Metodi, esami e test che vengono eseguiti per controllare la salute della prostata

La prostata ingrossata, o “iperplasia benigna della prostata” è una condizione patologica che consiste nell’aumento di volume dell’organo.

E’ una situazione che si manifesta in genere dopo i 50 anni ed è molto frequente nella fascia compresa tra i 60 e gli 80 anni: si stima che sia presente in più della metà degli over 50 e nei tre quarti degli ultraottantenni.

Non sono ancora ben chiare le cause, ma sembra che alla base dell’ingrossamento della prostata ci siano squilibri ormonali, infezioni virali o batteriche, o più in generale uno stato di infiammazione (fonte), detta prostatite.

La prostata è attraversata dal primo tratto dell’uretra, il canale che porta l’urina dalla vescica verso l’esterno. Quando la prostata si ingrossa è come se “strozzasse” l’uretra impedendogli di allargarsi quando la vescica deve svuotarsi durante la minzione.

Si conseguenza se l’uretra ha degli impedimenti ad allargarsi farà resistenza allo svuotamento della vescica.

Tuttavia, in alcuni casi anche una prostata non eccessivamente ingrossata può causare una difficoltà all’uretra di espandersi. In questi casi tutto dipende dalle caratteristiche del tessuto, più o meno rigido.

Quali sono i sintomi della prostata ingrossata?

In tutti i casi, l’incapacità dell’uretra di allargarsi disturba lo svuotamento della vescica (la minzione).

La conseguenza è quindi una progressiva difficoltà ad urinare. Si sente il bisogno di urinare spesso, anche durante la notte.

Il getto dell’urina risulta debole, in alcuni intermittente, talvolta con sgocciolamento al termine della minzione e sensazione di non avere svuotato completamente la vescica.

In alcuni casi sono necessari diversi secondi prima di riuscire ad urinare oppure bisogna aiutarsi contrando i muscoli addominali.

Più raramente può essere presente del sangue nelle urine. In situazioni è spesso presente un’infezione delle vie urinarie.

È da ricordare che la prostata ingrossata non è sempre sintomatica e molti uomini, infatti, possono non presentare alcun disturbo di rilievo.

Come si effettua la diagnosi di prostata ingrossata?

In presenza di sintomi è necessario riferirsi al mproprio medico di famiglia che potrà indirizzare ad una visita urologica in cui si potranno valutare tramite l’esplorazione rettale le caratteristiche della prostata.

Oltre alla visita urologica potranno essere richiesti degli esami aggiuntivi per confermare il sospetto di iperplasia prostatica benigna e per escludere altre situazioni patologiche e non che possono presentare sintomi simili.

Nello specifico, gli esami che potranno essere necessari sono:

  • Uroflussimetria, per quantificare oggettivamente le caratteristiche del getto urinario.
  • Ecografia dell’addome, per escludere complicanze quali calcoli, diverticoli, dilatazioni di reni o ureteri e per identificare la presenza di residuo di urina in vescica dopo aver urinato.
  • PSA, per escludere, insieme all’esplorazione rettale, la presenza di altre malattie prostatiche.

Come si cura l’ingrossamento della prostata?

In seguito alla diagnosi di iperplasia prostatica benigna ed aver escluso la presenza di altre patologie, la scelta del percorso terapeutico si basa principalmente sui sintomi e sulla presenza o meno di complicanze.

Terapia comportamentale

Prima di parlare degli approcci farmacologici è bene sapere che l’adozione di uno stile di vita sano può migliorare gli effetti di una terapia ed evitare peggioramenti o complicanze nei casi avanzati.

Alcuni semplici accorgimenti per tenere sotto controllo i sintomi del basso apparato urinario sono:

  • Praticare regolarmente attività fisica, anche moderata;
  • Ridurre (e in alcuni casi evitare) il consumo di bevande alcoliche e bevande zuccherate;
  • Mantenere nella norma il peso corporeo (perdere peso, se necessario);
  • Evitare cibi che irritano (peperoncino, crostacei…)
  • Bere acqua lontano dai pasti

Terapia farmacologica

Si utilizzano principalmente due tipi di farmaci:

Gli alfa-antagonisti o alfa-litici: vanno a bloccare i recettori alfa situati sulle cellule muscolari lisce della prostata, inducendo il rilassamento dei muscoli sfinterici e favorendo l’apertura ad imbuto del collo vescicale e dell’uretra prostatica, facilitando in questo modo il passaggio dell’urina.

Inibitori della 5-alfa-reduttasi: bloccano la conversione del testosterone nella sua forma attiva (DHT) che sembra essere il “carburante” della crescita delle cellule prostatiche.

Terapia chirurgica

Quando i sintomi dell’ingrossamento della prostata risultano essere tali da pregiudicare la qualità della vita del paziente e le terapie farmacologiche non hanno avuto effetti, si ricorre alla chirurgia.

Esistono oggi diverse tecniche chirurgiche utilizzate per l’iperplasia prostatica, più o meno invasive.

  1. TURP (Resezione Transuretrale della Prostata) rappresenta il gold standard del trattamento chirurgico. È un intervento endoscopico realizzato attraverso l’uretra in cui il chirurgo può sezionare e asportare strati della ghiandola prostatica in eccesso.
  2. Laserterapia, solitamente laser al Tullio, che permette sia l’enucleazione (TuLEP = Tullium Laser Excision of Prostate) che la vaporizzazione dell’iperplasia prostatica benigna. Rispetto alla TURP ha tuttavia lo svantaggio di esporre i tessuti ad elevata energia causando disturbi irritativi postoperatori.
  • Adenomectomia prostatica, è la terapia chirurgica più invasiva ed è riservata ai casi di prostata ingrossata più severi. Prevede l’incisione dell’addome allo scopo di raggiungere la prostata ingrossata e asportarne la parte in eccesso.

Un’iperplasia benigna può evolvere in un tumore alla prostata?

Con il termine iper-PLASIA si intende un aumento del numero di cellule.

Un tumore è una situazione in cui una cellula impazzisce e inizia a moltiplicarsi, quindi aumentando il numero.

L’iperplasia è tecnicamente un tumore (che vuole dire “rigonfiamento”), ma di tipo “benigno”.

Un tumore viene definito “benigno” quando la sua espansione non compromette i tessuti circostanti e non si espande fuori dal suo spazio.

Un tumore viene definito “maligno” quando si espande agli altri tessuti, anche a distanza (es. metastasi).

Sebbene iperplasia benigna della prostata e tumore alla prostata abbiano sintomi molto simili, si tratta di due patologie distinte, sia per causa sia per progressione e possono anche essere presenti contemporaneamente nello stesso paziente.

Il massaggio terapeutico della prostata è utile in caso di prostatite?

Il Massaggio prostatico è una procedura che può essere eseguita in modo indiretto, facendo delle pressioni sulla zona perineale dell’uomo, o in modo diretto, introducendo il dito attraverso l’ano ed effettuando una serie di delicati movimenti circolari direttamente sulla prostata.

Nella medicina orientale il massaggio prostatico ad uso terapeutico è da molto tempo utilizzato allo scopo di eliminare i residui che si depositano nella ghiandola prostatica diminuendo quindi la pressione sull’uretra per favorire la funzione vescicale.

Nella medicina Occidentale il massaggio terapeutico della prostata è stata una delle pratiche più indicate per aiutare il paziente affetto da prostatite cronica. Sembra invece fortemente sconsigliato in caso di infezione acuta.

All’origine di questo utilizzo si pensava che il processo infiammatorio batterico all’interno della prostata causasse delle occlusioni e quindi la ritenzione dei liquidi nell’organo, favorendo l’irritazione della prostata.

Tuttavia, non sembrano esserci grosse basi scientifiche a sostegno dell’utilizzo del massaggio prostatico nel trattamento della prostatite, così come non esiste nessuna evidenza nella prevenzione del tumore alla prostata.

Il massaggio prostatico è invece una pratica che può alleviare i disturbi legati all’ipertrofia benigna della prostata, o prostata ingrossata, aiutando a mantenere questa ghiandola maschile in buona salute. Un massaggio prostatico ben eseguito da un operatore esperto può infatti favorire un buon flusso sanguigno, migliorare l’ossigenazione dei tessuti della prostata e contribuire ad alleviare disturbi della minzione e difficoltà erettili legati all’ingrossamento della ghiandola.

Il massaggio prostatico, così come l’esplorazione rettale eseguita durante una visita urologica causano un aumento del PSA nel sangue. E’ infatti indicato di non eseguire il test del PSA nei giorni immediatamente successivi a queste procedure per non alterare il risultato.

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La prostatite è un’infiammazione della prostata che colpisce circa l’8% degli uomini almeno una volta nel corso della vita.

Quali possono essere i sintomi?

I sintomi più frequenti della prostatite sono legati a disturbi della minzione ed è importante identificare tempestivamente i sintomi prima che possa diventare un disturbo cronico.

Tra questi troviamo:

  • dolore perineale: ai testicoli e/o all’ano
  • dolore interno-coscia
  • aumento della frequenza minzionale
  • necessità impellente di urinare
  • bruciore e/o dolore durante la minzione
  • senso di incompleto svuotamento
  • sangue nello sperma

Oltre ai sintomi dolorosi e urinari, la prostatite può essere accompagnata anche da sintomi della sfera sessuale e riproduttiva.
sintomi della sfera sessuale più frequenti sono i disturbi del desiderio sessuale, dell’erezione e l’eiaculazione precoce.
sintomi della sfera riproduttiva, invece, si riferiscono ai problemi di fertilità causati dall’infezione batterica. Si possono riscontrare alterazioni della capacità di movimento degli spermatozoi (astenospermia), malformazioni o diminuzione della quantità di liquido seminale prodotto (nel caso di prostatiti causate dall’infiammazione e restringimento dei dotti eiaculatori).

Quali possono essere le cause della prostatite?

Le cause della prostatite possono essere molteplici e concomitanti. Possono andare dai disordini intestinali alle abitudini alimentari, dalle abitudini minzionali alle pratiche sessuali. 

La prostatite può essere di 4 tipi diversi:

  • acuta di origine batterica (tipo I),
  • cronica di origine batterica (tipi II),
  • cronica non-batterica (tipo III)
  • asintomatica (tipo IV).

IGIENE E PREVENZIONE

L’igiene maschile è importante non solo dal punto di vista “cosmetico”. 
I batteri che causano la prostatite sono normalmente presenti nella flora intestinale e quando passano nelle vie seminali possono causare delle infezioni. Per questo motivo durante l’igiene intimo è importante procedere prima con la pulizia dei genitali e successivamente dell’area anale.

Quali possono essere le terapie?

La terapia per la prostatite dipende dalle cause scatenanti e dalle caratteristiche del processo infiammatorio.
In generale, i principali approcci terapeutici per le prostatiti con origine batterica sono:

  •  Antibiotici
  •  Antinfiammatori
  •  Alfa-bloccanti. Rilasciando la muscolatura di vescica e prostata, consentono di alleviare, in molti pazienti, i disturbi urinari.

Consigli medici in presenza di una prostatite batterica

Durante il trattamento di una prostatite di origine batterica, è consigliabile:

Come si effettua la diagnosi di prostatite?

I sintomi della prostatite devono orientare un uomo a consultare il medico sia per la corretta diagnosi e quindi la terapia più appropriata, sia per escludere cause che possono favorire l’infezione.

Tramite la coltura dello sperma (spermiocoltura) e dell’urina (uriconocoltura) si fa diagnosi di infezione delle vie seminali e, quindi, si attribuisce all’infezione la causa della prostatite.

Il PSA non è un parametro diagnostico della prostatite: se misurato in fase acuta può essere molto elevato, conseguenza dell’infiammazione, ma non ha significato clinico. Per aver significato clinico deve essere misurato a tre mesi dalla risoluzione dei sintomi.

Questa è l’era dei Big Data. Oggi ognuno di noi è un generatore sorprendente di dati che possono essere analizzati e quindi utilizzati in svariati ambiti e il campo medico-sanitario non fa eccezione.

Chi durante una visita medica non si è sentito fare domande come “Lei fuma?”, “Quanto pesa?”, “Qualche patologia particolare in famiglia?”, “Va regolarmente di corpo?”. Ogni risposta a queste domande, anche apparentemente poco utili, rappresenta una fonte preziosissima di informazioni.

Tuttavia, questa imponente mole di dati richiede analisi e interpretazioni adeguate per poterne trarre dei benefici clinicamente significativi per i pazienti.

La statistica tradizionale è stata in grado di elaborare dei modelli che aiutano ogni i medici a prendere decisioni sempre più accurate per individuare la giusta terapia per il singolo paziente. Tuttavia, per quanto riguarda il tumore alla prostata il paziente viene messo molte volte di fronte alla scelta di diversi percorsi terapeutici. Dopo aver ricevuto una diagnosi di tumore, l’uomo ha la possibilità di valutare pro e contro degli approcci che gli vengono presentati e decidere.

Ma quanto è agevole per un “non-medico” pesare benefici ed effetti collaterali di una terapia di cui ha appena appreso l’esistenza? E quanto lo stato emotivo dovuto al momento può influire su questa scelta?

E’ stato visto che un paziente informato ha una probabilità più alta di scegliere terapie migliori e di non andare incontro ai diversi effetti avversi.

Ma come può un paziente analizzare i dati a disposizione per avere un aiuto a prendere decisioni informate?

Recentemente è stato reso disponibile un nuovo sistema basato sul Web che utilizzando un registro per il tumore della prostata, il Michigan Urological Surgery Improvement Collaborative (MUSIC), può fornire agli uomini che hanno appena ricevuto una diagnosi di tumore prostatico localizzato un’opportunità per visualizzare le decisioni terapeutiche di altri pazienti con caratteristiche simili.

Questa piattaforma, chiamata askMUSIC, ha utilizzato i dati provenienti da 7.543 uomini con diagnosi di carcinoma prostatico, sottoposti a diverse terapie come prostatectomia radicale, sorveglianza attiva, radioterapia, deprivazione androgenica e il vigile attesa. Fondendo i dati di età, numero di biopsie positive di tumore, Gleason Score è stato costruito un programma disponibile ora all’indirizzo https://ask.musicurology.com.

Il sito offre una vasta gamma di informazioni sul tumore alla prostata, dai fattori di rischio alla descrizione delle opzioni di trattamento. E’ attualmente in lingua inglese, ma molto semplice e intuitivo. I pazienti devono inserire alcune variabili tra cui età, valore di PSA, Gleason Score (primario e secondario), numero di biopsie positive, numero totale di biopsie prelevate, peso del paziente e una stima di comorbidità limitata (storia di infarto del miocardio e diabete). A questo punto l’algoritmo di apprendimento automatico fornirà la risposta alla domanda: “Quali trattamenti hanno scelto i pazienti simili a me?”.

L’apprendimento automatico basato sui dati del registro clinico è una nuova strategia per il processo decisionale in ambito medico. askMUSIC consente ai pazienti di interagire direttamente con il modello ed avere chiarezza sulla propria malattia, terapia e vita. Basandosi su informazioni obiettive, questo strumento potrebbe migliorare il processo decisionale del paziente e aumentare la soddisfazione delle cure.

Tuttavia, la quantità e, soprattutto, la qualità delle variabili utilizzate hanno un impatto enorme sulle prestazioni e sulla generalizzabilità di questi modelli di apprendimento automatico. Bisogna tenere conto che l’esito previsto della decisione di trattamento del paziente dipende dalla popolazione di pazienti su cui è stato addestrato l’algoritmo. Queste decisioni terapeutiche sono probabilmente influenzate non solo da ciò che offre il medico curante, ma anche dalle caratteristiche del paziente tra cui personalità, valori e cultura.

Sebbene MUSIC sia una collaborazione tra 45 diverse comunità e centri accademici che rappresentano la maggior parte degli urologi che praticano all’interno del Michigan, i risultati previsti potrebbero essere probabilmente diversi rispetto ad altre regioni del mondo. Pertanto, questi algoritmi potrebbero non essere direttamente applicabili a tutti i pazienti e richiedere di volta in volta la convalida.

Indipendentemente da ciò, il fascino dell’apprendimento automatico è che i modelli continuano ad imparare e sono facili da “riqualificare” con l’inserimento di nuovi dati, massimizzando l’accuratezza predittiva in diverse popolazioni di pazienti con diversi profili demografici e clinici.

Bisogna ricordare che l’addestramento di questi modelli automatici dipende dall’accuratezza dei dati che vengono inseriti e quindi dall’uomo. Questo ci dice che l’intelligenza artificiale non sostituirà il medico nel processo decisionale condiviso, ma potrà rappresentare un interessante supporto nella scelta di un percorso terapeutico più personalizzato possibile.

Almeno per ora.

Ogni anno nel mondo milioni di uomini si sottopongono a numerose biopsie della prostata per il sospetto della presenza di un tumore alla prostata.

E moltissimi di questi uomini vanno incontro ad una prostatectomia radicale (asportazione totale della prostata), che nella quasi totalità dei casi porta a conseguenze devastanti come incontinenza, impotenza e trauma psicologico.

Ma il fatto più sconcertante è che la maggior parte di questi uomini non sarebbe mai morta di tumore alla prostata, poichè nella maggior parte dei casi è una malattia che cresce così lentamente da non dare origine neanche ai sintomi più comuni.

Ma perché vengono eseguiti così tanti interventi e procedure mediche superflue?

Nel 1970 il medico e scienziato americano Richard J. Ablin scoprì una molecola espressa in maniera esclusiva dalla prostata, il PSA (Antigene Specifico della Prostata). Ablin si accorse che il PSA non era prodotto dal tumore, ma da tutte le cellule della prostata, ma notò che una volta asportato totalmente l’organo, la presenza di PSA nel sangue era indice del fatto che il tumore fosse ancora presente nel paziente. Inizialmente, infatti, venne sviluppato un test in cui veniva misurato il PSA per valutare la presenza di recidive.

Tuttavia, la misurazione del PSA iniziò gradualmente ad essere utilizzata prima per tutti i pazienti con un tumore alla prostata (anche quelli poco aggressivi) e poi anche a quei soggetti che avevano solo un sospetto di malattia. Di conseguenza, molte aziende iniziarono a produrre i kit per misurare il PSA, intuendo la possibilità di profitto.

Dopo una fase molto controversa, nel 1994 il dosaggio del PSA venne approvato dalla FDA per l’uso routinario negli uomini sopra i 50 anni come uno screening per la diagnosi precoce del tumore alla prostata. La decisione fu comunque già allora contrastata da parte della comunità medica per la scarsa specificità di questo esame, fino al 78% di falsi positivi.

Recentemente, lo stesso Ablin ha pubblicato un libro intitolato “Il grande inganno sulla prostata” in cui afferma che la decisione del FDA avvenne sotto la spinta di potenti lobby con grandi interessi economici.

Nel 2013, durante il congresso annuale degli urologi statunitensi (AUA) si iniziò a percepire evidentemente che il test del PSA non dovesse essere più utilizzato per lo screening sulla popolazione totale. Nel libro il Dr. Ablin si chiede per quale ragione il test del PSA fosse stato usato su larga scala per oltre vent’anni, nonostante fosse chiaramente riconosciuto come non idoneo.

In conclusione il Dr. Ablin non boccia completamente l’utilizzo del test del PSA. Questo esame dovrebbe essere prescritto a chi presenta dei fattori rischio (come avere una storia di tumore alla prostata in famiglia) e dovrebbe essere ripetuto più volte per monitorare se la quantità di PSA aumenta nel tempo.

Il PSA è un ottimo marcatore, ma non viene utilizzato nel modo corretto.

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Molto probabilmente tutti gli uomini sopra i 50 anni sanno cos’è il test del PSA.

Il PSA è una molecola prodotta dalla prostata, presente in minima quantità nel sangue, ma che aumenta con l’età e in presenza di patologie alla prostata, tra cui i tumori. Generalmente si considera nella norma un valore di PSA inferiore a 4 ng/ml, ma il risultato dell’esame deve essere sempre messo in relazione con l’età e con la storia clinica dell’individuo.
Nella maggior parte dei casi, livelli di PSA superiori a 4 ng/ml comportano l’esecuzione di biopsie prostatiche per confermare o smentire il sospetto della presenza di tumore alla prostata. Tuttavia, circa 3 uomini su 4 che presentano un PSA sospetto non hanno un tumore alla prostata.

Un altro problema legato al test del PSA è la presenza di falsi negativi. Anche in soggetti con valori di PSA inferiori ai 4 ng/ml è possibile riscontrare la presenza di tumore alla prostata, perfino di alto grado. A questo si aggiunge il problema della sovra-diagnosi. Si stima che fino al 40% dei tumori diagnosticati siano tumori che non si manifesterebbero clinicamente durante la vita del paziente.

Fino a poco tempo fa, il test del PSA era considerato un esempio di successo nella diagnosi precoce del tumore alla prostata, principalmente perchè portava a risultati terapeutici migliori. Ma negli ultimi anni, una serie di studi ha concluso che il test del PSA da solo non è sufficientemente affidabile per la diagnosi precoce.

Recentemente il test del PSA ha ricevuto una valutazione “D” dalla US Preventive Services Task Force. In altre parole il test è sconsigliato come esame per la popolazione totale e prima di essere prescritto occorre informare sufficientemente il paziente su pro e contro.

Buone notizie dal mondo della ricerca

Uno dei problemi con gli attuali test del PSA è che sono una misura unica per una proteina che gli uomini producono naturalmente a diversi livelli. Un nuovo studio ha identificato a livello genetico degli indicatori dei livelli normali del PSA in uomini sani, che potrebbero essere utilizzati per migliorare l’accuratezza del test del PSA.

Questo studio, condotto dal Prof John Witte e Stephen K. Van Den Eeden, suggerisce che il test del PSA potrebbe riguadagnare il suo posto nella prevenzione del cancro prendendo in considerazione variazioni genetiche che influenzano la quantità di PSA che ogni uomo produce naturalmente in maniera diversa.

Utilizzando un’ampia popolazione di studio (28.503 uomini della prima coorte e 17.428 della coorte di replica), il gruppo di Witte è stato in grado di identificare 40 regioni geniche che insieme predicono circa il 10% della variazione normale nei livelli di PSA negli uomini che non hanno un tumore alla prostata. Gli autori suggeriscono che altre regioni genetiche (ancora in fase di studio) potrebbero spiegare un ulteriore 30% della variazione normale di PSA.

Comprendere i livelli naturali di PSA di ciascun individuo potrebbe far sì che questo test possa prevedere in maniera più accurata il rischio effettivo di tumore alla prostata, per costruire un test di screening personalizzato per il tumore alla prostata.

Il PSA è un ottimo marcatore, ma non viene utilizzato nel modo corretto.

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referenza: https://www.nature.com/articles/ncomms14248

Dato che la distinzione tra un risultato negativo e uno positivo non è mai netta, è stato messo a punto un sistema per definire la probabilità di aver individuato un tumore. Questo sistema prende il nome di PI-RADS (Prostate Imaging Reporting And Data System”) che  si basa su una scala di valori da 1 a 5. Il valore rappresenta la probabilità che sia stata evidenziato un tumore:

  • PI RADS 1 – Rischio molto basso: altamente improbabile la presenza di un tumore clinicamente significativo
  • PI RADS 2 – Rischio basso: improbabile la presenza di un tumore clinicamente significativo
  • PI RADS 3 – Rischio intermedio: la presenza di un tumore clinicamente significativo è incerta (50%)
  • PI RADS 4 – Rischio alto: probabile la presenza di un tumore clinicamente significativo
  • PI RADS 5 – Rischio molto alto: altamente probabile la presenza di un tumore clinicamente significativo

In pratica una risonanza magnetica multiparametrica prostatica nel cui referto è indicato un PI-RADS 1 o 2 va considerata negativa. In presenza di lesioni PI-RADS 4 o 5, al contrario, l’esame va considerato positivo.

I referti con PI-RADS 3 sono invece considerati dubbi. In questi casi la decisione se eseguire la biopsia dipende anche dagli altri fattori di rischio (come il valore del PSA o l’esplorazione rettale).  Attualmente, in via prudenziale, tutti i pazienti con un reperto PI-RADS 3 vengono generalmente sottoposti a biopsia prostatica.

Nonostante i vantaggi di questa nuova tecnica nel diminuire il numero di biopsie su soggetti sani, va ricordato che, come osservato in diversi studi, circa un terzo dei tumori alla prostata rilevanti può non essere visto dalla risonanza magnetica multiparametrica, evidenziando alcuni limiti che ancora caratterizzano questa tecnica.

referenza: https://www.europeanurology.com/article/S0302-2838(18)30930-8/fulltext

Il tumore alla prostata è la neoplasia maligna più frequente nella popolazione di sesso maschile in Europa e in Nord e Sud America.
L’incidenza tende ad aumentare con l’aumentare dell’età, con valori maggiori tra i 65 e i 74 anni. L’età media di diagnosi è tra i 60 e i 70 anni.
In molti Paesi europei la sopravvivenza relativa a 5 anni dalla diagnosi presenta un trend decrescente al crescere dell’età, con valori intorno all’80-90% nella fascia tra 55 e 64 anni e intorno al 50-60% dopo i 75 anni.
Per quanto riguarda l’Italia, la sopravvivenza relativa a 5 anni nei casi diagnosticati tra il 2000 e il 2007 è risultata maggiore rispetto ai paesi del Nord Europa.
I tassi di mortalità più elevati si osservano nelle popolazioni afroamericane, mentre i più bassi nella popolazione asiatica.
Le differenze tra afro-americani, sudamericani, europei e asiatici sembrano essere dovute in parte alla diversa suscettibilità genetica, ma anche a diverse abitudini alimentari, stili di vita e fattori ambientali.
La mortalità per carcinoma prostatico varia ampiamente nei diversi Paesi. Le maggiori riduzioni di mortalità sono state rilevate nei Paesi occidentali, pur con differenze da uno stato a un altro.
Riassumendo, nel nostro paese un uomo su 8 sviluppa il cancro alla prostata nel corso della propria vita. Grazie agli esami di controllo la maggior parte dei tumori viene individuato in uno stadio non avanzato e quindi la sopravvivenza media a distanza di 5 anni dalla diagnosi risulta vicina al 95%.