Metodi, esami e test che vengono eseguiti per controllare la salute della prostata

La mutazione dei geni BRCA, note da tempo per la loro correlazione con forme aggressive di tumore al seno e all’ovaio, sono legate anche allo sviluppo di forme aggressive di tumore alla prostata.

Alla luce di queste evidenze si sta discutendo se uno screening per il tumore alla prostata su soggetti con mutazione ai geni BRCA possa essere una buona strategia per individuare e quindi trattare precocemente la malattia.

L’attuale screening per il tumore alla prostata con il test dell’antigene prostatico specifico (PSA) è stato negli ultimi anni criticato per la sua scarsa capacità di distinguere un uomo sano da un paziente con un tumore.

Questo è dovuto principalmente al fatto che i tumori della prostata di alto grado possono perdere l’espressione del PSA, piuttosto che aumentarla generando quello che viene definito il “paradosso” del test del PSA.

La misurazione del PSA nel sangue ha dimostrato di non poter essere utilizzato come test di screening sulla popolazione generale.

Tuttavia, ci si sta chiedendo se in sottogruppi selezionato di individui con determinati fattori di rischio possa essere d’aiuto per identificare precocemente l’insorgere di un tumore alla prostata.

Il tumore alla prostata sembra essere più frequente in persone che hanno avuto in famiglia altri casi di malattia. Avere un padre, un fratello o uno zio con tumore alla prostata raddoppia il rischio di sviluppare questa malattia in un uomo, suggerendo che in alcuni casi potrebbe esserci un fattore ereditario o genetico.

La misurazione del PSA potrebbe essere indicata per questi gruppi geneticamente definiti? Una nuova ricerca sembra suggerire di sì!

Un team di scienziati in tutto il mondo ha recentemente pubblicato i risultati di uno studio sullo screening del PSA negli uomini con mutazioni a carico dei geni BRCA1 e BRCA2 (fonte).

Gli stessi geni conosciuti per aumentare le probabilità di cancro al seno e alle ovaie nelle donne, sono anche fattori di rischio per il cancro alla prostata aggressivo negli uomini. E’ stato visto che le cellule con geni BRCA difettosi hanno una capacità compromessa di riparare i danni al DNA che, una volta accumulati, trasformano la cellula in tumore.

Quello che i ricercatori volevano dimostrare era se lo screening del PSA potesse essere d’aiuto per rilevare tumori della prostata negli uomini che risultano positivi alle mutazioni BRCA rispetto a quelli senza mutazioni. Circa 2.900 uomini di età compresa tra 45 e 69 anni sono stati reclutati e divisi in quattro gruppi: un gruppo positivo alla mutazione BRCA1, un gruppo positivo alla mutazione BRCA2 e due gruppi negativi per mutazioni in entrambi i geni. Gli uomini sono stati sottoposti a screening ogni anno per quattro anni e sono stati sottoposti a biopsia della prostata se i loro livelli di PSA erano superiori a 3,0 nanogrammi per decilitro di sangue.

In tutto 357 uomini sono stati sottoposti a biopsia e a 112 di loro è stato diagnosticato un tumore alla prostata. I portatori della mutazione BRCA2 avevano il maggior rischio di cancro: al 5,2% di loro era stata diagnosticata la malattia e la maggior parte dei loro tumori aveva caratteristiche a rischio di progressione intermedio o alto. I portatori della mutazione BRCA1 avevano un rischio inferiore: al 3,4% di loro era stato diagnosticato un cancro alla prostata. E gli uomini che sono risultati negativi al test per le mutazioni BRCA1 e BRCA2 avevano il rischio più basso in generale, con tassi di diagnosi rispettivamente del 3,0% e del 2,7%.

Sulla base dei risultati è stato proposto agli organismi di regolamentazione di aggiornare le linee guida in modo che gli uomini con difetti di BRCA2 possano sottoporsi a uno screening regolare del PSA dopo i 40 anni.

Sulla base dei risultati osservati sembrerebbe che gli uomini dovrebbero considerare di sottoporsi al test per le mutazioni BRCA nelle seguenti condizioni:

  • Se c’è una storia di cancro alla prostata, al seno o alle ovaie nei parenti stretti, in particolare tra i membri più giovani
  • se altri membri della famiglia risultano positivi alle mutazioni BRCA1 o BRCA2
  • se sono di origine ebraica ashkenazita, poiché le mutazioni BRCA si verificano frequentemente in questa popolazione etnica.

Alcuni uomini con una ghiandola prostatica ingrossata (iperplasia prostatica benigna, o BPH) possono con il tempo sviluppare problemi di incontinenza.

L’incontinenza può essere dovuta a diversi fattori che rendono la vescica iperattiva, come un’infezione delle vie urinarie, uno stato di infiammazione, e a patologie che colpiscono direttamente la prostata e si riflettono sulla vescica, come appunto la BPH.

Normalmente, il nostro cervello ci dice che è ora di andare in bagno quando la vescica è solo parzialmente piena. Questo serve a darci il giusto tempo per raggiungere il posto giusto dove liberarsi. Una volta pronti, decidiamo di lasciarci andare, lo sfintere urinario si apre e i muscoli della parete vescicale si contraggono verso l’interno per svuotare il serbatoio.

Ma con la vescica iperattiva, i muscoli della vescica si contraggono da soli, con poco preavviso. Ciò si traduce in un forte bisogno di urinare. Se un uomo non è in grado di trattenere l’urina finché non raggiunge un bagno, il risultato può essere qualsiasi cosa, da una piccola perdita a indumenti inzuppati.

Si ritiene che la vescica iperattiva si verifichi a causa del malfunzionamento dei nervi che innescano contrazioni muscolari incontrollate della vescica che si verificano mentre la vescica si sta riempiendo. Il sintomo principale di questa patologia è un’improvvisa voglia di urinare che è difficile da controllare. Può essere stressante e può intralciare la tua vita quotidiana.

Una delle cause più comuni dei sintomi della vescica iperattiva negli uomini è l’ingrossamento della prostata. Quando la prostata cresce abbastanza, può interrompere il flusso di urina fuori dall’uretra.

Come suggerisce la Urology Care Foundation in presenza di sintomi è necessario rivolgersi ad uno specialista per effettuare una diagnosi accurata per identificare correttamente la causa e quindi la migliore terapia.

La biopsia prostatica è l’unico esame con cui può essere diagnosticato un tumore alla prostata.

E’ una procedura invasiva, che spaventa giustamente molti uomini, ma fortunatamente oggi comporta un basso rischio di effetti collaterali.

Non è dolorosa, in quanto viene praticata in anestesia, le infezioni possono essere ridotte somministrando antibiotici e il sanguinamento che alcuni uomini sperimentano in genere si risolvono in pochi giorni.

Fino a poco tempo fa non era chiaro se la biopsia prostatica potesse interferire con la capacità di un uomo di avere un’erezione. Gli studi in questo settore, infatti, sono sempre stati contrastanti,

Recentemente è stata pubblicata una ampia revisione degli studi condotti finora su questa tematica, da cui risulta che una parte significativa di uomini riscontra problemi di erezione dopo una biopsia prostatica, che di solito rientrano entro poche settimane dall’esecuzione (fonte).

Tuttavia, i motivi per cui la disfunzione erettile si verifica dopo una biopsia non sono ancora chiari.

L’ago per biopsia potrebbe danneggiare i nervi collegati alla prostata che controllano il funzionamento dell’erezione, o lo stress psicologico di una diagnosi di tumore potrebbe contribuire al problema.

La disfunzione erettile può avere un impatto significativo sulla qualità della vita, quindi è importante che i medici consiglino accuratamente i loro pazienti su cosa aspettarsi dalle varie procedure del percorso diagnostico, dal test del PSA, all’esplorazione, alla biopsia..

Parlare con il proprio medico curante e l’urologo è il miglior modo per cercare di prevenire l’insorgere di una malattia o comunque agire tempestivamente.

E’ necessario per l’uomo essere informato sui vantaggi, ma soprattutto sui limiti delle attuali procedure ed esami che fanno parte del percorso diagnostico del tumore alla prostata per non arrivare completamente impreparati a notizie inaspettate.

Attualmente il test del PSA rappresenta il pilastro degli esami preliminari per monitorare il rischio di un tumore alla prostata. Tuttavia, la sua bassa attendibilità come singolo parametro lo rende poco utile come esame di screening.

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Per saperne di più sulle indicazioni per la prevenzione del tumore alla prostata leggi le linee guida dell’AIOM: https://www.aiom.it/linee-guida-aiom-carcinoma-della-prostata-2019/

Gli screening per tumore alla prostata, al seno e del colon-retto sono diminuiti drasticamente durante i primi mesi della pandemia COVID-19, determinando un deficit assoluto per il 2020 rispetto al 2019.

Uno studio pubblicato su JAMA Oncology ha esaminato negli Stati Uniti i dati sugli screening del cancro al seno, alla prostata e al colon-retto di 60 milioni di persone con copertura assicurativa.

I ricercatori hanno scoperto che si sono verificati cali significativi per tutti e tre i tipi di screening per il cancro tra marzo e maggio del 2020, rispetto allo stesso periodo di tempo nel 2019.

In particolare è stato visto che i tassi di screening del cancro al seno sono scesi del 91% , mentre quelli per il cancro del colon-retto e gli screening per il cancro alla prostata sono diminuiti rispettivamente del 79% e del 63%.

Una diagnosi su due persa dall’inizio della pandemia, con potenziali, gravissime ricadute sull’incremento di nuovi casi in stadi più avanzati della malattia nei prossimi anni.

Il COVID-19 ha reso ancora più difficile l’esistenza degli oltre 564.000 uomini che in Italia vivono con un tumore alla prostata. Per il 71% dei pazienti il Coronavirus è fonte di forte preoccupazione, mentre il 37% è convito di essere più esposto al contagio a causa dei trattamenti anti-tumorali.

Quattro malati su dieci hanno evitato di andare in ospedale durante i mesi più difficili del lockdown (marzo-maggio 2020), rinviando così cure e visite. E sette malati su dieci auspicano di poter assumere terapie trimestrali o semestrali, per poter così ridurre gli accessi alle strutture sanitarie.  

È quanto emerge da un sondaggio svolto su oltre 500 pazienti e presentato oggi in una conferenza stampa virtuale. L’indagine rientra nel progetto educazionale, promosso dalla Fondazione PRO, Gestione del paziente con carcinoma della prostata in era COVID-19.

L’obiettivo è creare maggiore consapevolezza sul cancro della prostata e al contempo dare consigli pratici ai pazienti, in un periodo in cui occuparsi della propria salute non è facile, se si vuole coniugare sicurezza e continuità di cura.

I test di screening per i tumori, incluso il test del PSA (antigene prostatico specifico) per cercare segni precoci di tumore alla prostata, hanno permesso negli anni di aiutare a identificare precocemente una malattia oncologica favorendo la buona riuscita di un approccio terapeutico.

Il tumore alla prostata rappresenta il secondo tumore più comune per gli uomini in tutto il mondo con 375.304 decessi nel 2020 [fonte: IARC]. Quando la malattia viene diagnostica in fase precoce, quando il tumore è circoscritto alla prostata, può essere curata con successo o con chirurgia radicale oppure radioterapia. La mortalità per tumore alla prostata è diminuita progressivamente negli anni passati, principalmente per l’uso diffuso di esami di controllo preliminari [fonte]. Tuttavia, molti dei tumori alla prostata che vengono diagnosticati sono malattie che molto probabilmente non progrediranno mai. Per questi pazienti, una diagnosi porta quindi solo complicazioni dovute ad interventi non necessari, dalla biopsia in fase diagnostica ad un trattamento radicale.

La decisione di sottoporsi ad una biopsia prostatica per un sospetto di tumore si basa su esami preliminari, come l’esplorazione digito rettale e il test del PSA. Tuttavia, il grosso problema è che il PSA è un indicatore specifico della prostata, ma non per il tumore alla prostata, e i suoi livelli nel sangue possono essere influenzati anche da patologie prostatiche non maligne, come un ingrossamento, un’infezione o infiammazione, una eiaculazione, o semplicemente andando in bicicletta.

A causa di questa poca specificità, l’uso del test del PSA come esame di screening del PSA per il tumore alla prostata è diminuito di recente proprio a causa di preoccupazioni sulle eccessive diagnosi e i trattamenti non necessari [fonte].

Nell’ultimo decennio, sono stati studiati varie alternative al test del PSA, sia esami del sangue sia delle urine, per aiutare il medico nel valutare meglio il rischio di un paziente di sviluppare un tumore alla prostata clinicamente significativo.

Diversi nuovi test sono diventati disponibili in commercio, ma nessuno di questi è stato utilizzato di routine a causa di benefici limitati
rispetto allo standard [fonte].

Recenti studi hanno evidenziato che l’infertilità negli uomini potrebbe essere in qualche modo correlata al rischio di sviluppare un tumore alla prostata aggressivo [fonte]. La prostata è una ghiandola che produce il contenuto del liquido seminale, fondamentale per la sopravvivenza, la motilità e la qualità degli spermatozoi.

È già noto che l’infiammazione cronica possa alterare le caratteristiche chimiche della parte liquida dell’eiaculato, influendo sulla fertilità [fonte]. Tuttavia, la correlazione tra infertilità e tumore alla prostata rimane ancora poco chiara.

Durante la trasformazione neoplastica, le cellule subiscono profonde modificazioni sia nell’aspetto sia nella funzione.

La maggior parte delle neoplasie prostatiche sono degli adenocarcinomi, cioè tumori che originano da alterazioni delle cellule ghiandolari. Questa evidenza suggerisce che la trasformazione neoplastica nella prostata possa compromettere la composizione del liquido prostatico.

IL TUMORE ALLA PROSTATA PRODUCE MENO PSA

Un aumento dei valori di PSA nel sangue suonano come un campanello d’allarme per la probabilità di avere un tumore alla prostata.

Tuttavia, è noto da tempo che i tumori della prostata di alto grado possono perdere l’espressione del PSA [fonte].

Questo aspetto rappresenta un paradosso: se i tumori alla prostata in stadio avanzato producono meno PSA rispetto ad una prostata sana, in che modo un aumento del PSA nel sangue può essere indice di malattia maligna?

Questa discrepanza potrebbe spiegare alcune delle difficoltà legate all’utilità diagnostica della misurazione del PSA nel sangue.

Un test del PSA, ma non nel sangue

Negli uomini il tratto urinario è a stretto contatto con la prostata. Per questo motivo le molecole prodotte dal tessuto prostatico possono essere riversate e quindi rilevato nelle urine, rappresentando degli indicatori biologici per la diagnosi e la prognosi del cancro alla prostata.

Da uno studio recentemente pubblicato da un gruppo di ricerca dell’Università di Torino [fonte] emerge che sia possibile misurare la quantità delle molecole prodotte all’interno della prostata analizzando un campione di urine.

In questo studio, che ha coinvolto più di 500 uomini sottoposti a biopsia prostatica per un sospetto di tumore alla prostata, è stato visto che i livelli di PSA nel tessuto prostatico diminuiscono gradualmente all’aumentare dell’aggressività del tumore.

Parallelamente, è stato osservato che la quantità di PSA nelle urine rifletteva i livelli di PSA evidenziati nel tessuto.

Questo studio spiega in qualche modo alcuni dei limiti del classico test del PSA nel sangue e apre all’idea che l’analisi del PSA nelle urine possa funzionare come una sorta di “biopsia liquida” non invasiva rappresentando un nuovo ed interessante metodo per lo screening del tumore alla prostata.

Un esame delle urine più affidabile del classico test del PSA per capire se ci sia effettivamente un rischio di avere un tumore alla prostata.

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Il concetto di Sorveglianza Attiva sta emergendo sempre di più come una valida opzione per gli uomini che decidono di non sottoporsi a un trattamento radicale immediato per il tumore alla prostata, quali chirurgia o radioterapia.

La sorveglianza attiva si basa sul concetto che è alcuni tipi di tumore alla prostata, definiti a “basso rischio”, hanno una bassa probabilità di evolvere in una malattia aggressiva e quindi ridurre l’aspettativa di vita.

Oltre il 30% degli uomini con un tumore alla prostata ha una malattia a crescita così lenta che gli effetti collaterali di un trattamento radicale sono di gran lunga maggiori rispetto ai benefici.

Tra i 10 tumori più comuni, il tumore alla prostata è l’unico in cui così tanti pazienti hanno una malattia a crescita lenta che non giustifica un trattamento immediato aggressivo.

Ma attenzione: la sorveglianza attiva non è un “non trattamento”, ma piuttosto una strategia per curarti solo se e quando il tuo tumore alla prostata richiede effettivamente un trattamento.

Può sembrare controintuitivo dire che un paziente ha un tumore e la cosa migliore è sedersi e aspettare. Ma gli studi dimostrano che gli uomini con tumore alla prostata a basso rischio che sono stati in sorveglianza attiva per 10-15 anni dopo la diagnosi hanno tassi notevolmente bassi di diffusione della malattia o di morte per tumore alla prostata.

In effetti, uno studio della Johns Hopkins sugli uomini in sorveglianza attiva ha scoperto che meno dell’1% degli uomini ha sviluppato una malattia metastatica in 15 anni di monitoraggio. Questo è estremamente importante perché i trattamenti utilizzati per il tumore alla prostata localizzato – chirurgia e radioterapia – hanno effetti collaterali che possono alterare la qualità della vita di una persona.

La chiave del successo della sorveglianza attiva è ovviamente un monitoraggio regolare per intervenire tempestivamente in presenza di segni di progressione.

Chi può considerare una sorveglianza attiva?

I pazienti che possono prendere in considerazione la sorveglianza attiva in seguito ad una diagnosi di tumore alla prostata devono ovviamente avere una malattia localizzata a basso rischio di progressione.

In linea generale le caratteristiche del tumore per essere considerato un candidato a questo tipo di approccio devono essere :

  • una diagnosi istologica con un Gleason score massimo di 6 (indicato come 3+3) o, solo per un’età maggiore di 70 anni, di 7 (indicato come 3+4);
  • di tutti i prelievi bioptici, solo 1 o 2 devono essere risultati positivi per tumore della prostata;
  • avere un valore di PSA nel sangue uguale o inferiore a 10 ng/ml;
  • avere un tumore di piccole dimensioni che non superi la capsula che riveste la prostata, definito come stadio T1c o T2a;

Sorveglianza o terapia: la scelta è sempre del paziente

Ai pazienti con nuova diagnosi di tumore della prostata localizzato a basso rischio di progressione vengono fornite informazioni sui vari tipi di trattamento ad oggi disponibili.

Il paziente opportunamente informato viene invitato a discuterne con il proprio medico e con persone di sua fiducia, e potrà quindi scegliere spontaneamente se entrare nel programma di sorveglianza attiva oppure se ricorrere ad un trattamento chirurgico o radioterapeutico, ovviamente se appropriato alla specifica situazione.

La sorveglianza attiva in Italia

In Italia sono attivi alcuni protocolli di sorveglianza attiva a cui è possibile partecipare.

In diverse parti del nostro paese è attivo lo studio PRIAS promosso dalla società di urologia SIURO, mentre in Piemonte e Valle d’Aosta è attivo il reclutamento per lo studio START.

Si tratta di studi “osservazionali” perché non prevedono sperimentazione di farmaci o nuove tecnologie. Consistono esclusivamente nella raccolta di informazioni relative allo stato di salute del paziente nel corso del tempo, qualunque sia il trattamento a cui deciderà di sottoporsi tra le diverse opzioni possibili.

In particolare vengono raccolte informazioni sulla qualità di vita del paziente, attraverso semplici questionari da compilare all’inizio del trattamento e poi periodicamente in occasione delle abituali visite di controllo, in cui oltre al controllo dei valori di PSA e all’esame obiettivo possono essere effettuati esami per immagini, come una risonanza magnetica multiparametrica.

Con l’ introduzione della nuova PET con PSMA si moltiplicano le possibilità di diagnosi e cura del tumore alla prostata.

Che cos’è la PET?

La PET è un esame semplice, non invasivo e sicuro in cui al paziente viene iniettato un radiofarmaco.
I radiofarmaci sono composti da una molecola di cui si vuole misurare il comportamento e da una particella radioattiva a cui questa si lega che, attraverso le radiazioni emesse, consente allo strumento di seguirne la distribuzione nell’organismo.

Ogni radiofarmaco utilizza una molecola specifica che segue una particolare via metabolica permettendo lo studio di determinate cellule tumorali.

Che cos’è la PET con PSMA?

Il PSMA (Prostate-Specific Membrane Antigen) è una proteina presente sulla superficie di alcune cellule di tumore alla prostata e può quindi essere utilizzata per distinguere una cellula sana da una tumorale.

Con questa tecnica è possibile individuare non solo le malattie primitive confinate all’organo, ma anche le malattie metastatiche.

Il PSMA viene bersagliato con un radiofarmaco in grado legarlo che una volta legato emette delle radiazioni a livello locale, permettendo quindi di individuare cellule di tumore alla prostata.

Per chi è indicata la PET con PSMA?

La PET-PSMA in teoria può essere utilizzata in tutte le fasi del tumore prostatico essendo la proteina PSMA espressa in quantità aumentate quasi esclusivamente nelle cellule cancerose di origine prostatica.
Occorre comunque fare chiarezza per le diverse fasi della malattia.

Stadiazione

Tumore della prostata diagnosticato tramite biopsia, ma non ancora trattato.  In questa fase della malattia l’utilità della PET-PSMA non è ancora stata dimostrata e il numero di studi scientifici internazionali è ancora limitato. Attualmente, la letteratura considera la Risonanza Magnetica multiparametrica la più efficace metodica di diagnostica per immagini nella stadiazione del tumore alla prostata, soprattutto in caso di forme aggressive. 

Ristadiazione

Pazienti già sottoposti a trattamento chirurgico o radioterapico in cui il PSA è salito sopra una certa soglia. Per valutare se la malattia sia ripartita nella sede originale oppure a distanza (metastasi) è necessario eseguire degli esami diagnostici per immagini che possano aiutare a identificare il numero e la sede delle precise localizzazioni del tumore della prostata in ogni paziente, per potergli suggerire una terapia mirata. Purtroppo, in questo momento, le metodiche convenzionali e cioè l’ecografia, la TC, la Risonanza Magnetica e la scintigrafia ossea hanno dimostrato una bassa accuratezza nell’identificare le localizzazioni della malattia. La PET-Colina si è dimostrata essere un esame più accurato tuttavia con risultati ancora subottimali. Poiché è preferibile iniziare un trattamento quando i valori del PSA sono ancora bassi, è indispensabile avere a disposizione una metodica di diagnostica per immagini che ci permetta di “fotografare” la malattia nelle sue fasi di iniziale ripresa.
La PET-PSMA ha dimostrato una maggiore accuratezza rispetto alla PET-Colina, soprattutto per valori di PSA bassi, rivelandosi così un utile strumento diagnostico in questa fase della malattia.

Monitoraggio di pazienti con tumore resistenti alla terapia ormonale

Nelle fasi più avanzate della malattia molti pazienti che inizialmente traggono beneficio dalla terapia ormonale sviluppano una resistenza a questi farmaci. Non sono ancora presenti dati sufficienti nella letteratura internazionale riguardo all’utilità della PET-PSMA in questo stadio della patologia. Tuttavia alcuni autori suggeriscono che la PET-PSMA può fornire utili informazioni riguardo alla risposta del paziente a determinate terapie farmacologiche e quindi potrebbe aiutare il medico nel decidere se continuare o sospendere il trattamento in corso.

Cosa mi devo aspettare dopo una PET con PSMA?

Il medico nucleare, attraverso il referto, può segnalare la presenza di una o più aree in cui il PSMA si accumula, come per esempio un linfonodo, la porzione di un osso, una parte della prostata (nel caso non sia stata asportata chirurgicamente), ecc., sospette per la presenza di cellule cancerose di origine prostatica. Sulla base del referto integrando altre informazioni cliniche del paziente, il medico specialista può proporre la terapia più indicata che sia diretta contro le aree segnalate alla PET-PSMA (radioterapia, terapia ormonale, chirurgia, ecc.) oppure consigliare ulteriori accertamenti (RM della pelvi, biopsia di un linfonodo, ecc.).

E’ importante sapere che il referto può anche non mettere in evidenza alcuna area di iperaccumulo del PSMA, nonostante sia presente una lesione. In questo caso si parla di falso negativo, ed è da imputare a una limitazione della metodica stessa.

Il PSMA infatti non è espresso da tutte le cellule di tumore alla prostata e in alcuni casi la quantità di questa molecola può non essere sufficientemente alta da essere individuata con le tecnologie attuali.

PET con PSMA per uso teranostico

La Teranostica è l’integrazione di imaging diagnostico e intervento terapeutico (Terapia + diagnostica). Un approccio diagnostico diventa teranostico quando è in grado di localizzare una condizione patologica, caratterizzarla da un punto di vista biologico e molecolare e funzionare come agente terapeutico.

Valutare la presenza e bersagliare il PSMA è una metodica che garantisce una maggiore precisione nello studio del tumore alla prostata. Marcando questa molecola le sedi di malattia metastatica possono essere individuate più precocemente, e trattate localmente con maggiore precisione.

Al momento sono in corso studi di fase 3 con PSMA marcato con il lutezio (177Lu) da impiegare a scopo terapeutico, che con ogni probabilità verrà approvato nel corso dei prossimi anni (fonte).

I risultati dello studio VISION condotto su uomini con tumore alla prostata metastatico resistente a castrazione hanno dimostrato che il trattamento con 177Lu-PSMA-617 in aggiunta alle terapie standard ha portato una riduzione del 38% del rischio di morte e del 60% del rischio di progressione della malattia rilevata radiograficamente o di morte rispetto alla terapia standard da sola.

approfondimenti:

https://www.europeanurology.com/article/S0302-2838(20)30946-5/fulltext

Quando un uomo raggiunge circa i 25 anni, la sua prostata inizia a crescere. Questa crescita naturale è chiamata iperplasia prostatica benigna ed è la causa più comune di ingrossamento della prostata.

L’iperplasia benigna della prostata è una condizione benigna che non porta allo sviluppo di un tumore alla prostata, sebbene i due problemi possano coesistere.

Nonostante circa il 50% degli uomini con IPB non sviluppino mai alcun sintomo, altri ritengono che l’iperplasia benigna della prostata abbia un peso sulla propria quotidianità.

I sintomi classici dell’iperplasia benigna della prostata includono:

  • un flusso di urina esitante, interrotto, debole
  • perdite dopo aver urinato
  • un senso di svuotamento incompleto
  • minzione più frequente, soprattutto di notte.

Di conseguenza, molti uomini necessitano di un trattamento. La buona notizia è che i progressi della medicina portano costantemente a terapie sempre migliori.

I pazienti e i loro medici ora hanno più farmaci tra cui scegliere, quindi se con uno non si vedono benefici, si può facilmente passare ad un altro. Anche gli approcci di tipo chirurgico sono sempre più efficaci e hanno meno effetti collaterali.

Prima di arrivare ad avere problemi che necessitino di un intervento avanzato, è possibile agire in prima persona.

Quando i sintomi non sono ancora particolarmente fastidiosi, un’attesa vigile può essere il modo migliore per procedere. Ciò comporta un monitoraggio regolare per assicurarsi che non si sviluppino complicazioni, senza effettuare alcun trattamento.

Per i sintomi più preoccupanti, la maggior parte dei medici inizia raccomandando una combinazione di cambiamenti dello stile di vita e farmaci. Spesso questo sarà sufficiente per alleviare i sintomi peggiori e prevenire la necessità di un intervento chirurgico.

Quattro semplici passaggi per alleviare alcuni dei sintomi dell’iperplasia benigna

  • Alcuni uomini nervosi e tesi urinano più frequentemente. Riduci lo stress esercitandoti regolarmente e praticando tecniche di rilassamento come la meditazione.
  • Quando vai in bagno, prenditi il ​​tempo per svuotare completamente la vescica. Ciò ridurrà la necessità di viaggi successivi in ​​bagno.
  • Parla con il tuo medico di tutti i farmaci da prescrizione e da banco che stai assumendo; alcuni possono contribuire al problema. Il medico potrebbe essere in grado di regolare i dosaggi o modificare il programma per l’assunzione di questi farmaci, oppure potrebbe prescrivere diversi farmaci che causano meno problemi urinari.
  • Evitare di bere liquidi la sera, in particolare bevande contenenti caffeina e alcolici. Entrambi possono influenzare il tono muscolare della vescica e stimolare i reni a produrre urina, portando alla minzione notturna.

Approfondimenti: https://www.mayoclinic.org/diseases-conditions/benign-prostatic-hyperplasia/symptoms-causes/syc-20370087

Fare prevenzione è sempre la strada migliore, anche per il tumore alla prostata.

Esistono alcuni accorgimenti, alcune semplici abitudini che possono aiutare a salvaguardare la salute della prostata, prevenendo ad esempio il tumore alla prostata, anche in presenza di alcuni fattori di rischio, come la presenza in famiglia di parenti che hanno avuto a che fare con questa patologia.

La prevenzione primaria

Ecco alcuni semplici accorgimenti per ridurre il rischio di sviluppare disturbi alla prostata:

  • Dieta ricca di fibre, antiossidanti e omega-3. Sono quindi consigliati farine integrali, frutta e verdura fresche (in particolare la frutta meno ricca di zuccheri, come mele e pere, le verdure arancioni, i finocchi, le rape e i cavoli), pesce azzurro, olio extravergine di oliva e legumi. Una sana alimentazione protegge la funzionalità della prostata e ritarda il processo di invecchiamento e il rischio di anomalie correlate;
  • Cibi da ridurre sono gli insaccati, i cibi fritti, i formaggi molto grassi e gli alimenti che contengono molti zuccheri semplici (come dolci e bevande zuccherate). Questi piatti, infatti, favoriscono gli stati infiammatori, oltre a portare a problemi cardiocircolatori e aumentare il rischio di sovrappeso;
  • Mantenere il peso forma. Abbiamo visito come l’obesità costituisca fattore di rischio per il cancro alla prostata.
  • Fare esercizio fisico in modo regolare riduce sia il rischio di iperplasia prostatica benigna sia quello di cancro alla prostata. 
  • Fare sesso abitualmente. Frequenti eiaculazioni mantengono una buona funzionalità della prostata, migliorano la salute del corpo e della mente.

La prevenzione secondaria: controllare la prostata

Mantenere la prostata in salute significa sottoporsi a regolari controlli, specialmente dopo i 50 anni di età, anche se è raccomandato recarsi da un urologo già a partire dai 40 anni.

Quali sono i test e gli esami consigliati per individuare in maniera tempestiva eventuali anomalie, disfunzioni o patologie che possono colpire la prostata?

  • Analisi delle urine. L’urinocoltura è utile per individuare infezioni o sanguinamenti;
  • PSA (antigene prostatico specifico): è un esame del sangue che va a rilevare i livelli di una proteina prodotta unicamente dalla prostata. I livelli normali vanno da 0,0 a 4,0 ng/ml (nanogrammi per millilitro di sangue), ma possono aumentare per diverse cause, tra cui tumori, iperplasia prostatica benigna e prostatite. In genere è consigliato eseguirlo in presenza di sintomi che suggeriscono la presenza di una di queste patologie. Se il valore risulta superiore a 4 ng/mL, oppure è in costante crescita potrebbero essere necessari ulteriori esami.
  • PSA ratio: rapporto fra PSA libero e totale. Nel sangue, la proteina PSA si trova normalmente legata ad altre sostanze, non “libera” se non in minime concentrazioni. Tuttavia, in presenza di un tumore maligno, questi valori scendono ancora di più. Per tale ragione, quando il test PSA fornisce risultati “sospetti” il medico potrebbe prescrivere anche il dosaggio del PSA libero (anche detto free PSA o fPSA). Per l’interpretazione dei dati si effettua il rapporto PSA libero/PSA totale. I valori normali, quindi non patologici, sono intorno allo 0,20%. Valori diversi da questa percentuale possono indicare la presenza di patologie alla prostata, per cui il medico prescriverà altri esami di accertamento;
  • Esplorazione digito-rettale (DRE): il medico urologo controlla manualmente le condizioni della prostata introducendo un dito attraverso il retto, dopo aver lubrificato la parte. Questa esplorazione permette di scoprire un ingrossamento, la presenza di noduli o una prostatite. Può risultare fastidiosa, ma è innocua; il maggiore disagio è quello psicologico, che è bene far presente al medico affinché possa rassicurare la persona.
  • Uroflussometria. La persona deve urinare in un dispositivo, simile a un gabinetto, che misura la velocità e il volume del flusso di urina. In genere dopo tale test viene prescritta un’ecografia;
  • Ecografia prostatica transrettale. Esame rapido e innocuo che permette di valutare la morfologia della prostata e quindi di rilevare una dilatazione o eventuali neoformazioni. Si effettua inserendo nel retto, lubrificato, una sonda che emette ultrasuoni in grado di essere riconvertiti in immagini statiche o dinamiche. Talvolta a questo esame si associa una biopsia della prostata.

Se questi esami danno risultati che fanno sospettare la presenza di un tumore alla prostata, può essere necessario sottoporsi a una biopsia prostatica. L’operatore inserisce un tubo con un piccolo sondino per via rettale, per esplorare prima dell’operazione; dopodiché, tramite lo stesso tubo, inserisce un ago che serve al prelievo di alcuni pezzettini di tessuto prostatico. Questi verranno analizzati per individuare eventuali anomalie nelle cellule e, in caso di riscontro positivo, l’aggressività del cancro. L’intervento, molto rapido, è indolore in quanto viene eseguito in anestesia locale.

Attualmente il test del PSA rappresenta il pilastro degli esami preliminari per monitorare il rischio di un tumore alla prostata. Tuttavia, la sua bassa attendibilità come singolo parametro lo rende poco utile come esame di screening.

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Leggi le linee guida dell’AIOM: https://www.aiom.it/linee-guida-aiom-carcinoma-della-prostata-2019/

I ricercatori di Google Health hanno scoperto che l’uso dell’intelligenza artificiale (AI) nell’analisi delle biopsie prostatiche può migliorare la qualità, l’efficienza e l’oggettività della diagnosi e della classificazione del tumore alla prostata.

In una biopsia prostatica, il tessuto viene rimosso e valutato da un medico patologo per cercare anomalie che possono essere collegate ad un tumore.

Il sistema di classificazione standard per questa procedura è il sistema di valutazione Gleason, che prevede la classificazione in 5 diversi gruppi che correlano con la potenziale aggressività della malattia.

Tuttavia, la procedura di valutazione e classificazione viene eseguita da medici diversi per ogni struttura ospedaliera: nonostante l’esperienza del medico, questa metodologia possiede il rischio dovuto alla variabilità individuale dell’operatore.

Recentemente sono stati sviluppati algoritmi di intelligenza artificiale per la classificazione delle biopsie prostatiche per combattere la variabilità di classificazione del tumore che esiste da ospedale a ospedale.

In questo studio, pubblicato sulla rivista Jama Network, la classificazione delle biopsie è stata condotta presso due laboratori medici negli Stati Uniti tra ottobre 2019 e gennaio 2020. Venti medici patologi sono stati divisi in due gruppi, uno con l’assistenza dell’intelligenza artificiale e uno senza, e hanno esaminato le biopsie prostatiche di 240 pazienti.

Alla fine dello studio è stato visto che i patologi supportati dall’intelligenza artificiale avevano diagnosticato più tumori rispetto all’altro gruppo, e lo avevano fatto più velocemente e con minore variabilità tra medico e medico.

Uno studio parallelo è stato effettuato dai ricercatori del Radboud university medical center, i quali hanno sviluppato un sistema di “deep learning” che è migliore della maggior parte dei patologi nel determinare l’aggressività del cancro alla prostata. Il sistema di intelligenza artificiale, che utilizza campioni di tessuto per arrivare alla diagnosi, ha imparato da solo a identificare il tumore alla prostata sulla base dei dati di oltre 1.200 pazienti. Il team di Radboud sta ora lavorando con i ricercatori del Karolinska Institute in Svezia e Kaggle, una filiale di Google, con l’intenzione di continuare a sviluppare questi metodi come parte di una grande competizione internazionale.

Il tumore alla prostata è un tipo di cancro che si verifica frequentemente, ma non sempre aggressivo: più uomini muoiono con un tumore alla prostata che a causa di un tumore alla prostata.

Tuttavia, il suo trattamento ha molte conseguenze sulla qualità della vita del paziente, quindi determinare accuratamente l’aggressività è un passo importante nella scelta di un terapia più personalizzata possibile.