità di ricevere le cure più appropriate e trattamenti di eccellenza. Inoltre, la collaborazione di diverse figure cliniche nella gestione della patologia diventa funzionale alla prevenzione e soluzione delle principali complicanze che potrebbero verificarsi, siano esse fisiche, emotive o psicologiche.

La Prostate Cancer Unit diventa così un punto di riferimento unico e centrale per il paziente, migliorando anche la sua esperienza di cura, che verrà modulata sulla base delle sue necessità individuali.
Per funzionare in maniera ottimale, questi team devono essere strutturati e organizzati con precisione e rappresentare il luogo in cui diversi specialisti della stessa patologia lavorino in sinergia, condividendo professionalità, procedure cliniche e pratiche di successo, consultandosi tra loro e fornendo assistenza al paziente a 360°.

La Prostate Cancer Unit dovrebbe essere coordinata da un Direttore clinico, a cui risponderanno tutti i clinici del team.
Il gruppo principale della Unit dovrebbe comprendere:

  • Uropatologi, responsabili della gestione della patologia;
  • Urologi, specializzati nella diagnosi della malattia e nel suo trattamento;
  • Oncologi Radioterapisti, esperti di radioterapia del tumore alla prostata;
  • Oncologi Medici con specializzazione in malattie della prostata;
  • Infermieri preparati nell’assistenza al paziente in ogni fase della malattia.

Questo nucleo medico verrà sostenuto da un secondo gruppo di professionisti a supporto, non specializzati nel tumore alla prostata, ma comunque indispensabili per fornire un servizio completo ed efficiente:

  • Radiologi, esperti nell’utilizzo delle varie tecnologie radiologiche;
  • Fisici medici, specializzati in radioterapia esterna e brachiterapia;
  • Tecnologi per la radioterapia;
  • Fisioterapisti, che supportino il paziente nella riabilitazione e riducano l’impatto delle complicazioni postoperatorie;
  • Specialisti in cure palliative;
  • Psicologi, per aiutare il paziente nella gestione delle emozioni dopo la diagnosi di tumore e per offrirgli consigli, ascolto e seguirlo nel percorso terapeutico;
  • Andrologi e Sessuologi, per fornire assistenza e consulenza nell’ambito delle funzioni sessuali;
  • Geriatri, specializzati nella cura delle persone anziane;
  • Associazioni di pazienti, per aiutare i malati e informarli sui loro diritti.

Una simile organizzazione è in grado di offrire una vasta gamma di servizi al paziente, e, soprattutto, contribuisce a creare un maggiore dialogo tra professionisti diversi, che possono così collaborare in modo più costruttivo per raggiungere obiettivi comuni.

Istituire una Prostate Cancer Unit spesso richiede un complessa pianificazione e riorganizzazione dei servizi per ospedali e centri di cura, ma, nello stesso tempo, garantisce una maggiore focalizzazione sulla patologia specifica, favorisce il lavoro di squadra, riduce i tempi necessari per la gestione (il paziente viene seguito contemporaneamente da più specialisti e non deve ricorrere a diversi consulti medici), semplifica e snellisce il percorso di cura. Tutto ciò gioverebbe non solo al paziente, ma anche alle strutture cliniche.

Tra l’altro, il fatto di poter consultare contemporaneamente diversi specialisti garantirebbe al paziente una maggiore consapevolezza delle diverse opzioni terapeutiche e una maggiore conoscenza della patologia.

La possibilità di parlare con professionisti molto diversi tra loro per formazione e per carattere faciliterebbe, inoltre, il dialogo e la propensione del malato a riferire le proprie ansie, i propri disturbi e gli effetti collaterali dei vari trattamenti, soprattutto nel caso del cancro alla prostata, che coinvolge anche dimensioni molto private come la sessualità, di cui molto spesso i pazienti rifiutano di parlare apertamente.

Che si tratti di un approccio monodisciplinare piuttosto che multidisciplinare alla cura di questa patologia, è fondamentale che il percorso di cura venga tarato sulle esigenze del singolo paziente e che egli sia informato sulle diverse opzioni a sua disposizione e possa sentirsi libero di consultare lo specialista per scegliere consapevolmente a quali trattamenti sottoporsi.

Per avere più informazioni riguardo alle Prostate Cancer Units in Europa: https://www.prostatecancerunits.org/

Una malattia che si chiama tumore ha sempre un effetto traumatico; quando poi si tratta di una diagnosi di tumore alla prostata non si parla più solo di una malattia del corpo, ma colpisce l’uomo nella sua identità maschile più intima.

La persona si trova a dover affrontare da un lato la malattia e la scelta dei trattamenti più idonei da un punto di vista medico e dall’altro a dovere gestire le conseguenze che questi provocano in diversi aspetti: quello della percezione di sé sia dal un punto di vista psicologico che fisico e nella vita di coppia, e quello sociale e relazionale.

Questo è dovuto alle difficoltà emotive che accompagnano gli effetti collaterali di alcuni trattamenti, come i disturbi della sfera sessuale, l’incontinenza o una femminilizzazione del corpo dovuta alla terapia ormonale. E a volte si aggiunge anche la sensazione di non essere più adeguati e di sentirsi invecchiati di colpo.

Curare il tumore alla prostata significa prendersi cura della persona a tutto tondo, aiutarla e sostenerla nel percorso di cura e questo è possibile grazie al lavoro di un team multidisciplinare con diverse figure specialistiche: medico oncologo, radiologo, chirurgo, urologo e psico-oncologo.

Le opzioni di trattamento sono diverse: chirurgia, ormonoterapia, radioterapia e chemioterapia. Anche la “Sorveglianza attiva” è un’ipotesi, e consiste nel monitorare la malattia con un programma molto preciso di visite ed esami, inclusa la biopsia, e senza dover assumere farmaci specifici o essere sottoposti a un intervento. Questa strategia viene presa in considerazione solo in alcune forme di cancro poco aggressive che tendono a rimanere indolenti. Ma, se da un lato non causa i problemi fisici dati dalle terapie, la malattia stessa può comunque avere un effetto psicologico impattante sul paziente. Anche nel caso della “Sorveglianza attiva”, si deve sopportare il peso degli effetti psicologici della “convivenza” con un tumore, con il conseguente possibile stato di ansia e stress.

Lo specialista valuta l’obiettivo di salute e considera a parità di efficacia le terapie possibili e con il paziente si devono razionalmente considerare i costi e i benefici degli effetti che la terapia porta con sé. L’assunzione di responsabilità, dover scegliere la propria terapia, crea disorientamento, non è sicuramente una scelta facile, e idealmente si vorrebbe che il medico decidesse cosa si deve fare. Eppure arrivare a una scelta consapevole e condivisa con il paziente è garanzia di un maggior adattamento all’esperienza di malattia.

Quando la terapia incide sulla funzione sessuale e sulla funzionalità erettile viene messa in discussione la sfera più intima maschile, la virilità della persona e l’essere uomo nella parte più profonda di sé. La potenza maschile viene vissuta anche attraverso la possibilità di avere un’erezione, quando non si realizza provoca un impatto sull’uomo e sull’essere riconosciuto come tale. All’interno della coppia la figura dell’uomo viene messa in discussione, e spesso per evitare di mettere in difficoltà il partner si finisce per non avere rapporti, con il conseguente allontanamento dal proprio partner.

Esistono presidi farmacologici che possono aiutare, ma la riabilitazione sessuologica più efficace deve tener conto sia dell’impatto fisico che dell’impatto psicologico e offrire alla persona e alla coppia ove esiste, la possibilità di fare un percorso che aiuti a ricostruire un senso di sé efficace e una buona intimità di coppia.

Il percorso per far fronte al cambiamento e per riappropriarsi delle proprie abitudini è possibile, ma serve tempo, capacità di adattamento e comunicazione con il partner.

referenza: https://www.nature.com/articles/pcan201166

Ti è mai capitato di accusare un dolore o una sensazione strana da qualche parte nel corpo? E ti è capitato di andare subito su Google a cercare una possibile spiegazione? Probabilmente sì! Diverse indagini hanno rilevato che circa il 40% degli italiani cerca informazioni riguardo alla salute su internet in maniera costante (fonti: Censis, GFK Eurisko).

Come sappiamo tutte le ricerche che facciamo sul web sono in qualche modo registrate e dall’analisi di tutte le ricerche fatte da tutti i naviganti si ottengono gli ormai noti argomenti “trend”.

Nell’ultimo decennio sono stati pubblicati diversi studi scientifici a sostegno del fatto che l’analisi dei Google Trends potrebbe essere uno strumento affidabile per fornire stime della diffusione di molte malattie, come un modello di predizione dei picchi influenzali (fonte) o delle epidemie del virus Zika (fonte) o Dengue (fonte). Accanto alle malattie infettive, l’accuratezza dell’analisi dei Google Trends sembra essere in grado di fornire anche informazioni accurate sull’incidenza e sulla mortalità di alcune forme di cancro.

In un primo studio pubblicato nel 2017 sulla rivista JAMA Dermatology, i ricercatori si erano chiesti se negli Stati Uniti il numero di ricerche fatte su Internet riguardo ad una determinata malattia oncologica è correlato con i tassi di incidenza e mortalità.

Quello che hanno scoperto è stato sorprendente: per alcuni tipi di tumore, in particolar modo per tumore del colon e tumore al polmone, il volume di ricerca relativo di Google era correlato (in maniera statisticamente significativa) con i tassi di incidenza e mortalità.

Questi dati, confermati anche da un altro studio pubblicato su Annals of Translational Medicine, aprono ad un interessante possibilità per il futuro.

Esattamente come la ricerca on-line di un viaggio o di un libro attiva dei meccanismi che ci suggeriscono altri prodotti che potrebbero interessarci, scrivere su Google “devo urinare di frequente” potrebbe far apparire un messaggio con scritto: “Attenzione! Potresti avere problemi alla prostata. Contatta immediatamente il tuo medico.

La biopsia prostatica è un esame invasivo, ma assolutamente necessario per effettuare una di tumore della prostata. È infatti l’unico esame che permette di individuare la presenza di cellule tumorali all’interno della prostata.

Ma quando il risultato di una biopsia prostatica è negativo vuol dire che sicuramente non sarà presente un tumore?

Purtroppo non sempre.

Il tumore alla prostata è una malattia particolare. In molti casi si sviluppa in maniera multifocale, ovvero possono svilupparsi diversi piccoli tumori in punti anche distanti dell’organo, originando anche delle malattie con caratteristiche leggermente diverse.

Per ridurre al minimo la probabilità di “mancare” un tumore viene eseguita una biopsia sistematica che prevede il prelievo di 12 pezzetti di prostata in punti diversi.

Tuttavia in circa il 20% dei pazienti con una prima biopsia prostatica negativa, l’esecuzione di una seconda biopsia prostatica porta all’individuazione di un tumore.

Capita quindi che, nonostante il numero consistente di campioni, la biopsia sistematica possa mancare le cellule tumorali.

Un nuovo metodo, chiamato “biopsia mirata” permette di utilizzare le immagini acquisite grazie alla risonanza magnetica fuse con le immagini ecografiche per guidare il medico verso zone più verosimilmente sospette della prostata (fonte).

Molti grandi centri ospedalieri si sono ormai attrezzate per sostituire le biopsie sistematiche con l’approccio mirato grazie alla risonanza magnetica.

Tuttavia, nuove evidenze (fonte) suggeriscono che le biopsie mirate abbiano una più alta probabilità di mancare un tumore alla prostata e una discreta probabilità di classificare male il grado di aggressività della malattia.

In questo studio sono stati coinvolti 2.103 uomini con sospetto di tumore prostatico sulla base dei risultati del test del PSA e dell’esplorazione rettale. Ad ogni soggetto sono state eseguite biopsie mirate e sistematiche, in 1.312 uomini è stato riscontrato un tumore alla prostata e 404 di loro sono stati trattati chirurgicamente.

Le biopsie mirate da sole hanno mancato il 9% dei tumori ad alto rischio. A 123 uomini la biopsia mirata aveva individuato un tumore a basso a rischio che in realtà era una malattia a rischio intermedio. A 41 uomini con un tumore ad alto rischio la biopsia mirata aveva identificato un tumore a rischio basso o intermedio.

I ricercatori hanno concluso che sia la biopsia sistematica sia la biopsia mirata abbiano dei forti  limiti che possono in parte essere mitigati eseguendo contemporaneamente le due procedure.